Lo scorrere delle parole (riflessione sull’interruzione del festival letterario padovano)

Come il sangue che circola nelle nostre vene la letteratura è un fluido in movimento più che una collezione di oggetti verbali immobili, inerti, indipendenti. Anche il libro nato nel più intenso isolamento non soltanto porta in sé la traccia di innumerevoli altri libri ma una volta concluso non è concluso: perché si rivolge ai lettori cui viene donato e rivive circolando attraverso le loro letture. Tutti i libri terminati sono sempre in attesa: aspettano di essere riaperti. Ma per rivivere hanno bisogno di una rete di insegnanti, critici, volontari, sostenitori che ne possa rendere possibile il movimento, come di tanti cuori che spingano per la società quel flusso di testi e parole che per secoli ha irrorato i nodi della vita associata europea.

Questa rete di trasmissione attraversa oggi un periodo di profondo riassestamento per una varietà di motivi, uno dei quali sono le difficoltà di istituzioni storicamente preposte alla circolazione letteraria. Penso non soltanto alle scuole ma anche all’università: per quasi due secoli luoghi di canonizzazione e trasmissione della cultura umanistica, le facoltà di lettere si sono via via trasformate in centri di produzione di un sapere para-scientifico che ha sempre meno a che fare con l’esperienza dell’arte letteraria. I loro docenti hanno subito una progressiva espulsione dalla sfera pubblica accettando di operare entro ambiti spesso rigidamente dominati dall’interesse professionale – prospettiva che ha poco a che fare con l’esperienza letteraria, sia essa scrittura o lettura. Sempre di più c’è la necessità di una rete alternativa di mediazione delle lettere che le possa effettivamente trasformare in prassi, in vita. Alcune delle principali iniziative che stanno cercando di sopperire a questo vuoto sono i circoli di lettura e le fiere letterarie, che in Veneto hanno avuto in Bruna Coscia una delle persone maggiormente impegnate nel loro sviluppo.

Nei book club la lettura è messa in evidenza come attività di trasformazione personale più che come ricerca di verità oggettive sul testo: nelle loro riunioni emerge come la medesima opera possa suscitare effetti diversi in diversi lettori e come i libri non siano realtà date una volta per sempre ma occasioni di attività dinamiche e trasformative. In modo non dissimile le fiere letterarie mettono in discussione la natura in apparenza disincarnata degli oggetti testuali. Permettendo di ascoltare la voce viva dell’autore mostrano che dietro ai romanzi esistano sempre delle vite concrete, in costante mutamento e costante interazione le une con le altre, con il pubblico e la tradizione pregressa. Da queste vite sorgono parole che non vogliono sottrarsi al divenire ma che piuttosto lo abbracciano in quel modo particolare che è il modo letterario, offrendo a tutti coloro che vorranno leggere la possibilità di un’infinità di esperienze vissute.

Iniziative come fiere e book club sono rese possibili dall’impegno straordinario di cittadini che operano spesso a titolo gratuito o semi-gratuito. Si tratta di benemeriti della cultura la cui azione nel nostro tempo ha qualcosa di meraviglioso: nascendo dal basso, spontaneamente, e assumendo forme di socialità profondamente democratica in un periodo che vede invece il prevalere di tendenze opposte. Essi meritano un appoggio e un rispetto profondi che però, come abbiamo visto di recente, non sempre ricevono. Eppure pochi tra noi possono essere in dubbio: uno dei motivi per cui le nostre società, incluse quelle urbane venete, mostrano ancora segni di tenuta nonostante le difficoltà, sta proprio nella capacità d’auto-organizzazione dimostrata da iniziative quali La Fiera delle Parole. Non so che cosa sarà del festival che l’amministrazione di Padova cercherà di imporre dopo aver voluto disfarsi di tanti anni di esperienze accumulate: non posso che sperare che esso non sia ciò che temo. Ma soprattutto spero che l’energia e l’abilità di chi si è prodigato tanto per la circolazione della letteratura non vengano perdute, e mi auguro che altre città del Veneto o d’Italia sappiano trovare il modo di impiegarle.

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