Elogio dell’amor de lohn: il sapere letterario e la distanza

Al posto di raccontarvi soltanto del mio libro – di come è nato, dei suoi temi, dei suoi personaggi, le cose che si fanno in simili occasioni – vi propongo di impiegare quest’oretta per parlare anche di… presentazioni: vorrei cioè che per un momento ci domandassimo cosa stiamo qua a fare. È una domanda molto più interessante di quanto non sembri, e ci può aiutare a mettere a fuoco una questione ancora più vasta e mai sufficientemente trattata – e cioè che cosa mai sia la letteratura, di cui appunto il libretto che ho tra le mani vorrebbe essere un esempio. Le presentazioni, e parlo di quelle letterarie, sono diventate fenomeni sempre più diffusi tanto che fanno ormai parte, forse anche di più rispetto a qualche decennio fa, della normale vita socio-culturale delle nostre città; ci sono ormai fiere letterarie ovunque e chi scrive pare non stia mai a scrivere ma più che altro a parlare. Questa diffusione ha vari motivi: non mi soffermerò su quello più ovvio che è per me il meno interessante, e cioè la necessità di promuovere un prodotto; e nemmeno su quello un poco meno ovvio, ovvero che questi eventi esprimono una nostalgia verso una civiltà letteraria vagheggiata e forse mai esistita, fantasma o sogno che si sta oggi espandendo non perché il nostro tempo abbia più sensibilità letteraria di altri – ci mancherebbe – ma piuttosto perché tra tante arti o defunte o in grave crisi la letteratura è una delle poche che ancora sopravvivano: così si trova quasi sola, né si sa per quanti anni o decenni ancora, a occupare lo spazio dell’esperienza estetica. C’è un altro motivo che mi interessa di più: credo che oggi le presentazioni cerchino di realizzare, come d’altronde dice la stessa etimologia della parola, un desiderio fortissimo e direi tipico del periodo in cui viviamo, di contemporaneità e di compresenza. Autore, pubblico, opera, che rappresentano i tre capisaldi, i tre vertici del triangolo della circolazione letteraria sono in questa occasione tutti riuniti nello stesso tempo e nello stesso luogo, neanche una magia avesse annullato le distanze, molto vaste, che fino a quel momento li separavano. Ecco allora che lo scrittore ha finalmente l’opportunità di dire al suo pubblico chiaramente e inequivocabilmente quale era la principale delle sue idee quando ha scritto il libro, ed ecco che il pubblico può finalmente sentire dalla viva voce dell’autore esattamente cosa il libro significhi – possibilmente in un numero ben determinato di frasi. Ricordo che quando ero più giovane cercavo qualcosa di molto simile leggendo: volevo cioè ridurre tutto il contenuto di un lungo testo a una riga, a una formula quasi matematica, per poi immagazzinarla negli scaffali della memoria e portarla con me per sempre. Nelle presentazioni si ricerca una sorta di estasi dell’unione ancora più profonda: come se il triangolo della circolazione letteraria potesse magicamente accorciare i propri lati facendoli coincidere l’uno all’altro e trasformandoli in un unico punto.

Ma se questo amore per le presentazioni riflette più che il nostro amore per la letteratura un atteggiamento culturalmente e storicamente determinato – quello di noi, donne e uomini dell’inizio del ventunesimo secolo, travolti da un flusso di informazioni inesausto e continuo che viviamo nel momento in cui accade – allora non è nemmeno un caso che si ci si imbatta tanto spesso in “festival” della letteratura. È un’espressione se vogliamo un po’ bizzarra e pure un po’ ridicola, ma anche interessantissima perché rivela come si ritenga che la letteratura sia in qualche modo legata alla dimensione del piacere: e il tempo del piacere è appunto il tempo del presente. Quanto non si parla oggi del piacere della lettura? Come se non avessimo già a disposizione, forse più che in qualsiasi altro momento della storia della nostra specie, una quantità senza fine di occasioni di entertainment, ma soprattutto come se non potessimo immaginare che un’attività possa essere meritevole d’attenzione pur non intendendo trarci precisamente piacere. Perché la letteratura – voglio dirlo chiaramente – non ha affatto come obiettivo il nostro intrattenimento, né io ho voluto con Medio Occidente trasformarmi in una sorta di intrattenitore verbale: è sconcertante no? Dedicare il proprio tempo a qualcosa che non ci fa divertire o “star bene”? Ma come ci fa stare allora? Cosa crea in noi la lettura se è vero, come è vero, che essa è spesso anche fatica, concentrazione duramente continuata, addirittura noia? Il problema è che essa non appartiene al tempo della contemporaneità immediata ma a un tempo diverso, ed è per questo che in una presentazione l’autore non può rendere il libro compresente e contemporaneo a noi – cosa che non potrei mai riuscire a fare ora col mio romanzo. Per cercare di capire che succede in un testo letterario bisogna secondo me fare il discorso inverso: non tentare di ridurre il triangolo della letteratura, formato da autore opera pubblico, a un solo punto, ma lasciare che esso si espanda, che si dilati, insomma lasciare che vinca non l’avvicinamento ma la distanza. Mi spiego meglio.

Ci sono tre tipi di distanze che separano e uniscono i vertici del sistema di circolazione letteraria, ovvero noi tutti che stiamo qui stasera: la distanza dell’autore dal pubblico, dell’autore dall’opera, e del pubblico dall’opera. Nelle scuole di scrittura, che per mia fortuna non ho mai frequentato, una delle cose che insegnano nei primi cinque minuti della prima lezione è che bisogna che sia chiaro per chi si scrive – bisogna cioè che l’autore riduca o azzeri la distanza che lo separa dal suo pubblico. Non è una sciocchezza, questa è una regola antichissima che risale alla sofistica greca e sta alla base della stragrande maggioranza della comunicazione verbale e non verbale: bisogna ben conoscere il proprio destinatario, sapere ciò che vuole, per poter poi proporgli la nostra storia in modo tale da convincerlo. Si tratta infatti di una logica di persuasione e trova la sua espressione più completa nei testi pubblicitari, che sono non a caso il risultato di lunghe analisi di una particolare nicchia di clienti per i quali si vuole concepire un messaggio talmente calzante ed efficace che spesso non si renderanno nemmeno conto di averlo assorbito. La letteratura però vuole non persuaderci anzi al contrario generare in noi qualcosa che forse è proprio il contrario della persuasione avvicinandosi piuttosto a uno stato di interrogazione, e per farlo l’autore deve non annullare le distanze ma invece allontanarsi dal pubblico, senza tuttavia staccarsene completamente perché senza di esso il suo lavoro non avrebbe senso. Non si contano le testimonianze di quanto sia necessario fare un passo indietro rispetto ai propri destinatari, arrivando in alcuni casi a scrivere addirittura per qualcuno che esiste solo potenzialmente (il “lettore ideale”) o che ancora non è nato (è il grande tema della posterità, che ha secondo me ben poco a che fare con l’idea di gloria) per evitare che ciò che esce dalla penna non sia semplicemente una riformulazione dell’esistente – una pubblicità, appunto. Può sembrare qualcosa di stranissimo in una società talmente dominata come la nostra dal desiderio di mettersi in pubblico, di rendere anzi pubblico ogni minuto della nostra vita, ogni nostra più piccola azione. L’estrema privacy, invece, è una condizione fondamentale nel processo di scrittura, una delle caratteristiche che oggi lo rendono estremamente specifico – forse addirittura più di quanto non sia mai stato in passato.

Non è un caso, mi viene da pensare, se questo romanzo che parla di Italia e di Medio Oriente è stato scritto in un luogo diverso da entrambi, in un campus nel Midwest degli Stati Uniti; cioè lontano dai dibattiti allora in corso sull’immigrazione in Italia, e lontano dalle fobie europee per l’alterità islamica – discussioni che non avevo nessuna intenzione di riproporre, così come non volevo imitare posizioni meramente multiculturali. Non volevo però nemmeno semplicemente rovesciarle, bisognava invece offrire una prospettiva che rimettesse in discussione tutte le altre: bisognava che un personaggio italiano, in questo caso una ragazza della borghesia padovana, ci costringesse sì a rivedere tutta la retorica italiana sui valori della nostra cultura, ma che allo stesso tempo il coprotagonista, un giovane arabo immigrato in Italia, cercasse proprio i valori di cui quella retorica parlava. Ho voluto in altre parole costruire un libro intrinsecamente ambiguo, che potesse essere visto da più di una prospettiva proprio come quelle chiese venete – penso al Santo di Padova che sta in quarta di copertina, oppure alla basilica di San Marco di Venezia – che sono simboli della “nostra” cultura nello stesso esatto momento in cui ci mostrano che quella cultura ci giunge da qualche altra parte, è una cultura cioè già da sempre meticcia e legata ad altri centri di civiltà del Mediterraneo.

Eppure, vedete, niente garantisce che ciò che vi ho appena detto sia del tutto vero, perché c’è qui una seconda distanza che entra in gioco, ed è quella tra il testo e l’autore, che fa sì che non sia affatto sicuro che chi ha dedicato molte centinaia o migliaia di ore a scrivere un libro sia effettivamente in grado di parlarne meglio di chiunque altro. Potrei aggiungere ad esempio che Medio Occidente riflette sul disfacimento che sta vivendo la società italiana e sull’inerzia della mia generazione, legata non tanto a problemi economici (sebbene ci siano anche questi) quanto a qualcosa di molto più grave, cioè il vero e proprio esaurimento di una civiltà: uno svuotamento politico e civile, oltre che più strettamente culturale. Potrei dire poi che allo stesso tempo ho voluto esplorare il dinamismo dello spirito dei migranti, che senza che ce ne rendiamo conto esprimono a volte una serie di valori etici che sono più occidentali dello stesso Occidente. Eppure ci sono molti altri aspetti di questo libro di cui non posso avere piena coscienza e che soltanto un lettore, cioè voi, potete ritrovare, perché così come la scrittura letteraria è un processo di distanziamento dal proprio pubblico, essa lo è anche dalla propria opera. Non solo non è vero, ma è profondamente fuorviante sostenere che si scriva principalmente per esprimere se stessi – un altro di quei luoghi comuni che invece di illuminare offuscano le specificità della letteratura. Tutto al contrario la creazione di un testo è un processo di oggettivazione dei materiali che offrono sì la propria biografia psicologica, le proprie letture, il proprio ambiente, ma che vengono poi trasformati in qualcosa di esterno, di diverso, di autonomo da noi: in una sorta di orologio di idee che non segna più soltanto l’ora dell’autore ma può segnarne molte altre – quelle di chi lo legge. L’io dell’autore qui non c’entra nulla, anzi forse la composizione di un romanzo è uno dei modi più efficaci proprio per superarlo, allargarlo, aprirlo, trasformarlo, creando nel frattempo un oggetto verbale che permetterà poi al lettore di far accadere in se stesso un processo non così diverso – ed ecco che veniamo al terzo aspetto della discussione.

Se c’è un motivo che ridimensiona la portata delle presentazioni è proprio il terzo distacco senza il quale il triangolo della letteratura, chiamiamolo così, non può esistere: ed è la distanza tra testo e pubblico. Ma come, che senso ha dire che lettore e opera fanno nascere la letteratura quando non sono uniti l’uno all’altra? Ma è un semplice, gratuito paradosso, anzi un’impostura! No, non proprio. La distanza che c’è tra loro non è naturalmente definitiva, è piuttosto la possibilità di un processo di avvicinamento – processo che per realizzarsi ha bisogno di tempo. Ecco che ritorniamo a uno dei temi d’apertura: i testi letterari ci sottraggono alla contemporaneità immediata del tempo presente, per farci attraversare non immediatamente ma mediatamente uno spazio di parole. Facendolo ci permettono di esercitare l’immaginazione ma anche la riflessione analitica, l’empatia e l’intuizione, la memoria sia personale che collettiva e storica, perfino la conoscenza scientifica – e l’attivazione di queste diverse discipline e attitudini permette un particolarissimo dispiegamento della mente, che oggi non avviene in nessun altro tipo di comunicazione, e che è molto di più che non semplice “piacere”. È l’esperienza letteraria, spesso impegnativa, a volte stancante, a volte addirittura noiosa, eppure per chi l’ha conosciuta insostituibile, inestimabile e determinante. Ecco qui dove volevo arrivare. Credo che la cosa più importante che si possa dire oggi sulla letteratura, arte per altri versi diventata così marginale, sia proprio questa: che si tratta di un’attività della mente altamente specifica (un esercizio spirituale, si diceva un tempo) che non può essere offerta dal web né da altre forme di intrattenimento digitale – anzi credo passeranno secoli se non millenni prima che la realtà virtuale possa generare qualcosa di simile – e per accedere alla quale è fondamentale accettare di valicare una distanza. Questo è il senso di quella frase sibillina con cui Calvino diceva che la letteratura nasconde per poi poter ritrovare, e si può pure aggiungere che ciò che viene trovato non si potrebbe ottenere in nessun altro modo. Non si dovrebbe dunque mai dire in una presentazione “di che cosa parla” un’opera letteraria perché essa dev’essere non tradotta in una o più frasi immediatamente esplicative ma semplicemente letta: è cioè proprio la serie di dubbi che sorgono in noi nel momento in cui la leggiamo – “avrà voluto dire questo o quest’altro?” – e sfogliamo le pagine, e andiamo avanti e torniamo indietro e proseguiamo, è proprio questo movimento e processo di riflessione il “senso” del testo, che resta profondamente singolare, individuale e nella maggior parte dei casi irriproducibile (servono cioè molti anni di studio per esprimerlo, e a questo pensano quei lettori d’eccezione che sono i critici, che naturalmente mai si sognerebbero di sostituire il loro commento all’opera commentata, eterna generatrice di altre prospettive).

So di correre il rischio di diventare troppo filosofico, tuttavia l’aspetto temporale della questione è interessante e merita un’ultima nota: è vero che le parole scritte ci vogliono portare altrove rispetto alla contemporaneità immediata della presentazione, è vero anche che attivano in noi un processo individuale e unico; ma non tutto si esaurisce qui. Quando la mente si espande, quando la riflessione si estende, si moltiplica, si complica, l’io del lettore entra attraverso il testo in un nuovo rapporto col suo mondo – e questo rapporto, dopo essere progressivamente sorto, finisce per esistere in un tempo che non è più quello diacronico di un processo e nemmeno la temporalità immediata della presentazione: è un tempo nuovo, e qui mi fermo. Mi pare saggio chiudere invece con una nota un po’ meno trionfalistica: a lungo l’esercizio spirituale della letteratura ha avuto nel nostro continente applicazioni anche eminentemente pratiche. Pensiamo soltanto al suo valore sociopolitico: è proprio grazie alle dinamiche mentali, o meglio spirituali, di cui abbiamo parlato che la letteratura è riuscita a stimolare il concepimento di quel tipo di cittadino critico, politicamente attivo, informato, compassionevole, colto, che è stato al centro dello straordinario esperimento istituzionale della socialdemocrazia europea. Si può anzi dire che c’è stato in Europa un legame fortissimo e forse ancora sottovalutato tra cittadino e personaggio, e che la socialdemocrazia è stata in fondo un grande sogno umanistico – sogno che come sappiamo sta tramontando per probabilmente mai più ritornare. Pochi sanno cosa ci aspetta, ma voglio chiedervi per un attimo se si potrà dire del futuro quello che si poteva, penso, dire del passato: le poche persone che ancora continueranno a leggere diventeranno forse facendolo cittadini migliori? O professionisti migliori? Sappiamo come la società odierna già sia impostata in modi nuovi rispetto a soltanto pochi anni fa: i tecnici d’oggi, gli analisti finanziari, ma anche i rappresentanti delle professioni cosiddette liberali, gli avvocati, i medici, addirittura i ricercatori universitari vivono ruoli socio-economici dai quali pare che la dimensione critica sia sempre di più esclusa (detta così è un po’ brusca ma credo sia vero, e credo ciò li renda già molto diversi dai loro omologhi del passato più prossimo). Prolungando questi sviluppi si potrebbe facilmente immaginare una società in cui non soltanto la coscienza sociopolitica (espressione già per certi versi obsoleta) non sarà affatto legata alla cultura letteraria, ma dove la letteratura potrebbe perfino cessare d’essere insegnata: perché voler creare dei pensatori, perché esercitare le menti a dispiegarsi nel pensiero, quando la società tecno-autoritaria del futuro – e del presente – avrà bisogno più che altro di impiegati e salariati? Non è forse azzardato dire che il sapere umanistico sta pian piano acquistando valenze che lo rendono non soltanto un pensiero marginale, ma addirittura extra-sistemico e direi quasi un pochettino, ma sì, sovversivo. Grazie.

(In parte tratto dalla presentazione di Medio Occidente alla fiera letteraria Ricomincio dai libri di San Giorgio a Cremano, tenutasi il 27 settembre 2015)

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