Internet e la mente

L’evoluzione è una madre insieme parsimoniosa e scialacquatrice: l’ha illustrato Stanisław Lem in quel capolavoro ancora ignoto in Italia che è Summa technologiæ, suggerendo come la mente umana, ad esempio, sia una creazione fondamentalmente in eccesso rispetto ai propri compiti. Allo stesso tempo essa non è tanto il risultato di un progetto coerente quanto del solito disordinato arrabattarsi di madre natura, che reimpiegando i sottosistemi su cui si trovava a lavorare da milioni di anni non si è preoccupata più di tanto delle contraddizioni, dei vicoli ciechi, dei conflitti che questa tirchieria avrebbe causato (Lem li illustra nelle pagine di Vuoto assoluto dedicate alla coscienza). D’altronde all’evoluzione non importa nulla del “malfunzionamento”, delle sofferenze o della morte di un’infinità di esseri non riusciti, inclusi noi uomini, purché almeno qualcuno possa sopravvivere adattandosi all’ambiente in costante mutamento – in modo da traghettare verso il futuro più lontano non sé né la propria specie e neppure i propri geni, ma semplicemente il gradiente anti-entropico, cioè la vita. Organismi assolutamente lontani dalla perfezione, non c’è da stupirsi se abbiamo sfruttato in epoche diverse diversi aspetti della nostra mente, e se oggi determinate dinamiche mentali fanno specialmente parte delle nostre vite a discapito di altre: e infatti uno dei punti maggiormente condivisi nelle discussioni sul nostro tempo stabilisce che ci troviamo in un periodo storico in cui la ragione strumentale trionfa.

Ne hanno scritto in molti tra cui Charles Taylor, e quasi altrettanti hanno interpretato questo fenomeno come legato al predominio della sfera economica su ogni altra sfera d’azione della vita umana. Come ha previsto Hannah Arendt una sessantina di anni fa in molti paesi del mondo contemporaneo, specialmente negli Stati Uniti e in certe zone dell’Asia ma sempre di più anche in Europa, pare difficilmente possibile una vita diversa da quella dell’impiegato-funzionario-burocrate, caratterizzata (estrapolo io) dalla routine snervante, dal senso di meschinità e insignificanza, e soprattutto da procedure razionali dirette alla massima efficienza e produttività. Eppure sottolineare esclusivamente questo fenomeno porterebbe a ignorarne un altro considerevolmente diverso che è oggi pure capillarmente diffuso, ed è legato al sorgere travolgente del mondo digitale. Questo ambito culturale tanto giovane e già colossale, e specialmente l’immenso serbatoio non tanto di informazioni quanto di stimoli che è internet, agisce il più delle volte sulla nostra mente in un modo che è ben lungi dall’essere razionale: si sente dire praticamente ovunque che le interfacce che controllano programmi e siti del web devono essere il più possibile “intuitive”, e ormai nessuno più è stupito dallo spettacolo di bambini di pochissimi anni che riescono, in modo totalmente istintivo, a utilizzare le icone di un tablet con destrezza comparabile a quella di un adulto. Non manca perfino chi sostiene che internet ci stia riportando a una sorta di “medio evo” digitale, a una nuova “barbarie” dove ciò che prevale è il gioco delle pulsioni. Quello che è sicuro è che una specifica combinazione di ragione e intuitività caratterizza oggi il nostro mondo, che sembra diviso tra servitù aziendale-burocratica ed entertainment digitale. C’è però come vedremo, o meglio c’è stata, una terza possibilità.

In realtà la divisione tra le due dimensioni non è affatto una separazione completa. Prima di tutto perché ciò che spinge a tener costantemente desto il raziocinio durante le ore lavorative è lo stato di guerra economica di tutti contro tutti che domina le società contemporanee: le nostre noiosissime e solo in apparenza ragionevolissime professioni, avvengono mentre qualcuno ci tiene il coltello alla gola, sia il datore di lavoro o il mercato, e in queste condizioni la ragione procedurale non è che l’inevitabile risposta a un istinto, quella pulsione di dominio/terrore di morte che è forse tra tutte la meno controllabile e la più radicata nella nostra psiche. Così il tale dirigente durante le sue ore di ufficio (e spesso oltre) misurerà ogni secondo del suo tempo per poter raggiungere gli imprescindibili obiettivi che l’azienda gli ha assegnato, pena la buonuscita e un saluto laconico; così l’assistant professor dovrà in ogni modo spremersi le meningi pur di arrivare alla tenure, e non importa se lui stesso sarà il primo a riconoscere l’inconsistenza delle sue teorie, l’importante è che la montagna di articoli prodotta gli faccia “razionalmente” raggiungere il suo scopo; non diversamente l’ingegnere civile, razionalissimo esecutore di grandi cantieri, non avrà il tempo di preoccuparsi degli scempi ambientali che il suo lavoro potrà causare, e via dicendo: la loro ragione strumentale è uno strumento, appunto, dell’istinto originario della necessità vitale, da cui siamo ormai talmente dominati che la famosa “pursuit of happiness”, scopo teorico delle società liberali, si è di fatto tramutata in una pursuit of survival. Una certa commistione di ragione e pulsioni è riscontrabile naturalmente anche nel web: per quanto internet stimoli continuamente l’istintualità dei suoi utilizzatori, allo stesso tempo essa è il vettore di una moltitudine di campagne pubblicitarie che per le aziende che le creano (e non per i “navigatori” che le subiscono!) rappresentano un mezzo impiegato razionalissimamente, calibrate come sono attraverso una gran mole di indagini sociologiche, psicologiche, addirittura antropologiche – sebbene anch’esse sottostiano, a un livello ulteriore, alla fondamentale pulsione di sopravvivenza non dell’individuo ma dell’azienda.

Nonostante quest’intrecciarsi di ragione e pulsioni è tuttavia indubitabile che il proliferare della sfera digitale stia iniettando nella cultura contemporanea un’ondata forse senza precedenti di stimoli agli istinti, e che fa pensare a quel vero Belzebù dei benpensanti che era un tempo la televisione degli anni Ottanta, come a una cara vecchietta pudibonda. Chiunque avrà notato quanto negli ultimi anni sono cambiati i siti di informazione, quelli dei quotidiani nazionali ad esempio, dove metà della pagina è oggi stabilmente occupata da servizi di gossip, fotografie di gattini e coniglietti o meglio conigliette. L’ammiccare di almeno un seno è assolutamente imprescindibile anche nelle prime pagine delle testate più illustri, perché ad esso segue inevitabilmente un click del nostro mouse e della nostra mente (maschile) che da centinaia di migliaia di anni reagisce esattamente nel medesimo modo alla vista di una nudità femminile. Qualsiasi redazione online sa che questi contenuti “primordiali” sono fondamentali per aumentare il traffico e trattenere per qualche istante l’occhio del lettore, cioè finché incontri non il titolo di un articolo ma una pubblicità – e qui i redattori tirano il primo sospiro di sollievo: ecco che i contenuti sono pagati. Quella pubblicità sarà probabilmente efficace visto che non solo sarà stata analiticamente congegnata per la massima “intuitività” ma sarà inoltre, come accade sempre più spesso, ritagliata sul particolare profilo di cliente potenziale che il caro fratellone Google ci avrà attribuito, dopo averlo costruito grazie alla scansione automatica della nostra casella di posta (mi è capitato recentemente di vedermi offerti servizi per romanzieri – da non crederci). Se il malcapitato “navigatore” non si sarà già stancato di tanta confusione, con le ultime forze della concentrazione cliccherà sopra uno dei titoli, quello con la scritta più nera e le lettere più grandi (scelto cioè di nuovo dall’intuito) e ne leggerà le prime righe, non di più: d’altronde vista la qualità dei quotidiani online non si perderà granché. Cliccherà infine sulla crocetta in alto a destra ed ecco che tutto si chiude.

Non parlo nemmeno della quantità semplicemente strabiliante di pornografia che intasa il web, vero e proprio paese di cuccagna virtuale o meglio sordida cloaca di dimensioni planetarie. Ma c’è forse qualcosa di tanto diverso nel modo in cui siamo continuamente tentati da miriadi di giochetti digitali? O in cui finiamo per controllare senza motivo la posta elettronica – ben sapendo che non aspettiamo niente di importante – decine o centinaia di volte al giorno? Che dire allora di quando ritorniamo a visitare la pagina di una certa rivista online sapendo che ci dobbiamo invece concentrare su quella che stiamo scrivendo? Oppure della vera e propria dipendenza psicologica, comparabile a quella che si sviluppa per certe sostanze psicotrope, che certuni provano per Twitter o Facebook, mezzi di “comunicazione” digitale che solleticano più che la corteccia cerebrale qualche nodo neuronale ben più profondo e arcaico? Come avrete capito non sono un utilizzatore forte di internet: qualsiasi adolescente saprebbe aggiungere molti altri casi analoghi che ignoro totalmente. Vero è che anche se fossimo stati a lavorare non su un computer ma su una macchina da scrivere la propensione della mente umana alla distrazione ci avrebbe portati comunque ad abbandonare per qualche minuto il nostro compito; tuttavia ciò non sarebbe in nessun caso avvenuto tante volte al giorno. La nostra coscienza, evidentemente, non viene sempre controllata quando reagiamo a uno stimolo digitale: sono decisioni che appartengono la maggior parte delle volte a strati della mente affatto ardui da disciplinare, specialmente quando tutto è così facile come muovere un mouse e ogni cosa appare e scompare tanto agevolmente. Ciò che invece non tornerà mai più è il tempo: quello della nostra vita breve e fragile che internet si sarà inghiottita per sempre.

Ma possibile che dopo centinaia di migliaia di anni di storia della specie siamo ancora in balia degli automatismi del nostro cervello, e proprio quando si sente dire da ogni parte che ci apprestiamo a varcare la soglia verso il post-umano? Possibile che ci troviamo di nuovo ad essere travolti dalle passioni nella forma dell’entertainment digitale, quando per secoli si è creduto che la produzione culturale dovesse formare una sorta di intercapedine tra lo “spirito” dell’uomo e i suoi istinti, così ardui da controllare? In realtà le novità non mancano, perché ciò che su internet ci attira o diverte fa quasi sempre guadagnare qualcun (altro) e spesso senza che ce ne accorgiamo: così che la nostra istintualità diventa attraverso il marketing che l’attiva una risorsa dello sviluppo economico e tecnologico, un catalizzatore che porta alla sua accelerazione. Questo è, credo, uno dei motivi dell’impressione di cecità che ci trasmette il “progresso”: esso è cieco proprio perché la sfera digitale ci spinge in ogni modo a tenere chiusi i nostri occhi intellettuali, come quando dopo aver assimilato in modo semi-conscio lunghe campagne pubblicitarie “decidiamo” finalmente di comprare l’ultimo modello di iPhone. In modo simile contribuiamo alla produzione di montagne di altri oggetti spesso inutili o deleteri, siano accessori automobilistici tanto ipertecnologici quando ridicoli, o videogiochi su cui squadre di centinaia di programmatori prodigano un’infinità di lavoro: nati semplicemente perché non siamo in grado di controllare gli automatismi dei nostri istinti. Il che tuttavia non significa affatto che tra tante invenzioni, statisticamente, non ne sorga qualcuna che possa guidare l’evoluzione al prossimo stadio, quello post-umano. Tra tanti topi in un labirinto, scriveva Lem, sarebbe sorprendente se uno di essi non riuscisse a trovare una via d’uscita: l’evoluzione biologica ha cioè sempre proceduto a tentoni, eppure questo non l’ha affatto fermata, perlomeno sul nostro pianeta. La tecnologia non sembra molto diversa. Nonostante il suo sviluppo casuale anch’essa procede inarrestabile – pensiamo ad esempio ai passi avanti nello studio dell’intelligenza artificiale, legati in parte proprio all’industria dei videogiochi – e tanto in fretta che non si può certo temere per il futuro della vita sulla Terra: essa continuerà sicuramente ad esistere, soltanto che non avrà più forma umana.

Ma proprio perché la nostra specie è un prodotto accidentale dell’evoluzione, ritroviamo nella mente anche aspetti diversi da quelli che oggi dominano il nostro mondo. Essa ha la possibilità di operare in modo non razionale né istintivo. Si tratta di una sorta di eccesso di attività cerebrale, se vogliamo, che non è per nulla “superiore” ad altre operazioni mentali, anzi caso mai il contrario visto che sembra destinato a scomparire lasciando ben poche tracce. È ciò che è stato alternativamente chiamato la capacità di percepire l’“essere nel suo apparire” (H. Arendt), semplicemente il “pensiero” (G. Pasqualotto), oppure la ricerca della “consapevolezza della precarietà delle cose” (il “mono no aware” di Motoori Norinaga e altri artisti giapponesi) e in decine e centinaia di altri modi… insomma mi riferisco all’esperienza estetica, che credo abbia la caratteristica di essere un tipo di attività non esattamente strumentale, non volta cioè a perpetuare il nostro dominio sulla natura e sugli altri. È come se l’evoluzione ci avesse dato la possibilità – forse semplicemente per un suo “errore” – di sottrarci non a essa (di cui siamo ovviamente un risultato) e nemmeno alle sue logiche ma piuttosto all’obiettivo fondamentale che inscrive nella maggior parte delle sue creature: quello di permanere nel tempo. Certo, gli oggetti d’arte permangono, a volte quantomeno, tuttavia l’atto di chi li crea e li fruisce pare appartenere a una dimensione diversa dal desiderio di durare. Così in molte tradizioni orientali e occidentali le attività dello “spirito” o della “mente” (sati) hanno avuto come caratteristiche ricorrenti il disinteresse, l’abnegazione, la rinuncia al sé, la dedizione totale all’opera, ecc., differenziandosi tutto sommato abbastanza nettamente da quelle legate alla pulsione di dominio/terrore di morte. Si tratta di una serie di esercizi spirituali molto diversificati nel tempo e nello spazio – come la meditazione, il romanzo, il misticismo, ecc. – che al contrario della ragione strumentale e degli istinti, entrambi processi fondamentalmente automatici e im-mediati della nostra mente, rappresentano pratiche altamente mediate (da stili, convenzioni, regole, altre opere, ecc., che possono venire sì superati, ma progressivamente) e che in genere richiedono decenni di auto-disciplina. Ciò non implica, tuttavia, che riescano a sottrarsi alla necessità che governa la vita umana: l’evoluzione può anche muoversi casualmente, tuttavia una volta stabilita la caratterizzazione genetica del singolo organismo questo ne viene fondamentalmente limitato. Se anche la vita dello “spirito” fosse il risultato di una scelta, essa avrebbe in ogni caso un margine di libertà tra il minimo e il nullo; e infatti è assai comune sentire gli artisti sottolineare l’impossibilità in cui si trovano di fare una vita diversa, e che cercando con gran difficoltà di esercitare le loro facoltà non strumentali non fanno in fondo che realizzare un destino già scritto. La loro non-scelta potrà forse portarli a raggiungere un grado di benessere che non è conosciuto da chi è travolto da una vita diversa, tuttavia ciò pare non essere che un effetto secondario di un’attività che non ha per scopo che se stessa, e che non si smetterebbe di ricercare neppure se essa, come d’altronde spesso accade, generasse invece dolore. In altre parole, un notevole grado di automatismo esiste probabilmente anche nell’arte, sebbene a un livello ulteriore rispetto alle occupazioni che dominano il nostro mondo.

Per un brevissimo momento storico, alla fine degli anni Sessanta, si è sperato che la cultura dello “spirito” potesse essere democratizzata e diventare parte della vita di una moltitudine di soggetti; più di qualcuno di sicuro si aspettava che le cose non sarebbero andate proprio così, ma credo che in pochi si immaginassero quanto sarebbero state diverse. Tanto che quel benedetto spirito non pare oggi che essere un altro dei tanti molteplici infiniti vicoli ciechi dell’evoluzione, pronto per essere abbandonato una volta per tutte come già tanto spesso è accaduto. Ogni abbandono definitivo è di certo sempre un poco rischioso per l’evoluzione: annichilendo del tutto la sfera dello spirito si perderebbe una risorsa che in un futuro anche lontano potrebbe rivelarsi utile in modi insospettati… naah, in realtà è quasi certo che non sarà così e d’altronde i giochi paiono ormai fatti, ora che grazie alla combinazione di istinto e ragione strumentale propagata dal mondo digitale/neoliberale una nuova specie post-umana sta già sorgendo. Il suo aspetto iniziale rimane ancora poco chiaro (saranno reti di cyborg, organismi totalmente sintetici, o chissà che altro?) ciò che è indubbio è che si rivelerà molto più adatta di noi a un pianeta sempre più inospitale all’homo sapiens sapiens (e praticamente invivibile allo spiritualis) semplicemente per il fatto che si tratterà di una specie autoevolutiva. Lei, sì, saprà cavarsela, noi umanisti saremo scomparsi già da molto tempo.

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