La danza del risveglio: per una lettura buddhista del tango argentino

Un monaco avvolto in un saio ocra seduto a contemplare la propria mente e un ballerino strettamente abbracciato alla compagna: ci possono essere due esperienze più diverse della vita umana? Da una parte due persone che si stringono petto a petto avvolgendo l’una le spalle o i fianchi dell’altra mentre roteano spinte da una forza che in parte è sicuramente anche erotica; dall’altra un asceta distaccato da ogni piacere dei sensi, indipendente, stabile, quieto, silenzioso, ma del tutto attento e desto. Il sole e la luna? Il rosso e il nero? In realtà non è un caso che tango argentino e pratiche meditative stiano vivendo in Europa e negli Stati Uniti, cioè di fatto nella gran parte del mondo occidentale, un’espansione simultanea. E quest’espansione tocca se non le stesse persone pressoché gli stessi ambienti sociali: proprio quelle fasce relativamente colte o quantomeno curiose che fino a due-tre decenni fa rappresentavano la comunità di lettori, oggi scomparsa, cui si indirizzava la scrittura letteraria.

Che nel tango accada qualcosa di fondamentale è chiaro da subito. Esso dà rilievo centrale a un’azione che caratterizza pervasivamente ciascuna delle nostre vite, quel movimento di gambe fianchi busto che ripetiamo da sempre credendo di conoscerlo già perfettamente: il passo. È questo il portale d’entrata della rivoluzione cognitiva che il tango suscita in noi. Pur nella complessità di sequenze che si arrivano via via a gestire il tango ci riporta continuamente al fluire di quel gesto ingannevolmente semplice, imponendoci di riscoprirlo sempre più attentamente, di riapprenderlo tanto completamente da non esaurirlo mai. Qualcosa di analogo accade col respiro nei percorsi meditativi. In entrambi i casi si seleziona un locus fisico sul quale dirigere la concentrazione per cominciare a disarticolare il rapporto che la mente intrattiene col corpo al fine di generarne uno del tutto nuovo: quello estetico.

Ma nel tango si cammina in due. Si sostiene spesso che sia un ballo dai ruoli ben definiti, dove l’uomo si realizza in quanto uomo e la donna in quanto donna: l’unico momento della vita in cui l’uno veramente guidi e l’altra veramente segua. In realtà i due ballerini, in contatto tramite un abbraccio più ravvicinato che non in qualsiasi altro ballo di coppia, mai avanzano né retrocedono senza ascoltare il movimento che il partner sta a sua volta compiendo. Chi guida, guida seguendo e chi segue, segue guidando. C’è una commistione tra uomo e donna che è persino evidente a livello stilistico: il ballerino acquista movenze femminili dissociando il busto e la donna in un certo senso maschili, come nella proiezione decisa delle gambe. Il tango impedisce ai ballerini letteralmente a ogni passo di pensarsi singolarmente: proprio come le pratiche meditative, è un meraviglioso meccanismo che spinge immediatamente verso la decostruzione del senso della propria individualità.

Questo processo è potenziato da due altri fattori. Il primo è la musica. Il tango è di fatto la traduzione nello spazio di un fluire di sensazioni uditive: ci si muove cioè sulla base di ritmo e melodia decidendo di volta in volta come tramutarli in passo. Accettandoli pienamente in quanto componenti del nostro movimento questo non viene più percepito come generato esclusivamente da noi stessi, come nostro, ma come ciò che di fatto è sempre, ovvero condizionato. Inoltre il ballo avviene nello spazio dinamico della sala: cominciata la musica le coppie volteggianti dischiudono passaggi costantemente cangianti attraverso i quali i due partner si fanno strada istante per istante in modi necessariamente sempre nuovi poiché continuamente limitati da inaspettate configurazioni della pista. Nel tango in altre parole non ci si sente mai autonomi – ma proprio qui sta il segreto della sensazione di libertà che ne deriva. Mentre la nostra mente ordinaria non riesce a cogliere le limitazioni delle proprie azioni e costantemente si identifica erroneamente con ciò che fa, il tango ci introduce in un nuovo universo percettivo portandoci ad abbracciare la natura condizionata di noi stessi e dei nostri movimenti. E non lo fa per ricreare una nuova identità nella coppia danzante: non esiste un nuovo essere nel tango perché la coppia è sempre in procinto di ridefinirsi sulla base della pista e della musica. Il tango la crea e la distrugge allo stesso tempo.

Sembra che questo ballo apra al disordine più totale. Non è affatto così. Il tango è una danza estremamente ritualistica e normata quasi come una cerimonia religiosa, regolamentata minuziosamente fin nell’abbigliamento, nelle modalità di invito, persino nel numero di volte durante le quali è ammissibile ballare con la stessa donna durante una serata. Ma soprattutto impiega un repertorio di movimenti relativamente conosciuti, tutti caratterizzati dalla sincronicità imperfetta che lo contraddistingue: fatta di guida, ascolto, risposta, ascolto, completamento del passo, ecc. Tuttavia proprio queste molteplici regolamentazioni, assieme ai limiti imposti da musica e pista, hanno paradossalmente l’effetto di offrire una possibilità di improvvisare talmente vasta da affiancarlo al jazz come una delle grandi pratiche improvvisative dell’umanità. Infatti sebbene conceda ai ballerini indicazioni di massima su ciò che sarà il futuro del ballo, il tango riesce a non svelarlo mai con certezza, spingendo i partner a monitorare continuamente, con estrema attenzione, tutto il campo percettivo: essi stanno sempre per sapere ciò che accade, ma non lo sapranno mai. Il ballo li costringe dunque a risiedere ininterrottamente nell’istante presente ovvero nella “sola cosa che conti”, come dice una famosa citazione asiatica. Certo non tutti i ballerini realmente improvvisano: molti di loro si limitano a ripetere con poche variazioni il repertorio cui sono abituati, ciononostante la dinamica mentale del tango è tale che, ponendo il giusto impegno, si può essere costantemente presenti ai propri movimenti nel momento in cui essi sorgono.

Monitorando il presente il pensiero verbale si spegne: frasi, parole, concetti, infine la stessa memoria dei passi, uno a uno i meccanismi cognitivi della vita ordinaria vengono meno. Ma come col famoso lanternino di Pirandello – metafora dell’autocoscienza umana – spegnendo queste luci cognitive il tango non fa arrivare il buio ma al contrario lo dissolve. Il blu della notte diventa bagliore diffuso ovunque, molto più stabile dei flash intermittenti della coscienza d’ogni giorno. È l’esperienza del puro sentire. C’è una grande luce quieta all’interno del tango: mentre si rotea per la sala tra il fluire evanescente delle altre coppie in movimento appare un’imprevista tranquillità, come se soltanto perdendosi completamente, ostaggi della musica, della pista, dell’abbraccio, si riuscisse a scoprire quel territorio di chiarore e di immobilità che è sempre stato presente in noi. Si può ballare un tango straordinariamente erotico con una donna mai conosciuta prima ma se l’emozione suscitata dal ballo viene usata per abitare questa zona interna di silenzio lucente si esce dalla milonga innocenti come bambini. È l’esperienza del vuoto mentale – tipica delle tradizioni asiatiche. Solo che nel tango si soggiorna nella pura consapevolezza assieme a qualcun altro: il silenzio del sentire è infatti una caratteristica di fondo dell’esistenza, e il tango ci dà la possibilità di condividerlo in modo estremamente intimo.

Distacco dalla percezione egoica e concentrazione consapevole nel presente sono proprio componenti fondamentali di ciò che è descritto nel canone pali come l’‘ottuplice sentiero’. Si tratta di una serie di pratiche che, pur concepite dalla scuola theravada come mezzo di superamento del desiderio – e quindi del dolore –, tuttavia non sopprimono da subito l’attività desiderante. L’incanalano invece in specifiche attività perché la psiche possa essere condotta, gradualmente, a liberarsi dai propri attaccamenti. Anche il tango sorge sullo slancio dei nostri desideri: nasce dalle frustrazioni, dalla voglia di dare un significato al proprio tempo, dallo spirito di competizione, dall’erotismo, dalle nostre miserie insomma. Tuttavia non li realizza… e come potrebbe? Non dura che tre minuti! Li usa invece per portarci nello spazio luminoso che sta al di là di essi. Non è dunque per nulla strano che sia così imbevuto di tristezza nelle liriche, nelle melodie, nelle movenze: la tristezza è proprio la caratteristica del desiderio – dell’ansia anticipatrice, del compimento inconsistente, della memoria nostalgica. Ma il tango ce la fa abbracciare per superarla. È un “pensiero triste che cammina”, sì, ma che camminando gioisce. Purché naturalmente non sia messo esclusivamente al servizio proprio della realizzazione egoica, cosa che può accadere nonostante le sue caratteristiche tendano a impedirlo. Ma dirottandolo non avremo mai la fortuna di trasformarci in veri tangueros, consumando le nostre pulsioni come fuochi quietamente luminosi che danzano su un fiore di loto.

È curioso come il tango si possa agevolmente leggere utilizzando riferimenti filosofici orientali. È vero che poche altre danze hanno subito nella loro storia l’influsso di tante tradizioni musicali, coreutiche e più generalmente culturali; tuttavia il bacino immenso che ha contribuito al tango e che ha toccato Africa, Europa, America Centrale e Brasile oltre che naturalmente Argentina e Uruguay, non ha mai sfiorato l’universo asiatico. Come una sorta di improbabile ma vero tantrismo gaucho, il tango sta allora a testimoniare quella che è la fondamentale analogia del nesso mente-corpo: un nesso che pur dispiegandosi nello spazio-tempo in modi sempre nuovi tuttavia condivide una serie di meccanismi di fondo che possono condurre, in circostanze apparentemente lontane, a esperienze della consapevolezza profondamente affini.

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