Orgogliosamente controcorrente (intervista a Pangea)

Quando uno ha il coraggio di iniziare un libro così, “Da bambino ho sempre sognato di ritrovare un manoscritto dimenticato. So che nessuno mi crederà quando dico che realmente mi è accaduto”, con questa sventagliata di gioia tra infanzia restaurata – il bambino – e intelletto esplosivo – il manoscritto – tocca aizzare l’attenzione. In effetti, Beppi Chiuppani, scrittore dalla biografia ‘continentale’ e casualmente misterica – formatosi a Padova, sotto l’ombra di Pier Vincenzo Mengaldo, vaga per Francia, UK, Portogallo, ha vissuto al Cairo e a Damasco, si è perfezionato negli States, si è occupato “di letterature luso-brasiliana e anglofona”, si è dottorato a Chicago e ammette “una seconda vita in Giappone” – in Gasparo (magnificamente edito da Il Sirente, 2019) unisce il gioco al genio. Il romanzo, infatti, segue le picaresche vicende di un antenato di Chiuppani, “un mezzo Gentiluomo della Terraferma veneziana”, Gasparo, appunto, “che da accademico ed ecclesiastico” fu preso per “assassino e fuggiasco, segretario di un Duca e venturiere nelle guerre col Gran Sultano”. Al sublime gioco, al romanzo-romanzo – che a me ricorda il Manoscritto trovato a Saragozza, ma lui, Chiuppani, ovviamente, rilancia il nome del grande Nievo – si somma la nitidezza intellettuale. Chiuppani, infatti, ci sfida redigendo il manifesto di “una vita barocca”, dove l’eccesso è norma, l’agiografia è vergata da un Casanova o da un Cellini, lo ‘strano’ è il preludio all’avventura letteraria. Torna, cioè, oltre le secche ingrigite di troppa narrativa odierna, al romanzo ‘europeo’, dove l’avventura narrativa – e il corpo a corpo con le spirali pitonesche della Storia – si fonde all’esigenza dell’intelligenza, si specula di “principi universali”, della “forza di provare pietà per il divino”, in un affresco di cangiante, catartica precisione. Un romanzo muscolare – 650 pagine – fieramente barocco – cioè, post-postmoderno – aristocraticamente controcorrente.

Partiamo da lei. Faccio fatica a seguirla. Ha vissuto a Damasco, ha perfezionato gli studi a Chicago, si è dottorato sulla narrativa brasiliana e sudafricana, ha una “seconda vita in Giappone” (la cito). Insomma, mi pare che più che scrivere un romanzo, la sua sia una vita da romanzo. Mi contesti.

In effetti rappresentare se stessi è un’operazione sempre così poco veritiera che facendolo nel migliore dei casi non starei appunto che componendo un altro romanzo. Non sono mai stato un ammiratore della psicologia dell’io e non penso che trascorrere la vita a cercarsi porti a nulla di realmente sostanziale. Tuttavia anche quando nella sfera della coscienza si riesce a ridurre il discorso su di sé esso resta una dimensione inevitabile della comunicazione interpersonale così come si è definita in secoli di convivenza civile in Europa. Diventa dunque necessario costruire la propria biografia non tanto per comunicarla ma per comunicare qualcosa d’altro che riteniamo importante, utile. Così ha scelto di fare Gasparo, per esempio. Nel mio caso posso dire, stringendo all’osso, che sono stato spinto fin da giovanissimo da un desiderio piuttosto acuto di conoscere la gamma delle esperienze umane. Per via delle circostanze più o meno accidentali della mia formazione esse ai miei occhi erano rappresentate principalmente da due dimensioni: dalle tradizioni intellettuali (letterario-filosofiche) e dai modi di vita. Gradualmente ho esplorato letteratura dopo letteratura e cultura dopo cultura finché non sono finalmente approdato al lavoro creativo: dove in effetti un certo modo di pensare diventa un certo modo di vivere. Non è stato un viaggio del tutto solitario. Ho avuto anzi spesso l’impressione di accompagnarmi alla moltitudine di studiosi-viaggiatori che da sempre percorrono, inquieti e febbrili, i paesi più diversi: studenti di filosofia antica, chierici cristiani, monaci buddhisti, umanisti senza patria, romantici in corsa verso il sole, ecc., cui era molto meno agevole viaggiare di quanto non lo fosse mentre io crescevo. Nemmeno il mio itinerario è stato così particolare: partito dalla tradizione italiana dapprima ho vissuto e studiato nei paesi cui l’Italia ha sempre guardato, Francia e Gran Bretagna, poi in Medio Oriente dove mi attirava la congiuntura storica e finalmente in America – luogo geografico e mentale che l’uomo occidentale contemporaneo può difficilmente evitare prima o poi di affrontare. L’aspetto forse meno prevedibile della mia vita è stato invece il legame piuttosto stretto che durante tutti questi anni ho costruito con l’Asia per motivi familiari, e che in tempi più recenti mi ha reso più agevole l’approfondimento del buddhismo (già avevo cominciato a scoprire il pensiero orientale, pur senza dare ad esso troppo peso, frequentando i seminari di G. G. Pasqualotto a Padova all’inizio degli anni 2000).

Nella sua nota biografica, parlando della sua disillusione (così la intendo) nei riguardi del sistema accademico occidentale (europeo o made in Usa), è scritto di “un recupero della pratica artistica come uscita possibile dall’impasse in cui sono caduti gli studi umanistici d’oggi”. Mi spieghi meglio.

Se ripenso ai primi anni di formazione quasi mi stupisco di come allora credessi possibile praticare le lettere all’interno delle istituzioni universitarie. Eppure è stato così: forse sulla scia dell’impegno per lo studio che tanti autori italiani hanno dimostrato lungo la tradizione nazionale, pensavo che l’università potesse essere la casa della conoscenza, inclusa quella umanistica. Ho impiegato molto tempo a capire quanto profondamente la reale situazione fosse diversa. Oggi sono convinto pressappoco del contrario: cioè che le facoltà umanistiche occidentali (ma occidentale è, nella sua concezione, l’intero sistema universitario globale) stiano utilizzando l’archivio letterario per fornire materiale a una catena di montaggio concettuale che possiede molte delle caratteristiche tipiche del lavoro della tarda modernità. Ciò ha veramente poco a che fare con l’esperienza estetica nella sua forma verbale, ed è piuttosto motivato da ragioni economiche e di sociologia accademica ma soprattutto ideologiche (l’università rappresenta un sistema di valori relativamente coerente che coinvolge profondamente l’individuo e la sua sfera di vita). Tuttavia proprio operare all’interno di quel sistema fino al dottorato mi ha aiutato a mettere pian piano a fuoco ciò in cui l’arte letteraria eccede rispetto alla cultura universitaria. E a un certo punto mi è stato chiaro che non era ragionevole tentare di scrivere senza allo stesso tempo liberarsi dalla modalità di esistenza di cui la carriera universitaria era una delle manifestazioni.

Dunque, il romanzo. “Gasparo” ha una scrittura esorbitante, dilagante, eccentrica. Come nasce, perché, seguendo quali morgane?

Tanto è facile dire quando nascono i libri tanto è difficile ritrovare tutti i loro nodi tematici. Per farlo bisognerebbe, come effettivamente si dice, riscriverli esattamente. La decisione di comporli è invece puntuale e istantanea, o perlomeno così accade di solito a me, e difatti ricordo benissimo quando “ebbi” quella di scrivere Gasparo (“ebbi” e non “presi”, perché si tratta di eventi della coscienza che non hanno a che fare con lo sforzo, anzi che a volte sono in contrasto con gli strati più superficiali della volontà). Un giorno di primavera nella stanza dei manoscritti della biblioteca di Bassano del Grappa, quando mi ritrovai tra le mani un fascicolo di vecchi documenti odorosi e ruvidi che non avevo mai supposto potessero ancora esistere: fu allora che scoprii che quel vecchio familiare era stato uno scrittore, un viaggiatore, un accademico, ma anche un fuorilegge e un soldato. In quella semplice decisione si riversavano però un’infinità di questioni. Ho scritto sicuramente in polemica con l’America dove allora vivevo: tanto negli Stati Uniti la vita era legata a norme, funzioni e ruoli abbracciati in tutta coscienza e serietà, tanto nel barocco italiano questi ruoli erano assunti e sovvertiti allo stesso tempo. Tanto la società americana (bianca) mi pareva portare all’estremo il liberalismo occidentale, riducendo l’uomo a un’astrazione economica e burocratica, tanto i vecchi stati italiani di antico regime, farraginosi e inefficienti, cerimoniosi e arcaici, ipocriti e libertini, mi interessavano. Tanto la letteratura era nelle università americane ridotta a una serie di procedure professionali, tanto mi attraeva tentare di comporre un testo che fosse invece di una estrema letterarietà. Tanto poco volevo scrivere di me, tanto mi incuriosiva raccontare la storia di un alter ego – pensando alla vita da un punto di vista esterno a me stesso ma non estraneo. Ho capito soltanto più tardi che si trattava principalmente di un libro sulla gioia, e quindi sul dolore, come probabilmente sono tutti i libri, alla fine.

Soprattutto. La scrittura. Non certo David Foster Wallace, piuttosto, mi pare, Jan Potocki o Frederic Prokosch. Chiedo, a uno studioso di letteratura, di denunciare le sue fonti, le sue letture.

Non Nievo? O Stendhal? O Saint-Simon e la memorialistica settecentesca? Incrociati con il romanzo d’idee primo novecentesco e conditi con un po’ di realismo magico postcoloniale… Non so, più invecchio più trovo difficile rintracciare le mie fonti. Le letture si sono talmente moltiplicate che è raro che ripensi ad autori o libri in particolare quando scrivo, in genere cerco di dimenticarmene. Mi riesce più facile ritrovarmi all’interno di una mappa temporalmente più estesa. Penso che ci sia un modo europeo di fare narrativa che combina variamente psicologia a saggismo; secondo il quale, cioè, il racconto dell’evoluzione degli stati di coscienza si intreccia allo svilupparsi della cognizione intesa anche nella sua dimensione concettuale e logica. È una formula molto semplice ma che da Platone a Virgilio a Dante a Tasso a Tolstoj a Musil a Pessoa ha creato una spina dorsale fortissima nella scrittura europea che ancora oggi sembra guidare molti contemporanei, e che sicuramente guida me. È un’impostazione forse meno chiaramente rintracciabile nella narrativa americana o in quella giapponese ma che mi pare ancora attiva anche in ambito postcoloniale inglese o portoghese, ad esempio. Chiaramente ha delle ricadute importanti sullo stile, sulla sintassi specialmente.

Sottotitolo. “Il romanzo di una vita barocca”. Su questo aggettivo, “barocca”, mi pare che sia fondata la sua poetica, o forse la sua attitudine al vivere: è così?

Penso proprio di sì. Il barocco in questo libro diventa un modo di vivere, cioè un atteggiamento della mente verso il reale. L’intero testo non è che una lunga bildung che conduce ad esso sia il protagonista che il lettore assieme con lui, appoggiandosi agli elementi socioculturali e artistici del barocco storico. Guida lungo questo lungo cammino la voce del narratore: vetusto e morente, ferito e rinato, che ha conosciuto abbastanza per non aspettarsi più niente, composto di parole che in realtà non possono essere che parole, travolto per decenni da un orgoglio che lo ha infine privato di tutto, libero finalmente di abbracciare le sue perdite e di ricordarsi di sé soltanto per ricordarsi degli altri. Di fatto il barocco è qui una forma di risveglio della mente. Come la gioia o l’arte, non si può descrivere, si può solo vivere direttamente – e il libro è un lungo esercizio spirituale che cerca di condurre a questo.

Mi dia un giudizio sulla letteratura italiana, sulla cultura italiana. La segue, le importa, chi legge? È uno di quelli a cui importano querelle come quella recente sul Salone del Libro?

Giudicare è un’operazione spesso spinta dalla paura o dal desiderio di controllo che con tanta fatica ho cercato di lasciarmi alle spalle; comunque giudicare la letteratura italiana è difficile se non altro perché è diventata pressoché invisibile. Ciò che appare spesso è altro. È libro. È parole. È narrazione. Ma letteratura? Non a caso si parla di saloni “del libro”, fiere “delle parole”. Ho trovato sempre un poco imbarazzanti questi termini. Già viviamo in uno stato di enorme confusione cognitiva: orientarsi tra volume e volume è diventato non solo faticoso ma eroico, oppure meramente aleatorio, fortuito. I mediatori sono scomparsi – senza più spazio nei giornali, senza stipendio, oppure logorati dalle burocrazie accademiche. I saloni potrebbero essere un’occasione per ritrovare la mediazione e cercare di discriminare (perché non organizzare un “salone del romanzo” per esempio?) ma in realtà spesso fanno dell’altro. Non c’è pericolo che l’arte letteraria scompaia, essa resta una proprietà del sistema nervoso centrale e in una forma o nell’altra avrà luogo finché esisteranno menti umane e corde vocali, ciò che in Italia non sussiste più è il suo sistema di circolazione. Se avessi altre due o tre vite forse ne dedicherei una per contribuire a ridargli vita. Nella realtà inseguire una comunità letteraria in queste condizioni è temerario o semplicemente vano, oppure peggio pericoloso perché si rischia di farsi incantare da falsi maestri e di perdere l’arte stessa. Ho cercato di farlo a lungo inutilmente, finché non c’è voluto un intero dottorato per entrare in diretto contatto con autori impegnati di generazioni vicine alla mia – che però non erano italiani. È stato in effetti un passaggio fondamentale. Proprio per questo, tuttavia, nelle mie letture d’oggi ho la libertà di muovermi molto nel tempo e nello spazio. In verità, adoro farlo. Ho letto in questi anni molta filosofia premoderna di area prevalentemente asiatica e conto di continuare a lungo in questa direzione; più studio e più mi sembra che il modernismo europeo e il pensiero buddhista si intersechino profondamente, e che sia possibile una via europea – una via letteraria – verso quegli stati di coscienza che sono generalmente associati alle principali tradizioni asiatiche.

Intervista pubblicata su Pangea il 04/06/2019.

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