Su una serie di contraddizioni nel tango

Quando rappresentiamo un oggetto operiamo una selezione. Scegliamo tra gli altri un particolare aspetto della percezione fissandolo in un’espressione, un concetto, un’immagine. Il tango argentino, inteso qui come ballo sociale, si è generosamente offerto a questo tipo di operazione, che di volta in volta ne ha enfatizzato un lato: si tratta del ballo della passione, dell’arte del movimento elegante, di un incontro intimo tra persone sole. Eppure chiunque lo pratichi sa che per quanta sia l’apparente convinzione di questa o quella rappresentazione nel tango rimane qualcosa di inafferrabile. In effetti a un’osservazione attenta questo ballo mette in discussione precisamente le categorie con cui viene abitualmente inteso, e assieme a queste le ragioni per le quali molte persone si avvicinano ad esso. Per ciascuna il tango sembra rivelare un opposto altrettanto valido e convincente che stravolge l’idea che originariamente se ne aveva. Ma che cos’è allora il tango?

1) È un incontro (oppure no?) Si ripete spessissimo che il tango permette a due individui di finalmente uscire dall’anonimato abituale e, brevemente, di unirsi. L’esperienza di questo particolare ballo di coppia costruito sulla connessione continua consentirebbe quanto poche altre attività di osservare da vicino l’anima di una persona mai veduta prima. Il modo in cui respira, con cui si muove, l’energia del battito del cuore, la tensione o la rilassatezza dell’abbraccio, la facilità con cui la sua mano si chiude attorno alla nostra nuca: in quei dieci minuti tutto ci parla di lei. La pratica del tango richiede d’altronde così tanto impegno che in essa confluisce tutta la propria storia personale. Anni di sforzo, di noiosissime lezioni di gruppo, aspirazioni, delusioni, terrori, desideri, gioie straordinarie, dolori altrettanto forti. Durante le tandas più intense questo bagaglio individuale si protenderebbe nell’incontro con l’altro diventando reciprocamente trasparente e leggibile… Oppure no?

Se lo scopo del tango è conoscersi resta quanto meno curioso che sia spesso molto più piacevole ballare con perfetti estranei con i quali alla fine di un’ottima tanda nemmeno abbiamo il desiderio di scambiare due parole. Anzi il trapelare di elementi troppo personali è spesso percepito come un fattore di disturbo del ballo. Quale tanguero non ha guidato per centinaia di chilometri soltanto per poter nuovamente provare la gioia di abbracciare delle sconosciute? Per quanto gli stili danza siano diversi da persona a persona nel momento in cui si comincia a camminare ciò che unisce i due ballerini, a ben vedere, è qualcosa di piuttosto diverso da un riconoscimento reciproco di identità. È lo stesso ballo a rendere questo riconoscimento difficile. La connessione generata nel tango consiste di fatto in un flusso di sensazioni (e solo secondariamente di emozioni), impulsi, torsioni, pause, ecc., simili a quelle che percepiamo nella nostra vita di tutti i giorni, ma mutuamente e continuamente accolte. Il tango le mette straordinariamente in evidenza, spingendoci a seguirle d’istante in istante senza tuttavia fissarle in un significato individuale, poiché dopo essere state accolte devono necessariamente essere lasciate scorrere nel tempo: cioè nella musica che, come il tempo, si ferma solo sull’ultima nota. Proprio il credere di sapere chi stiamo abbracciando, che è un modo di irrigidirsi al di fuori del flusso impermanente di sensazioni, diventa un ostacolo a questo particolarissimo processo concentrativo. E infatti usare la danza per inviare un messaggio a un altro individuo, per quanto possa essere interessante, riduce immediatamente la qualità del ballo. Ma se non chi allora cosa si incontra nel tango?

2) Il tango è seduzione (oppure no?) Non si può ballare con chi non si desidera almeno un po’, non è vero? L’energia del movimento di questo ballo di coppia – probabilmente il più ravvicinato che sia mai esistito – è generata, si ripete, dal desiderio di avere brevemente presso di sé un caldo corpo umano; ed è l’uomo di regola a invitare, si sente pure dire, proprio perché la dinamica della milonga, strutturata sui movimenti desideranti, riflette le peculiarità del desiderio maschile e femminile (ammesso e non concesso che siano queste). Si sostiene persino non di rado che per rendere la guida convincente si debba attivamente coltivare la volontà di sedurre, pur se non per più di qualche minuto (e qui gli adagi non si contano: dal “love affair che dura dieci minuti” a “l’espressione verticale…” ecc. ecc.).

Tuttavia a parlare coi ballerini più esperti sembrerebbe che proprio il desiderio possa ridurre il pieno godimento di un ballo, chiedendo a quel breve intervallo di movimento qualcosa che non ci potrà mai dare. Ma non solo. Guidare una partner per tre o quattro tanghi (o essere guidati) necessita di almeno altrettanta generosità, anzi di una disponibilità ad aprirsi e accogliere l’altro che ha persino degli aspetti di abnegazione. La propria totale concentrazione, di cui si nutrono i balli più belli, è in qualche modo il dono più sincero e intimo che si possa fare, mentre non pensare che al proprio piacere riduce in fretta il ballo a una prepotente e mediocre pantomima. Il tango sembra insomma costruito equamente su desiderio e rinuncia. Possibile?

3) Infine si ripete all’infinito che il tango è emozionante, in modo a volte talmente intenso che al termine della tanda può capitare di guardarsi ammutoliti da ciò che si è appena vissuto insieme. Ma cosa sono esattamente le emozioni che la musica trasmette, che si comunicano al partner, che il partner ci ritrasmette, che si sviluppano in altre, che scompaiono, che riappaiono? Sono realmente le nostre emozioni? Se rispondo a un tango di Pugliese o Calò traducendo in passi la nostalgia, il rimpianto, il dolore dell’abbandono e condividendoli con il compagno e la compagna di ballo, sono queste emozioni autentiche o non sono piuttosto generate da un vero e proprio apparato tecnologico fatto di musica, poesia, pista, abbraccio, profumi, ecc.? Una posizione dovrebbe escludere l’altra eppure… sembrano entrambe vere. Due ballerini stretti nell’interpretazione dinamica del rimpianto per una notte d’amore (ad esempio) dimenticano completamente che ciò che provano così nitidamente appartiene all’ambiente in cui si stanno muovendo, eppure allo stesso tempo sanno di trovarsi in milonga proprio per questo: per uscire dalle emozioni ordinarie e dar vita a una vera e propria performance.

Ma se il tango non è soltanto un incontro con un individuo, non è nemmeno azione semplicemente desiderante e infine neanche emozione del tutto autentica, allora che cos’è? Se neghiamo la gran parte dei riferimenti che normalmente lo definiscono e per i quali molte persone si avvicinano ad esso, che cosa ci rimane?

In realtà i termini di ciascuna di queste opposizioni non sono mutualmente esclusivi, ma gli uni collegati agli altri. La pratica del tango in milonga mi pare costruita sulla possibilità di un passaggio: permette cioè alla nostra mente di usare la modalità ordinaria di esperienza, nei suoi vari aspetti, per trasferirsi su un piano diverso, nuovo. Siamo talmente abituati a vivere tra preoccupazioni e aspirazioni legate alla nostra soggettività, con i suoi incontri, i suoi desideri, le sue emozioni, che generalmente scartiamo i momenti in cui ci troviamo al di fuori di questa modalità di vita come accidentali o irreali. Tuttavia la storia non solo orientale ma anche occidentale è fitta di testimonianze della possibilità di uscire dall’esperienza strutturata attorno alla differenziazione tra soggetto e oggetto – e quindi io-altro, azione desiderante-oggetto dell’azione, io-emozione – a un piano diverso dove quel dualismo può essere superato. Il tango è precisamente un tentativo di farlo. Il fluire della musica nell’ascolto, la concentrazione sulle sensazioni, il movimento sincronico costantemente monitorato, scardinano rapidissimamente i meccanismi ordinari della mente (detti appunto dualistici, per impiegare un lessico ormai noto) per introdurci in un tipo di esperienza che nella sua condizione di indefinitezza può essere soltanto vissuto e non descritto (e che si indica spesso con il termine non-duale).

Nel tango senz’altro desideriamo, ma soltanto per poter generare l’energia della generosità e della rinuncia; nel tango sicuramente vogliamo conoscere, ma soltanto per poter incontrare impersonalmente; nel tango di certo vogliamo vivere le emozioni ma soltanto per renderci conto che esse non ci appartengono ma ci attraversano. Tra i due piani non c’è dunque completa contraddizione perché il primo viene utilizzato per innescare la danza che consente di giungere al secondo, sebbene non sia affatto garantito che ciò riesca sempre. Lo spazio della milonga è infatti caratterizzato da una fortissima soggettività, persino più accentuata che nella vita quotidiana. È effettivamente un’arena dove si incontrano e si scontrano individui, anzi è deliberatamente costruita attraverso valori come l’eleganza, il protagonismo, il desiderio, che sono appunto tra le espressioni più evidenti dell’esperienza dualistica che oppone soggetto a oggetto. E che spesso non smettono di tenerci in pugno. Non è quindi per nulla un caso che questo ballo sia allo stesso tempo meravigliosamente appagante e incredibilmente frustrante: perché quando si è vissuto completamente il tango restare fermi nella dualità non può che essere straordinariamente noioso. In questo senso lo spazio mobile e umano della milonga è come un grande portale pieno di tensione e anche dolore, che ci può condurre a un modo diverso di vita, un modo fluido e gioioso, ma soltanto occasionalmente se non di rado: è un portale che il più delle volte si inceppa.

C’è chi dice che il tango sia talmente appassionante anche perché, non diversamente dal gioco d’azzardo, ha una componente fortissima di imprevedibilità: mai si può sapere quando effettivamente ci si rivelerà e così non si smette di provare. Tra tanti luoghi comuni questo è forse più vero di altri.

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