Il cigno

Muso allungato, fauci socchiuse, occhi dove attorno alle grandi pupille sono sottili iridi azzurre, sopracciglia fitte e grigie – non è una semplice belva ma un essere forse pensante, senz’altro benefico – e al di sotto del naso nero due singoli baffoni come quelli di un gran pesce, che corrono fino ai fianchi magri. Si inarca sinuoso posandosi su quattro corte zampe artigliate e termina in una coda sottile e flessibile – utilissima per nuotare nei fiumi che abita – perfettamente bianca come il resto del manto. È il dragone cinese, o almeno così avrei voluto disegnarlo.

“No no no, non va bene per niente!” Qiao Ting* aveva aggrottato la fronte, congiunto le labbra a broncio, e scuoteva la testa in un convinto diniego. Doveva aver visto la stessa espressione sul viso di qualche insegnante – buona osservatrice! – ma in lei si faceva tutt’altra cosa. Infatti stava per scoppiare a ridere. “Proprio per ni-en-te!” Non ho mai capito come esattamente fosse possibile, ma quando parlava gli accenti diventavano note; era una partitura mai udita e soltanto per questo ci si rendeva conto che non era nata in Italia: ma come si poteva rimpiangerlo? Quindi prende la penna rossa e mi piazza un bel “sei meno” nell’angolo in basso, poi due punti e il commento: “È cavallo!” In effetti era uno sgorbio. E finalmente ride sonoramente rovesciando leggermente il volto.
“Faccio io qualcosa di meglio” mi dice ritornando immediatamente seria, di quella sua serietà che non era meno gioiosa delle risate.

Ogni giovedì cercavamo di tenerci gli ultimi venti minuti ben liberi terminando tutti i compiti prima. Trovavamo sempre qualcosa di nuovo da fare, ma soprattutto parlavamo. Lei era molto, troppo curiosa e io un poco sconcertato dalle sue domande: c’erano tante cose di me che non mi pareva il caso di farle sapere. Ma ormai conoscevo il modo di far parlare lei. Cominciavo per esempio suggerendole un disegno, tanto poi lei avrebbe proposto dell’altro; e infatti:
“Vuoi il cigno o la rana?”
“Ma, sarebbero…?”
“Di carta. Allora cigno o rana?”
“Beh, cigno direi”.

Ripresi la matita con l’intenzione di correggere il mio pessimo dragone mentre lei segnava il punto esatto dove piegare un foglio perfettamente bianco appositamente scelto (sebbene di solito non volesse sprecare la carta già usata); e sollevato uno dei margini, lo abbassò nettamente ritornando subito sullo spigolo con tutta la forza del dito indice – dall’unghia ben rosicchiata. Poi strappò con rapidità e decisione. Ora che aveva un quadrato preciso preciso poteva mettersi al lavoro.
Era quando trovava la concentrazione rilassata del passatempo che cominciava a parlare di sé, e io non mi perdevo una sillaba. Poteva essere il momento di darle un consiglio: avevo pur vissuto vent’anni più di lei, no? E in effetti mentre riflettevo sul suo futuro ripensavo, silenziosamente, al mio passato. Cominciavamo da cose in apparenza di poco conto:
“Sai ieri c’è stata la verifica di storia”.
“E come è andata?”
“Era a crocette. Ma ho risposto così: ambarabà ciccì coccò”, e col dito indicava le caselle immaginarie compilate a caso. Di nuovo rise sonoramente. Sapevo che scherzava; era in Italia da poco più di un anno e scriveva e leggeva quasi come i suoi coetanei nativi. Non avevo mai bisogno di ripeterle due volte le spiegazioni di grammatica perché intuiva le regole al volo, e faceva a gara con me quando completavamo gli esercizi di geometria, non tanto per battermi, credo, quanto per mettermi alla prova, come per essere certa che fossi all’altezza non so bene di quale idea le covasse in mente. Anche nei pomeriggi più impegnativi arrivava in fondo ai compiti con una tenacia gioiosa, e nella sua stanchezza c’era sempre così tanta energia che quando tamburellavo l’indice sulla pagina e le dicevo: “Dai, forza, dobbiamo finirlo” ero sicuro che in fondo le stavo facendo un piacere.

Tuttavia a volte il suo affaticamento mi impensieriva, come quel giorno: di tanto in tanto reclinava di colpo la testa fin quasi a toccare il tavolo con la guancia. Altrettanto rapidamente ritornava eretta, ma poi pian piano chinava di nuovo il collo. Potevo immaginare il motivo, e ora ne approfittai:
“E il tuo fratellino come sta?” Era nato solo pochi mesi prima, un anno circa dopo che la madre aveva raggiunto il marito in Italia assieme alla figlia. “Sai è difficile, lavora solo il papà e adesso siamo in quattro” mi aveva detto Ting, ma subito dopo mi aveva raccontato come il piccolino la faceva ridere, rigirandosi sul letto, chiamandola, abbracciandola. “Però bisogna fargli le visite e devo accompagnare la mamma dal dottore”.
“Sta bene, sai” mi risponde ora “sta guarendo”. E fa un sospiro “però piange sempre e non mi fa dormire! Ho tanto sonno!” E sorride.
“Quando senti che ti stai proprio addormentando non resistere, fermati se puoi” le dissi ricordando i primi due anni di dottorato. “Metti la sveglia quindici minuti dopo e incrocia le braccia. Abbassati, così, chiudendo gli occhi. Cinque minuti di sonno profondo e si riprende forza per due o tre ore”. Era uno degli stratagemmi per reggere al ritmo dei seminari – e comunque il sonno mancava lo stesso; ma quella non era stata che ambizione, e di fronte ai suoi problemi i miei di un tempo mi sembravano soltanto delle sciocchezze.

Quando avevo saputo delle visite mediche al fratellino mi ero detto che dovevano essere i soliti controlli, finché un giorno: “È nato così. Qui ha un buco” e Ting aveva allungato un dito nel mezzo del labbro superiore. Il labbro leporino. “Ma buon buon Dio” avevo mormorato mordendomi le mie di labbra “pure questo ti è saltato in mente”. Bisognava fissare l’intervento, e dato che la madre di Ting non sapeva praticamente una parola di italiano era la figlia che traduceva, spiegava, parlava ai dottori – e probabilmente pure decideva. “Papà è sempre a lavorare”.
“Dimmi un po’” riprendo distraendomi sempre di più dal dragone “l’esame per il permesso tuo padre l’ha fatto?”
“Sì, era così facile! Mi ha mostrato le domande! Ma è bocciato! Ancora una volta! Così deve sempre rinnovare, spendere soldi, fare documenti”, e la sua voce cantava, cantava, cantava come sempre.
“Potresti forse insegnargli tu qualche parola, a cena”.
“Figurati! Non mi ascolta lui”.
“Oppure a tua madre”.
“Dice che non capisce niente. E senza di me non esce di casa”.
Che altri consigli potevo darle? “Almeno ti può aiutare a ripassare il cinese. Bisogna che tu ti tenga in allenamento. Ti servirà di sicuro quando sarai grande”.
E ride. “Ma se lei non sa quasi scrivere!”

Avevo visto i suoi genitori poco tempo prima: il padre su una bici scomoda e malconcia, non vecchio ma molto invecchiato, con un sorriso sincero da lavoratore; la madre giovanissima e completamente sfiorita ma soprattutto straordinariamente trascurata, con lo sguardo assente e spaesato e il piccolo lattante nel passeggino. Avevo cercato di salutare entrambi il più educatamente possibile, anche perché sapevo che Ting mi stava guardando. Poi avevo osservato lei e mi era tornata in mente la leggenda giapponese della “principessa splendente”: che nasce minuscola alla base di un fusto di bambù e viene raccolta da un umilissimo contadino, nel bosco a tagliar legna. La porta alla moglie ed entrambi accudiscono sbalorditi la ragazzina che cresce con incredibile rapidità, mentre da ogni sua azione comprendono di avere nella loro capanna dal tetto di paglia qualcosa di più di un’umana. Non credo però che il padre di Ting se ne rendesse conto.
“Sai, mio padre mi picchia con la cinghia”, mi aveva detto un altro giorno con un’inflessione che ancora oggi riesco a ricordare esattamente: “Mi picchia con la ciiin-ghia”, quasi fosse il verso di una canzone.
“Ma tu vuoi scherz…”
“No, no, ma aveva ragione, colpa mia. Però non mi fa male, corro dentro l’armadio e faccio così” e si era coperta i capelli con entrambe le braccia ridendo di un riso sconfinato, come se ogni dolore… fosse una gioia.
Sì: ogni dolore una gioia. Era questo il suo segreto, pensai: non fuggire mai dalla vita, bella o meno bella che sia. Ma affrontarla, accettarla, viverla tutta per quello che è. La principessa splendente – aveva un segreto anche in quella storia.

“Mi hanno interrogato in scienze”, mi dice continuando a lavorare alla sua creazione di carta. Ancora non capivo che forma stesse prendendo: l’origami di un cigno non l’avevo mai visto.
“E che ti ha chiesto la maestra?”
“Prof, si chiama prof non maestra!”
Facevo sempre lo stesso errore. È che la scuola mi aveva ai miei tempi talmente snervato che non mi pareva nemmeno i professori di liceo meritassero quel titolo, nemmeno gli universitari: considerarli maestri era già esagerato. E di fronte ai libri su cui Ting studiava mi convincevo che dopo tanti anni le cose erano pure peggiorate: stare dietro un banco doveva essere un’esperienza esasperante.
“Mi ha chiesto che tipo di legno c’è dopo la corteccia”.
Che domanda inutile, pensai, e rimasi un istante muto. “E tu?”
“Ho detto che c’è una cosa del genere”, poi giù a ridere. Era proprio così!

Mi venne in mente quel pomeriggio di più di quindici anni prima quando ero tornato a casa dicendo ai miei genitori che il liceo mi annoiava mortalmente – e così la città e così gli amici e così i parenti – e che ora basta, non ne potevo più. Eccoli i problemi della mia adolescenza! Da quel giorno, o poco dopo, erano iniziati anni di peregrinazioni che mi avevano completamente mutato. Non era il caso ovviamente di dire a Ting che stava studiando italiano con uno straniero quasi quanto lei, e che anzi frequentavo io pure l’associazione per cercare in qualche modo di ri-italianizzarmi. Qualcosa tuttavia sono convinto che avesse intuito, e forse anche per questo aveva voluto cominciare a dare lei a me lezioni di cinese – dieci minuti ogni settimana. Mi assegnava i compiti da fare e naturalmente c’eran pure le verifiche.

“Tu leggi sempre, Beppi, non è mica divertente!” dice buttando l’occhio con una bella smorfia al libretto che anche quella settimana avevo tra le mie cose. “A te piaceva la scuola?” finalmente mi domanda, come sorprendendosi di non avermi ancora chiesto nulla quel giorno.
A me? Se non fosse stata scovata una vecchia norma che mi permetteva di dare in fretta l’esame di maturità e andarmene al più presto, chissà che fine avrei fatto. All’università poi mi era stato sufficiente un semestre per scoprire che monotono grigiore sarebbe stata – e c’era il mondo da vivere tutt’intorno! – così mi ero portato i libri in giro per l’Europa tornando soltanto per gli esami. Quale insaziabile desiderio mi sferzava, a ripensarci lì di fronte a Ting, quale ingordigia! Era stata un’impresa spiegare in seguito le date del curriculum: mi ero laureato a Padova, sì, ma non ci ero quasi mai stato. Il dottorato, poi, lo si fa comunque in autonomia. Un giorno avevo detto a un collega americano, scherzando ma non troppo, che la scuola non sapevo praticamente cosa fosse. Non ci aveva trovato nulla di divertente; coloro che arrivavano dal vecchio continente eran troppo spesso tipi dalle biografie incomprensibili, tra la follia e l’eccesso di serietà, specie di pirati in camicia che non si capiva da che diavolo di famiglie fossero spuntati – né perché soffiassero loro i posti. Scoprire a un certo punto che potevo scrivere mi aveva salvato dal finire a fare il burocrate accademico tra le distese di mais del Midwest, anche se un qualche tipo di insegnante prima o poi era inevitabile lo diventassi.

“Mi piaceva imparare” le risposi finalmente “e forse anche troppo. Mi è sempre piaciuto e mi piace ancora”. Ma avrei voluto dirle che la cosa più bella era imparare le persone: conoscere gli altri e se stessi. Solo a questo, ora lo capivo, serviva la letteratura.
La scultura di carta avanzava. Finalmente la riconobbi. In realtà non era un cigno ma il famoso origami della gru. La gru della Manciuria, un animale della mitologia cinese e giapponese che al pari del dragone e della tigre appare in poesie e racconti; porta buona fortuna e purezza. Ne avevo visto anni prima uno dei rari esemplari in natura tra le paludi gelate di Nemuro, nello Hokkaido orientale – era più esile e slanciata di una cicogna, di un estremo candore ma con una macchia di carminio sul capo. Però tacqui, e voltai la testa al cortile della chiesa.

Durante le prime settimane avevo cercato di non badare a quel luogo perché quasi mi ricordava – era un po’ sciatto e costringente – proprio ciò che da ragazzino avevo detestato dell’Italia e da cui io, sì, avevo voluto fuggire: fino al deserto siriano, fino in Giappone. Eppure ora quelle mura avevano tutt’altra apparenza, avrei perfino detto ne emanasse, realmente, uno splendore – neanche fossimo sul minareto di una moschea al Cairo vecchio.

Era come se Ting fosse finalmente riuscita a insegnarmi che nella vita avevo sempre guardato troppo lontano, che lo straordinario era così vicino, era sempre stato lì di fronte ai miei occhi. E infatti a ogni giovedì che passava la mia attesa non solo di lei ma di tutti gli altri sotto il cielo del cortile si era fatta più felice – finché un giorno mi ero accorto, con una certa sorpresa, che ero perfettamente, vergognosamente felice. Certe volte mi ritornava in mente un passaggio del Canone pali, che è un po’ la grande madre del pensiero asiatico, dove la mente serena viene descritta come un lago quieto e del tutto limpido, attraverso cui si scorgono i ciottoli a uno a uno. “I ciottoli a uno a uno” mi ripetevo mentre aspettavo seduto sulla panchina a guardare alte le nubi bianche nell’azzurro, e più sotto le macchie dell’intonaco scrostato che mi parevano – chissà come – altrettanto belle. Che fossi finalmente del tutto adulto? Oppure di nuovo un bambino?

“Ma è vero che restano solo tre lezioni?” mi domanda. “Non si può continuare?”
“Non credo”.
Rimase in silenzio, come assorta. “Anche solo per l’estate?” insisté.
“Vorrei anch’io. Ma forse le cose sono belle proprio perché finiscono” le dissi cercando di convincere entrambi.
Intanto le sue dita andavano eseguendo le ultime pieghe. Era concentrata, tuttavia ai bordi degli occhi notavo il rossore dell’affaticamento. A un certo punto emise un sospiro. Poi riprese ancora più in fretta, mentre io terminavo di ritoccare il dragone per farlo assomigliare almeno un poco all’animale magico che doveva essere.

Si dice che a volte i draghi appaiano in sogno: lo si spera perché se ciò avviene giungerà forza e fortuna. Potrebbe succedere a una ragazzina per esempio, di ritrovarsi nel sonno a camminare nella Cina del Sud, vicino alla grande città che abitava prima di venire in Italia, lungo un fiume che scorra chiaro tra campi verdi forse non più esistenti, forse mai visti. Dall’acqua uscirebbe allora il mio dragone con la sua mole immensa ma soffice e lei non ne avrebbe alcuna paura. Egli si porrebbe ai suoi piedi con un ringhio mite e la ragazzina poserebbe la piccola mano sul suo collo, proprio come a un cavallo – prima di sistemarsi a cavalcioni afferrandosi dietro alle orecchie. Con un moto dolce lui si alzerebbe più leggero dell’aria, e a un cenno di lei la porterebbe chissà dove non nello spazio ma nel tempo.

Le due ore ormai si erano concluse.
“Non li vuoi fare i compiti di cinese, vero?” mi domanda. “Ma la prossima volta te ne do il doppio. E studia meglio, che ti interrogo di nuovo”. Poi “Ecco qua”. Aveva finito. “Sono una genia!”
“Guarda che si dice genio”.
“No, no. Una ge-ni-a” scandiva fissandomi negli occhi, mentre contemplavo il cigno di carta (parola tanto più bella che gru) e pensavo che se c’era qualcuno che poteva rifare la lingua italiana era proprio lei.
Le consegnai il mio foglio. “Tienilo tu. Sarà brutto ma il drago è un portafortuna, giusto?”
E che sempre ti protegga, piccola mia, che sappia sdebitarsi per me!

Lei mi guardò con un broncio diverso dagli altri: un vero serio broncio. Prese il foglio e “Tu tieni questo”, mi disse, e mi offrì il cigno con un gesto in cui vedevo, pur nella mano di bambina, la solennità di una sacerdotessa. Allungai la mia a raccoglierlo e la lasciai sospesa per un istante. Dal pezzetto di carta posato sul suo palmo era sorta in mille pieghe una forma precisissima, espressiva, fragilissima ma altrettanto indubitabile; era lì, era stata lì dentro per tutto il tempo, bisognava soltanto riuscire a riconoscerla – e smettere di cercare altrove.
“Non perderlo mai” mi disse “perché ti porterà qualcosa di bellissimo. Vedrai!”
“Più di così” pensai “che poteva accadere?”

(racconto biografico tratto da un periodo di volontariato presso un’associazione padovana)

*) nome di fantasia.

Rispondi