Psicologia dello scrittore (1): la noia (creativa)

Mi capita abbastanza spesso di leggere sul sito della BBC brevi descrizioni di recenti scoperte scientifiche. Clicco sui titoli con curiosità e riverenza poi leggo: gruppo di psicologi della tal famosissima università americana dopo lungo studio multimilionario rivela che chi ha più amici è più felice (ma pensa); équipe di professori pluridecorati afferma che la privacy è fondamentale nella crescita del bambino, e che la personalità si può consolidare soltanto in un ambiente relativamente protetto e isolato (guarda un po’); infine, l’altro giorno, la tal luminare della psicologia decide di studiare un fenomeno “ancora poco esplorato”: la noia, e scopre che essa è fondamentale nello sviluppo della nostra creatività (ma no!) Per arrivarci non ha però pensato di leggersi le varie decine di metri di scaffali scritti sul soggetto da autori di tutti i tempi, ha preferito far copiare a qualche studente-cavia pagine intere di elenchi telefonici, per poi testarli in prove di inventiva e notare che chi era più annoiato vinceva. Ebbene, signore e signori, possiamo finalmente affermare che questo stato mentale tanto ingiustamente vituperato è una delle condizioni chiave del sorgere della creatività umana – sebbene chi si occupa di letteratura l’abbia sempre saputo. Di tanta leggerezza delle scienze bisogna però far giustizia, e qual miglior modo che non scrivere sulla noia il più noioso saggio possibile? Comincerà naturalmente con un excursus filologico.

Di indizi che portassero a non sottovalutare il suo potenziale creativo se ne potevano trovare anche al di fuori delle biblioteche: nella lingua per esempio. Non parlo dell’etimologia della parola – dal provenzale “nojo” derivato a sua volta dal latino volgare “inodiare” cioè “rendere odioso”, che sarebbe un inizio bruttino, lo ammetto. Penso piuttosto ai termini con radice “scol-” come “scuola”, “scolastico”, “scholar” (in inglese “studioso”) e via dicendo. Discendono dal greco skholé, “libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico”, insomma “tempo libero”: che mi pare sia una fondamentale condizione di possibilità perché insorga quel sentimento che chiamiamo la noia e che, secondo un’intuizione leopardiana, è generato in noi dagli stati di relativa “uniformità”. Tuttavia i derivati di skholé descrivono non tanto malinconia e tristezza (trascuriamo pure i risolini da cattivi “scolari”) quanto attività legate al mondo della cultura e quindi, evidentemente, della creatività. Nemmeno per i romani le cose stavano in modo molto diverso, d’altronde erano buoni imitatori: anche per loro quando terminavano i negotia publica cominciava l’otium, noioso sì eppure connotato positivamente come tempo della vita intellettuale; purché, naturalmente, i libri di filosofia non distraessero troppo da ciò che contava sul serio, cioè il senato. No, le famose lodi di Cicerone all’ozio non mi hanno mai del tutto convinto, visto che lui stesso se avesse potuto ne avrebbe fatto di buon grado a meno, anzi mi pare abbastanza deludente che alcune delle maggiori opere del pensiero latino siano dovute soltanto a una banale congiuntura storica, quella che impedì a Cicerone di ricoprire incarichi governativi durante la dittatura di Cesare. Ma è col cristianesimo che per la noia le cose si mettono veramente male, e i vocabolari ci dicono che sebbene la sua incarnazione medievale provenga dal greco “a-kedía” cioè “mancanza di dolore” (ed abbia dunque un etimo che ricorda certi bei momenti della filosofia ellenistica) essa veniva bollata niente meno che come vizio capitale. L’accidia “est taedium et anxietas cordis” scrive tal Cassiano nel quarto secolo “quae infestat anachoretas et vagos in solitudine monachos”, erano infatti i cenobiti ad esserne in particolar modo colpiti. L’acedia li allontanava dal bene proprio mentre si dedicavano a contemplarlo, un aspetto senz’altro inquietante e che tuttavia conferma la possibilità che questo stato della mente sia particolarmente legato all’attività dello spirito, quella che oggi chiamiamo creativa.

Il carattere ambiguo dei sentimenti legati a condizioni di relativa uniformità si ritrova anche in tempi più vicini a noi. Così nell’Ottocento abbiamo il “dolce far niente” che Stendhal veniva a cercare proprio in Italia, quell’indimenticabile “plaisir de rêver voluptueusement aux impressions qui remplissent son coeur” che le sue stesse opere ci trasmettono: si tratta di uno spogliarsi da ogni attività dedicata alla soddisfazione della vanità o alle ambizioni economiche, per concentrarsi sui movimenti delle passioni e godere contemplandoli. È un sentimento che mettendoci in relazione con la nostra natura emotiva possiede un fondamentale valore conoscitivo – non a caso ogni volta che il Beyle veniva in Italia a “non far niente” produceva un manoscritto – valore che la noia continuerà a mantenere anche in altri autori. Perderà invece le connotazioni positive ritornando ad assomigliare all’acedia medievale: penso allo spleen di Baudelaire ma soprattutto al tedio descritto da Leopardi. Non troppo lontano dalla Civitavecchia del console francese si tratta per l’italiano del “più sublime dei sentimenti umani” tuttavia in un modo molto diverso dalle rêverie di Stendhal: il “tedio” è nient’affatto gradevole anzi veramente intollerabile, seppur per la stessa ragione per cui il francese godeva del “far niente”, cioè per la sua capacità di metterci in contatto con la natura della nostra vita, che ora si rivela perennemente deludente, insufficiente, mancante. Ecco l’uomo “immaginarsi il numero dei mondi infinito e l’universo infinito e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto”. È in questi momenti che si prova il più acutamente come i nostri desideri restino sempre in eccesso rispetto a noi stessi e al nostro ambiente, e si percepisce quanto siamo intrinsecamente sbilanciati verso l’altro da sé, costretti dalla “malvagità” della natura a non accontentarci dell’insensatezza di quel poco che abbiamo e che è nondimeno la nostra vita.

Ma non spaventiamoci: se nella noia ci si avvicina al pericoloso serbatoio delle nostre energie diciamo pure primordiali, che ribolliscono su se stesse nell’impossibile quiete della mente, oggi tutto ci porta a evitarla. Il nostro tempo l’ha bollata come un vizio capitalissimo e rigorosamente bandita con due strumenti, il superlavoro e l’entertainment, fin dai primissimi anni di vita. I bambini di infinite generazioni li trascorrevano annoiandosi, appunto, e invece i piccoletti d’oggi non han più un momento libero, passano da scuola ad attività pomeridiane, a compiti per casa, a videogiochi, film, in modo che ogni minimo angoletto delle loro piccole vite e piccolissime menti sia riempito di un’attività febbrile. Ciò che accade agli adulti non è molto diverso, e la loro vita è spesso una perenne corsa senza un momento di sosta e se non lo è, beh, male, lo dovrebbe essere, perché ogni sosta equivale a una perdita di efficienza e di competitività, e avvicina un poco di più alla disoccupazione, all’irrilevanza e fondamentalmente alla morte. “Being busy” è la virtù del nostro tempo neo-piccolo-borghese e se ne fa sfoggio, si celebra l’essere occupati, fino allo spettacolo direi tragico ma filosoficamente interessante di professionisti disfatti dal superlavoro che incontrandosi non fanno che celebrarlo. È una scena ormai comunissima in qualsiasi metropoli del mondo “avanzato” e a me è sempre parsa un momento da romanzo fantascientifico: quando in una società basata sullo sfruttamento e la servitù (in alternativa alla disoccupazione) sfruttati e servi si complimentano l’un l’altro sulla straordinaria bellezza della propria vita.

È possibile che stia proprio in questo bando alla noia uno dei motivi di fondo dell’inesteticità del nostro tempo. Fortunatamente però, c’è ancora una piccola categoria di persone che continua ad annoiarsi: oggi lo scrittore è uno degli ultimi specialisti di questo illustre stato d’animo, specie di sommelier del tedio, assaggiatore di grand cru dell’ennui e annate dell’inoperosità. Non dico che siano proprio tutti così, non gli scrittori da due libri l’anno per intenderci. Parlo dei veri, grandi annoiati, coloro che al primo sorgere del profumo di questa famosa dea non distolgono le narici ma respirano più profondamente, lasciando che riempia le loro menti e le loro stanze. Anzi regolano le proprie vite per poter trascorrere ogni giorno almeno qualche ora con lei, spegnendo il telefonino, utilizzando un computer senza wi-fi, dimenticando i messaggi cui devono rispondere – come maître che si chiudano nei caveau più riposti per cercare tra le ragnatele una rarissima bottiglia di Château-Lafite: impagabile elisir di tedio concentrato. Leopardi aveva ragione, quell’elisir non è sempre indolore, ma diversamente dall’entertainment che trascina la nostra attenzione in un sempre nuovo altrove, la pratica letteraria cerca di rendere la noia inoffensiva abbracciandola.

La scrittura, cioè, non è forse che una scusa o meglio una tecnica per poter fare ciò per cui la nostra mente non è stata principalmente creata: ovvero contemplare i propri desideri e il mondo in cui esistono. È come una sorta di antichissimo esorcismo che può trasformare il dolore del tedio non in chissà che straordinaria felicità (che è uno dei tanti miti infondati sulla vita letteraria) quanto in una sorta, nel migliore dei casi, di piacevole rêverie. Allora la mente perde i suoi obiettivi immediati, e come un cavallo cui vengano tolte sella e cavezza comincia a sgranchirsi, a scalpitare, a correre in tondo; le sue energie, non più dirette a successive attività, si inseguono in un gorgo di ricordi, lacerti di immagini, idee, parole fino pian piano a perdere il loro slancio doloroso e a quietarsi in un fiato e un trotto regolari: la traccia degli zoccoli sulla sabbia sono le righe del testo. Sebbene il processo di creazione dell’opera d’arte sia stato preso in passato addirittura a modello d’ogni attività dell’homo faber, mi pare che esso sia soltanto un simulacro della vita cosiddetta attiva. Il testo letterario non è tanto, credo, un’“opera” nel senso arendtiano di “work” quanto un’occasione: perché autore scrivendo e lettori leggendo possano per qualche ora (o anno) smettere di venir travolti dal gioco amaro delle pulsioni, e le loro menti espandersi in modo non più soltanto strumentale oltre il sé verso il mondo. Diceva Stanisław Lem oramai mezzo secolo fa che gli scrittori, diventati incapaci di proporre alcuna verità, continuavano a produrre letteratura come meccanismi che girassero “a vuoto”. Penso che ciò sia vero ma è proprio quel “girare a vuoto”, quel fare senza fare, che è una delle esperienze “più sublimi” della nostra umanità, quando la scrittura ci lascia fissare ciò che il pungolo a saltare sempre nuovi ostacoli vorrebbe invece farci semplicemente usare: la natura a un tempo miracolosa e meschina della vita.

Di certo le pratiche compositive variano: c’è chi comincia a stendere un testo soltanto dopo averne definito l’intreccio, chi invece ama lasciarsi trascinare da scene e personaggi che egli stesso aveva del tutto ignorato poco prima di dar loro forma. Eppure è un’esperienza comune che i manoscritti si sviluppino sempre con un certo grado di imprevedibilità, raggiungendo forme che finiscono per sorprendere coloro stessi che li hanno concepiti. Credo lo spieghi in parte proprio la noia letteraria, che in quanto “esorcismo di desideri” ci può portare a lasciare indietro la stessa volontà di realizzare un’opera. Curioso, eh? Eppure per quanto scrivere paia spesso un atto di particolare tenacia, la nostra volontà spesso giunge soltanto alle sue soglie. Ciò che possiamo decidere di fare è preparare le condizioni perché la scrittura letteraria si sviluppi – leggendo, camminando da camera a cucina, magari passando molto tempo sotto la doccia, e stando soprattutto lunghe ore soli al tavolino: possiamo insomma cercare di annoiarci il più a lungo possibile. Questi, sì, sono atti decisi, non però quello di riempire un foglio bianco – perché è quando il vascello della mente sta sospeso su un mare agitato dalla noia senza più cercare rifugio, è allora che dalle increspature dell’acqua sorgono improbabili disegni, e onde, e mostri marini, e paesaggi di coste e di isole e di lagune. E non è tutto: perché mentre pian piano l’acqua si solleva e ci attraversa, le nostre idee non sono più nostre così come l’acqua che ci bagna il volto è prima di tutto del mare. In altre parole, quando ci abbandoniamo alla scrittura finiamo per contemplare qualcosa che non è più soltanto il nostro “noi” ma che ci precede e determina e supera, col risultato che la coscienza concentrandosi su di sé raggiunge non l’autocoscienza ma la scoperta che più che esistere essa “viene esistita”, come inevitabilmente la pagina “si scrive”.

Si è tanto parlato di professionalità degli scrittori, spesso intendendo con questo nient’altro che l’abbandono della scrittura letteraria a favore di quella di genere. La questione potrebbe essere posta in modo più corretto, credo, proprio attraverso la prospettiva offerta dalla noia. Forse la professionalità si raggiunge semplicemente quando nonostante il premere di impegni e scadenze si è in grado di far nascere in sé lo stato d’animo di chi non è soggetto a pressioni, riuscendo ad annoiarsi pur sapendo di non avere che poche ore per farlo, e senza provar dolore, ma vivendo serenamente la contemplazione della limitatezza della propria vita. Il resto (cioè il testo) verrà da sé, e se ci si annoia a dovere viene sempre. Sarà forse per questo, mi piace pensare a volte, che molti scrittori amano lavorare in compagnia di tranquilli animaletti, gatti specialmente, primo tra tutti il Petrarca affrescato nella Sala dei Giganti di Padova, dove un gatto purtroppo malamente restaurato si vede accoccolato ai piedi della sua scrivania. Quella bestiolina dall’apparenza inoffensiva è in realtà un grande predatore, proprio come noi, una specie di ometto in miniatura ricoperto di pelo morbido e lucente, tuttavia sappiamo che dopo aver mangiato i suoi croccantini si quieta, quasi dimenticasse di essere programmato per seminare la morte e il dolore; e ronfando e facendo le fusa ci dà l’illusione che in qualche modo le logiche che dominano l’evoluzione possano essere superate, e ci sia anche in noi la capacità di sottrarci alle pulsioni che ci trascinano. Certo il gatto non ha un’intera mente dedicata a moltiplicare la sua volontà di vivere in un vero e proprio universo di desideri; dev’essere per questo che facciamo le fusa in modo differente: riempiendo decine e centinaia di pagine, e volumi, scaffali, biblioteche intere e altre ancora di un filo d’inchiostro senza fine.

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