Terza lettera di un vicentino a un pietroburghese (su donne, bellezza e potere)

Carissimo Boris,

so che dovevo approfittare del nostro incontro a Parigi per parlare di cose serie, ma mentre scendevamo lungo l’Avenue de France non potevo non notare il susseguirsi di visi femminili: molti arabi o africani, dove assieme al coraggio e alla vitalità di chi non ha paura della vita nella capitale si percepiva quell’audacia nel trucco o nel taglio dei capelli che un italiano come me non riesce a non associare a una certa idea di fille parisienne. Che anche queste nuove francesi riuscissero a far proprio, trasformandolo, lo spirito oramai venerando della parigina en mini-jupe, creativa, emancipata, espressiva e ovviamente piuttosto attraente, mi lasciava piacevolmente ammirato. Non volevo tuttavia parlartene perché mi ricordavo cosa mi avevi risposto quando, a Pietroburgo, ti avevo chiesto dove fossero le bellezze russe di cui avevo tanto letto nei vostri romanzi. La Natascia dell’Idiota per esempio, chi se la poteva dimenticare? Eppure sebbene ci trovassimo allora nei pressi dell’abitazione di Dostoevskij non avevo visto intorno a me nessuna donna nemmeno remotamente comparabile a lei. “Macchè Natascia” mi avevi risposto “per te le russe si chiamano tutte così. Era Nastasya. E poi la bellezza stava nello sguardo. È per gli occhi che si viene in Russia non per il resto. Va’ in Ucraina o in Serbia, sono le slave del sud ad avere quello che ti interessa” e mi ero sentito un idiota nel senso non letterario ma letterale.

Avevo dunque intenzione di starmene ben zitto quando di fronte all’ennesima apparizione qualcosa mi è scappato, e con mia sorpresa non mi hai contraddetto. Anzi ricordando il tuo ultimo viaggio qui da me hai aggiunto che “a Parigi, tuttavia, non si vede niente del genere di quei visi italiani che incontri una volta e non riesci poi più a dimenticare…” Cosacosacosa? A proposito di luoghi comuni vogliamo parlare della bella ragazza italiana, miraggio antidiluviano dovuto più che altro al cinema del dopoguerra – e d’accordo, magari anche a Byron, Stendhal, Rousseau…? Qui a Padova è così facile incontrarne che quando si passeggia in piazza si ha piuttosto l’impressione di essere in un museo di cere riflesse da specchi da circo. Vedi, non si tratta soltanto di me: si immagina sempre che il (paese) vicino abbia ciò che non abbiamo, così l’italiano sogna la francese o la russa, il russo l’italiana o la francese, il francese l’italiana o la russa. E infatti un altro mio amico per l’appunto di Parigi mi ha detto negli stessi giorni che non c’è dubbio, la lingua italiana pronunciata da labbra femminili ha qualcosa di straordinariamente ammaliante, e poi “les filles italiennesmais quand même, c’est fabuleux!” Poi però se si prende la lente e di questo “fabuleux” si va in cerca non ne resta che una sorta di pulviscolo di sogni (o favole) di cui l’uomo contemporaneo, forse perché travolto da una trasformazione straordinariamente profonda del suo ruolo pubblico e privato, evidentemente sente ogni tanto il bisogno di circondarsi.

Ma tutto questo è naturalmente inaccettabile. In tempi di politically correct sappiamo che la galanteria è stata bandita, l’apprezzamento del corpo femminile è diventato semi-criminale, e bisogna fare di tutto per disciplinare rigorosamente l’indiscretezza del proprio sguardo. Ricordi a Chicago come la nostra università fosse tappezzata di poster a caratteri grandi e piccoli con ogni dettaglio delle procedure disciplinari contro il sexual harassment? E mi sembra giusto, dopo decenni di berlusconismo sarebbe ora di importare anche in Italia – e forse pure in Russia – un poco di quell’atteggiamento responsabilmente puritano. Sperando che però le donne non si trasformino poi in uomini. Ecco, secondo me è questo il problema filosofico che sottostà all’ortodossia del nostro tempo, come tu d’altronde mi hai fatto notare in passato: quello della possibilità di comprendere le differenze tra i generi. Il giusto e necessario tentativo di giungere a una partecipazione paritaria di uomini e donne nel corpo sociale corre cioè il rischio di portare alla cancellazione di ogni sensibilità per le differenze tra di essi – che però non per questo smettono di esistere, seppur declinate in infiniti casi specifici e sempre in trasformazione.

C’è dunque qualcosa di vero nel solito adagio secondo cui gli uomini, delle donne, non riescono proprio a capire nulla; se non altro perché la cultura contemporanea vieta persino di immaginare che possa esistere un “femminile” minimamente distinto da un “maschile”. Tanto meno avrei quindi potuto aspettarmi che saresti stato proprio tu, il mio amico più intellettuale, a chiarirmi un aspetto dell’“animo femminile” che avevo per anni tentato inutilmente di svelare. Sono sempre rimasto intrigato da un particolare tipo di belle donne, quelle vistosamente eleganti che camminano nella perfetta certezza di essere osservate, senza esitare a mettere orgogliosamente in mostra le proprie corporee meraviglie. Ebbene, a lungo mi sono chiesto perché lo facciano. Se fossi io una donna, vorrei forse che ogni maschio che incontro si trastullasse precisamente con lo stesso pensiero, salve varianti direi trascurabili? La cosa mi farebbe venire piuttosto i brividi per il disgusto. E invece non si può dire che ciò non sia tranquillamente accettato da non poche ammaliatrici. Perché dunque?

Da un pezzo speravo di risolvere quel rebus e nella nostra conversazione parigina ti comunicai la mia ipotesi: perché il piacere trasmesso dalla coscienza del proprio potere sugli altri, in questo caso uomini, è più dolce di qualsiasi ripugnanza. Il vero grande ammaliatore è cioè l’io, che nella sua ansia di rafforzarsi cerca con ogni mezzo di esercitare un potere sul proprio ambiente – cosa che avviene nella fattispecie con l’esercizio dell’attrazione, non elettromagnetica evidentemente. Ciò spiegherebbe, ad esempio, il volto di pietra e lo sguardo selvaggiamente algido di certe belle che allo stesso tempo, con apparente contraddizione, prodigano liberalmente lo spettacolo delle loro beltà: spettacolo che sarebbe ben più d’orgoglio che d’altruismo. A dirla tutta in quell’algore c’è a volte anche una punta di timore. È uno sguardo simile, credo, a quello degli uomini che stiano guidando auto di lusso ad alta velocità – pagando cioè la sensazione della propria superiorità con una certa coscienza di una vulnerabilità latente.

Confesso che ero piuttosto contento della mia teoria, che non mancava tra l’altro di mantenere intatta la fede odierna in una sostanziale equivalenza tra uomo e donna. “Ciò che dici è vero” mi hai risposto tu “ma non è tutto”. “E che altro ci sarebbe?” “Vedi, Beppi, bisogna farsi la stessa domanda che ci si pone quando si affrontano criticamente i testi: per chi sono stati scritti? E in questo caso, a chi sono rivolte scollature e minigonne? Mi dispiace disingannarti, ma non a uomini”. Non avevo detto io stesso, continuavi, che la reazione di un uomo verso una donna attraente era inevitabile, tautologica? Per questo essa non era qui ciò che importava. Il vero pubblico della bellezza femminile sono le donne stesse: è ad esse che deve giungere il messaggio. Gli uomini non fanno che offrire il mezzo attraverso cui si formula il prestigio di una certa donna in relazione alle altre. “Abbiamo sempre avuto l’illusione d’essere più importanti di quello che siamo” concludevi, “ma le cose stanno diversamente”. Rimasi a bocca aperta perché mi avevi completamente convinto. Ma certo! Questo spiegava ancora meglio i visi di legno, gli sguardi di ghiaccio, le bocche serrate in rabbiosi digrigni, che ci lasciano così perplessi quando osserviamo tanta venustà! E allo stesso tempo la tua idea mi apriva una prospettiva totalmente nuova verso quella specificità femminile che mi aveva così a lungo eluso! Per un attimo, all’angolo tra la chiesa di Saint Étienne e il liceo Henri IV mi sono sentito come in una scena di un romanzo fantascientifico: quando scopriamo che niente è come sembrava, che esseri che ci parevano assolutamente trasparenti non lo erano affatto. Ecco, la donna parla alla donna! E l’uomo non è che una parola del suo annuncio! Non fa che da umile scudiero a guerrieri, anzi amazzoni di ben altro calibro, impegnate in una lotta senza quartiere a colpi di shorts e fuseaux, ma soltanto tra loro! Che rivelazione.

Mi venne però un sospetto. L’entusiasmo con cui abbracciavamo quest’interpretazione non nascondeva per caso un nostro desiderio di innocenza e quindi, in un certo senso, di rivalsa? Mi ricordai che negli ultimi mesi avevamo discusso spesso di Kurosawa. Non c’eravamo forse lasciati un po’ troppo colpire dalle sue donne? Lo sai benissimo anche tu che pochi grandi registi sono stati misogini quanto lui, nei cui film basta sentire il fruscio di un kimono per avere il sentore di qualche orribile tragedia. È quasi sempre da personaggi femminili che sorgono le decisioni più catastrofiche e gli atti più disumani: penso alla mercantessa di Yojimbo o alla dama de Il trono di sangue o ancora e soprattutto alla moglie ambiziosa e vendicatrice di Ran. Un’eccezione è la bella principessa de La fortezza nascosta che però, guarda caso, possiede tratti androgini, pressoché maschili. C’è in Kurosawa sicuramente il tentativo di riflettere sulla diversità di genere che però non per questo resta meno fittizia: “il fruscio di quel kimono da dove proviene se non da una paura maschile?” domandai. Ti eri fatto pensieroso. “Ricordati dei greci” mi risposi “e di come le loro donne incarnassero aspetti estremi della psiche umana: Elettra, Medea, Clitemnestra, Giocasta. La donna greca poteva rappresentare l’estremo della depravazione, sì, ma anche quello della bontà e dell’altruismo, caratteristiche che Kurosawa non ha invece sviluppato”. In effetti quante grandi figure storiche femminili sono state escluse dai suoi copioni! Pensavo alle mogli dei piccoli samurai, donne-martiri che col loro indefesso impegno domestico avevano garantito la rispettabilità di generazioni di famiglie aristocratiche; oppure alle convertite cristiane che durante le persecuzioni mostrarono un coraggio ineguagliabile e una fedeltà al messaggio divino degna dei maggiori santi dell’Occidente; o ancora alle celebri intrattenitrici, capaci di guadagnarsi un’inconsueta libertà espressiva pur nella ristretta cerchia del quartiere dove erano costrette a vivere.

Ma non stavamo forse anche noi, con la nostra teoria, formulando una diversità che nello stesso momento in cui veniva espressa si rivelava inaccettabile? Mi ritornarono in mente le illusioni maschili sulla bellezza delle italiane, delle francesi, o delle russe – tutte beltà inesistenti, cioè esistenti soltanto all’interno di una coscienza sognatrice. Non sono anche le definizioni e le categorie conoscitive qualcosa di molto simile, illusioni formulate da una soggettività che si inebria di un’apparenza di sapere senza alcun valore oggettivo? Non resta la realtà sempre elusiva, fondamentalmente indescrivibile, irriducibile al linguaggio, proprio come dice il famoso adagio sulle donne? Se queste parlano tra loro, non stavamo parlando soltanto tra noi? Ma arrivò la metropolitana e tra sibili e sobbalzi cambiammo discorso, senza renderci conto che era forse il più importante della nostra vita.

Contraddittoriamente tuo,

Beppi

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