Seconda lettera di un vicentino a un pietroburghese (su una certa idea d’Italia)

Carissimo Boris,

avrei dovuto anticiparti che l’Italia può essere un luogo terribile, e non perché deluda ma perché può a volte soddisfare i propri desideri anche troppo esattamente – sebbene ognuno di noi sappia che certi desideri non bisognerebbe mai cercare di esaudirli. Era settembre eppure siamo arrivati a Sirmione con un sole di maggio rotto qua e là da nubi sottili e veloci, di quelle che invece di coprirlo rendono il cielo ancora più luminoso. Camminavamo lungo la riva orientale della penisola che si inoltra nel lago, e dopo aver disteso lo sguardo sulle onde verso i colli della Valpolicella ci siamo per un attimo fissati l’un l’altro con lo stesso pensiero negli occhi: pareva ci trovassimo in una scena non della realtà ma della fantasia. Inevitabilmente ho pensato che certi luoghi d’Italia fanno ormai parte dell’immaginario globale come quelle “colline toscane” di cui mi avevi parlato in autostrada (nonostante fossimo in Lombardia): sono lacerti di un paesaggio non solo reale ma mentale che ha avuto descrittori o meglio ri-creatori tanto illustri che ognuno ne conosce i nomi – Poussin, il Lorenese, Stendhal, Goethe e molti altri, i più naturalmente stranieri. Così quando oggi cerchiamo di immaginare un idillio, in Russia ma pure in Italia, a volte lo costruiamo ricombinando le fattezze degli angoli più pittoreschi di questo paese, senza aspettarci tuttavia di poter realmente finire nel suo bel mezzo. Siccome però ci eravamo proprio finiti, l’impressione di vivere una fantasia al posto di dissiparsi si faceva ancora più forte, e quando mi hai detto che ti pareva di essere in uno di quei paesaggi artificiali che Solaris, il pianeta pensante del romanzo di Lem, creava sfruttando la memoria degli astronauti che lo esploravano, non mi sono stupito. Mi chiedo adesso quanto dei luoghi che nei giorni seguenti abbiamo visitato sia esistito al di fuori della nostra mente, anche se ciò non significa, naturalmente, che per questo essi siano esistiti di meno. Tuttavia il problema era fin dall’inizio definire esattamente che tipo di composizione questo misto di realtà e fantasia giungesse a formare, e soltanto adesso riesco a descriverla: era una particolare idea di Italia, e mentre ti guidavo mostrandoti una cosa e celandotene un’altra, era essa che guidava me a impossessarmi ancora una volta del mio paese presentandotelo.

C’era infatti una ragione se non mi è affatto dispiaciuto che le onde del Garda ci siano sembrate un prolungamento di noi stessi: perché ciò aveva a che fare non soltanto coi nostri ricordi culturali ma anche con qualcosa di diverso, direi con la moderazione di quel paesaggio. Non era troppo caldo, la sponda opposta non troppo lontana, il vento precisamente dolce e fresco, la città così piccola, il mormorio dei turisti sommesso, le grotte di Catullo a pochi passi di distanza. Tutto rendeva quella visione straordinariamente diversa, che ne so, dalle rive pure, silenziose e sovrumane del lago Baikal, ed essa calzava i nostri sensi e il nostro pensiero come un guanto di velluto. Ci sono certi momenti nel tempo e luoghi nello spazio, sempre estremamente specifici, nei quali per una strana combinazione di eventi abbiamo l’impressione che la storia sospenda il proprio flusso e acquisti un aspetto diverso: come se l’uomo, questo risultato del continuo fluire dell’evoluzione prima biologica poi tecnologica, entità intrinsecamente sbilanciata e sempre volta verso qualcosa d’altro da sé, avesse per un momento trovato una tale compiuta adattabilità all’ambiente da se stesso ricreato da sognare di sospenderne il movimento – desiderio ovviamente velleitario. Credo però che entrambi – dimmi se sbaglio – in quell’istante sulle rive del lago l’abbiamo provato, e forse anche qualcuna delle belle ragazze tedesche che ci camminavano intorno coi loro gelati. Noi, uomini nati negli anni Ottanta, diventati adulti nel mezzo dei più grandi e rapidi cambiamenti culturali che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto (eccettuate forse poche guerre di sterminio); noi: credere che qualcosa si possa fermare? Naah… e per questo quel momento così “italiano” è talmente delizioso nella memoria.

Gelati, sì, ma anche meringhe, bignè, maltagliati allo zabaione, cioccolate con panna zucchero o senza nulla, sfogliatine, varietà di biscotti, torte alla frutta: ti ricordi la pasticceria di Marostica? Non so se sarai d’accordo ma devo confessarti che non mi è sembrata un luogo tanto diverso dal paesaggio del lago. Tu però ne eri sconcertato: che fosse per il modo in cui un cannoncino riesce ad assomigliare a un tortiglione barocco? E quando mai può una semplice pastina giustificare l’impegno che si dedica a un’architettura? Si dice spesso “chiese come panna”, ma quando la panna è come le chiese la cosa è ben più preoccupante… O meravigliosa? Perché se i pensieri si possono trasformare in panna non credi che anche la panna possa diventare un pochino un pensiero? D’accordo hai ragione, nelle folle che frequentano le pasticcerie italiane c’è qualcosa di più “barbarico” (per usare un aggettivo che impieghi così spesso, e che tradisce il tuo eccesso di umanesimo) che non nelle file ordinate di pietroburghesi seri, silenziosi e probabilmente visionari: al contrario di noi decadenti mangiatori di paste voi siete gli abitanti dell’impero dei concetti – che perseguite a volte fino alla morte. Non per questo, però, vi consiglio di sottovalutare la saggezza del millefoglie: è essa che ci impedisce di dedicarci completamente all’astrazione e ci mantiene invece ancorati ai nostri sensi – gli stessi attraverso cui abbiamo goduto la vista e il vento e i profumi di Sirmione, senza tuttavia che il pensiero smettesse di agire. Non ha scritto Hannah Arendt che è proprio dai sensi che sorge il pensiero, e che per questo esso non è che una forma di “common sense”; e non ha Stanisław Lem mille volte ripetuto che la nostra mente rimane inguaribilmente antropomorfica proprio perché radicata nel corpo? Ecco, mangiare pastine in qualche modo significa accettarlo.

Vedi, tra noi non c’è grandezza, né mi stupisce che il luogo prediletto per far due passi con un gelato sia, a Padova, la piazza immensa con le statue dei grandi uomini: Prato della Valle. Ricordi? Le schiere di statue dai nomi cancellati, col marmo annerito o consumato dalle piogge e le scritte a pennarello sui piedestalli, e tra di esse ragazzini seduti sui parapetti a leccare un cono. Tu dici che la fede nella grandezza umana non si può né si deve abbandonare ma guarda qui, eccoli gli illustri, trasformati dal tempo in goffi irriconoscibili mostri. Ben pochi sanno chi sono e ancor meno cosa hanno fatto – i più tra essi, te lo garantisco, non tanto da meritare che ci distraiamo dalla nostra coppetta. Che all’estero si creda che l’Italia sia il luogo del genio è uno dei più gravi errori: in Germania ci sono stati migliori compositori e migliori filosofi, in Inghilterra migliori romanzieri, in Francia migliori memorialisti, nei Paesi Bassi migliori pittori; qui c’è stato semplicemente un po’ di tutto ma non di altrettanto estremo – e uno dei motivi credo sia proprio la nostra riluttanza a sganciare il pensiero dai sensi rendendolo pienamente astratto. Già vedo che ti copri il volto dal dispiacere: eppure, credimi, se in questa terra della moderazione non riusciamo a trasformare compiutamente l’uomo in un concetto, che è l’unico modo di credere alla sua grandezza, d’altra parte ciò ci ha quasi sempre salvati dai disastri dell’umanesimo.

Sì, perché l’umanesimo può essere mortifero come poche altre prospettive ideologiche – e non è un caso che la più devastatrice si sia inventata un lessico costruito attorno alla parola Mensch. Nemmeno è un caso che l’Italia moderna sia stata invece il meno aggressivo e “centrifugo” tra gli stati europei: non ha quasi partecipato a spedizioni oceaniche di scoperta e soltanto molto tardi alla corsa alle colonie, né ha organizzato campagne di annientamento su scala continentale; neppure è oggi alla frontiera del capitalismo globale. È un paese insomma poco europeo, e se vuoi la sua grandezza sta proprio in questo: perché non è vero che all’uomo sia difficile credere ciecamente in se stesso e organizzarsi di conseguenza, ciò che è arduo è semmai il contrario, che le sue innate tensioni centrifughe si sopiscano, si addormentino, si quietino. Qui è successo e il grande uomo, genio o conquistatore, è stato sostituito da qualcuno di completamente diverso: il dilettante. Se c’è oggi un tipo umano totalmente opposto a tutto ciò che ci è stato insegnato dalla cultura occidentale, filosofica, industriale o neoliberale che sia, è proprio questo e credo sia diffuso tra noi come in pochi altre parti del mondo. È colui per cui ogni completa dedizione a un ideale al posto di esaltare annienta; non cerca di creare opere estreme e perfette né di dominare la natura e il suo prossimo, né ritiene che la sua capacità riflessiva gli possa far raggiungere l’universalità: è insomma una figura antiumanistica, un semplice bipede mortale pensante – o magari l’antesignano di un tipo diverso di umanesimo…

A pensarci bene, nei luoghi d’Italia dove ti ho portato tutto parlava di lui. Pensa alle chiese barocche che abbiamo visitato a Venezia: non mi dimenticherò facilmente la tua sorpresa anzi lo scandalo al vedere che l’una dopo l’altra non avevano nulla a che fare col divino. Incredibile, eh? Vallo a dire agli architetti che avrebbero dovuto creare spazi ieratici e solenni… Sono invece luoghi non di salvezza e nemmeno d’astrazione trascendente ma piuttosto riflessioni di marmi, lapidi, sculture e tele sulla mediocrità degli uomini che le hanno create: viziati dal piacere visivo, dalla musica, col gusto per il prestigio, un pizzico di devozione, e soprattutto molta paura di morire… Sono i limiti e le contraddizioni che emergono agli occhi di chiunque al posto di proiettarsi al di fuori cerchi l’umano in sé, e non credi che la letteratura, la narrativa specialmente, nasca proprio da questi limiti, che non possa che abbracciarli? Non sono forse la condizione di possibilità di ogni rapporto tra autore e lettore, le basi di quel common sense in cui risiede l’unico significato dell’arte letteraria? Ecco, vedi, un romanzo forse non è altro che una chiesa barocca fatta non di stucchi e marmi ma di parole: è lo spazio, cioè, di una vita contemplativa non velleitariamente astratta ma memore delle sue basi corporee e coscientemente antropomorfica. Eravamo esausti però dopo tante sculture e colonne a tortiglione, e siamo finalmente entrati nell’unico tempio ortodosso di Venezia, San Giorgio dei Greci con l’iconostasi e il grande Cristo pantocratore. Ci è parso per un momento che potesse salvarci dalla città, ricordi? E mentre fingevamo di trovare rifugio dagli inevitabili fallimenti dell’umanità nel sogno della rivelazione, ripensavo alle chiese russe piene di icone. Grazie a Dio c’è San Pietroburgo dopo tanta Venezia, ma cosa sarebbe il mondo se non potessimo mai, assolutamente mai, vivere la carnevalesca e disperata saggezza d’Italia?

Eppure ogni idillio si può trasformare in un inferno. Le chiese italiane possono piacere per un’ora, per un giorno, per una settimana – ma restare imprigionato al loro interno per una vita che ti pare? Non mi hai detto tu stesso che tutto in Italia ti è sembrato troppo piccolo, soffocante… forse come la nostra stessa natura. Tuttavia ti assicuro che non è nell’astrazione che se ne riesce a scappare, perché lo sguardo lontano può essere più cieco che non quello degli occhi chiusi. Così secondo Lem la nostra vita concettuale non è al più che una replica, su scala sovrumana, del nostro povero io corporeo con la sua solita sete di dominio e terrore di morte; e nel film tratto dal suo Solaris Tarkovsky delinea la necessità di un ritorno dalle velleitarie profondità dello spazio a noi stessi, specialmente nella famosa scena della levitazione, che non a caso ha come sfondo musicale proprio un brano barocco, sebbene non italiano ma tedesco. Ci resta allora così poco? Niente più che un’incontrollabile e spesso ripetitiva meraviglia per la mediocrità della nostra esistenza? Ma non è proprio per questo che il pensiero propriamente umanistico rimane sempre contemporaneo a se stesso? Finché, beninteso, lo sviluppo tecnologico non vada a mutare la natura stessa dell’uomo – i suoi sensi, la sua caducità, la sua mente – cosa che naturalmente non solo sta già accadendo ma è già accaduta.

Il prossimo mondo, cioè questo mondo, non sarà forse peggiore né migliore del precedente – ciò che è certo è che la “mia” e per qualche giorno “nostra” Italia non sarà più (non è più) che una fantasia. E allora non potrà che apparire idillica.

Ti prego torna presto! Con la solita gratitudine senza confini,

Beppi

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