Plutarco alle Hawai’i

Mare terra cielo albero fiore roccia sabbia sole vento: fa nove parole, ma mi bastano per descrivere quello che mi sta di fronte per una distanza di decine di chilometri in ogni direzione. Davanti alla semplicità di questa costa delle Hawai’i provo una curiosa sensazione di impudicizia mista a inquietudine, che mi fa tornare a mente – lì per lì non capisco bene perché – quella che ho provato quando in aereo la hostess mi ha chiesto se volessi per pranzo “chicken or pasta?” Altre parole non le servivano perché non c’erano che due possibilità, e nessuno in economy class si sarebbe nemmeno immaginato di poter chiedere qualcosa di diverso – era un’alternativa di sconcertante semplicità, proprio come in alcuni punti il litorale dell’isola di Oahu è una composizione straordinariamente elementare di mare terra cielo. Entrambe le esperienze mi allarmano perché sembra che il mondo debba essere infinitamente più difficile da descrivere, ricco di valli, boscaglie, forre, villaggi e castelli nei suoi paesaggi, e di complessi dilemmi e chiaroscuri morali nei suoi paesaggi umani; eppure certe volte bisogna arrendersi e concludere che non lo è, mi dico ripensando agli ultimi giorni passati in un’America piena di sole, enorme paese che riesco però a identificare con una parolina di sette lettere.

Quando sono uscito dal gate all’aeroporto di San Francisco avevo già deciso tra me e me che questa volta non sarei assolutamente ricaduto nei soliti stereotipi – che gli Americani sono degli sciatti grassoni, che non sanno né mangiare né vestirsi – eppure la prima cosa che ho notato mentre mi sforzavo inutilmente di non farci attenzione, era che tutte le camicie erano diventate magliette. Ma era ovvio, faceva caldo, che male c’era a portare un indumento meravigliosamente pratico, che non ha bisogno d’essere stirato, che può essere confezionato in pochi secondi da uno qualsiasi di milioni di macchinari sparsi in giro per il mondo? E come le pieghe, i bottoni, il colletto e le cuciture di una camicia si semplificano per trasformarsi nella quiete estetica di una maglietta, arrivando da Padova avevo anche l’impressione che la bolla d’aria che mi circondava (fatta di voci, movimenti, impressioni) fosse diventata più chiara, meno confusa, più fluida. Sono entrato nel primo newsstand aggirandomi tra giornali e caramelle e ho dovuto concludere che anche gli oggetti in vendita erano più semplici: le copertine delle riviste si assomigliavano un po’ tutte, le tre o quattro marche di caramelle le ricordavo dai miei anni a Chicago, i gusti pure erano quelli, così come le solite bibite riempivano il frigorifero – e nuovamente mi sono chiesto come fosse possibile che nel più grande mercato capitalistico al mondo si avesse da subito l’impressione di trovare sempre gli stessi prodotti e mai quelli che si volevano. In genere si viaggia per cercare una rottura, un senso di novità, magari provvisorio ma comunque tonificante, e invece appena uscito dall’aereo dovevo confessarmi che provavo il contrario, un senso di convenzionalità, di standardizzazione, di quiete.

Il volo era stato lunghissimo così mi ero portato le Vite parallele di Plutarco da leggere, uno di quei libri che per anni avevo voluto sfogliare senza avere mai il tempo di farlo, e mentre pagavo alla cassa un pacchetto di mentine (gusto “winter green”, il solito intruglio chimico) pensavo che la Cheronea dove Plutarco viveva durante l’alto Impero Romano doveva essere, a confronto di quella sorta di America dell’antichità che era l’Italia d’allora, come una specie di cittadina europea – una specie di Padova. Plutarco era un greco ossessionato dal confronto tra Greci e Romani, e lo potevo capire, mi dicevo rendendomi conto di aver già ripreso il passatempo che mi aveva tanto occupato nei miei anni di Chicago, e cioè la ricerca di ciò che distingue e accomuna Americani ed Europei. Tutto sommato, pensavo andando verso il gate da dove partiva il volo per Honolulu, se quel greco godeva della pax romana del secondo secolo, dopo che l’Ellade per decine di generazioni non aveva fatto che scannarsi in lotte intestine, anch’io ero arrivato a San Francisco viaggiando all’interno del sistema politico-militare garantito dalla pax americana. Certo, c’erano state guerre in Iraq e in Dacia, cioè in Afghanistan, ed erano andate anche meno bene di quelle di Traiano, ma erano comunque le sentinelle romano-americane che col loro abbraccio soffocante mantenevano la provincia europea, ora imbelle ma un tempo amante di macelli, entro un sistema molto più ampio di sicurezza internazionale, per quanto precaria. La cosa mi fu chiarissima atterrando alle Hawai’i, quando dal finestrino scorsi la meravigliosa baia di Pearl Harbor dove tante lontane barchette grigie (quasi fossero tanti modellini su un laghetto) stavano pacificamente alla fonda cariche di ogni sorta di ordigno, neanche fosse il porto di Classe.

Tutta la simpatia mia e di Plutarco, pensai ritrovandomi tra una folla d’Americani all’uscita dall’aereo, dovrebbe andare verso questi interpreti della nostra stessa cultura (i Romani di quella ellenica, gli Americani dell’europea) diffusa grazie alla loro saggia amministrazione in luoghi lontani quanto questo avamposto dell’impero. Ma quando ripresi a leggerlo in albergo mi resi conto che il poveretto ribolliva d’astio, e faceva dei suoi personaggi romani dei rozzi e incompleti interpreti di quelle virtù che nei Greci s’addolciscono, s’approfondiscono, si sdoppiano. Sebbene vissuti posteriormente ai loro “paralleli” ateniesi o spartani, hanno vite più lineari, prevedibili, convenzionali, continuavo a pensare mentre scendevo in spiaggia e cominciavo ad aggirarmi tra professionisti in vacanza (avvocati in costume, ingegneri in flip-flop, executive in bikini, ecc. ecc.). Cercavo di immaginare, guardandoli, la loro vita. Dopo cinque anni di lavoro a Chicago qualche elemento per farlo ce l’avevo, eppure non mi venivano in mente che peripezie tra cubicles, boardrooms e macchinette del caffè, pile di versioni di résumé e lunghe ore passate davanti al computer a finire un project per iniziare il prossimo – e conclusi mio malgrado che Plutarco non avrebbe nemmeno provato irritazione a scrivere le loro biografie, si sarebbe semplicemente addormentato con la penna in mano.

Esposi allora le braccia e il viso al sole e al vento del mare, ma era l’aria morale che sentivo soffiare mentre mi aggiravo tra quelle vite, un’aria limpida e rarefatta, che avevo già cominciato a respirare al mio arrivo all’aeroporto di San Francisco. Guardavo le biondine con la tavola da surf sotto il braccio e le cameriere che sorridevano nei bar e di nuovo provavo una sensazione di sublime semplicità, pensando che anche sui loro visi potevo notare un’ombra di severità quasi da padri coscritti, come se niente nella loro vita potesse essere un gioco ma tutto, sorriso professionale e corsa sulle onde, avvenisse con un impegno concentrato, continuo, evidente, senza alcun tipo di complicata “sprezzatura”. Pensavo, poi, che diversamente da ciò che accade in qualsiasi luogo pubblico italiano – dove tutti guardano e si guarda tutti, la comunicazione con chi ci sta vicino è continua e insistente, il linguaggio degli occhi, dei cenni, dell’abbigliamento a volte irresistibile, spesso irritante – su questa spiaggia americana le interazioni tra persone erano ridotte ai minimi termini, semplificate al massimo: non solo le più belle ragazze parevano totalmente cieche di fronte all’effetto che le loro lunghissime gambe nude producevano su chi le guardava (su di me, perlomeno), ma per le strade, nei bar, nella lobby dell’hotel, al ristorante, si era costretti a rispettare un’etichetta precisissima che rendeva gli incontri altamente, assolutamente prevedibili e limitati. In America (mi dicevo ripensando a Chicago) si ha in effetti molto spesso la sensazione che sia quasi impossibile entrare in contatto con chicchessia al di fuori delle transazioni professionali, e che queste ultime determinino tanto profondamente il comportamento da plasmare a loro immagine anche le azioni che con il lavoro non hanno niente a che fare. Il risultato è che nella maggioranza dei casi gli Americani si comportano in modo straordinariamente rituale (sebbene pochissimo cerimonioso) e che pressoché ovunque in questo enorme paese si respira un fortissimo senso delle “convenienze”. Inevitabilmente ciò ha l’effetto di ridurre la quantità di tipi umani, che nonostante la varietà etnica e razziale sono spesso costretti a esprimersi con le stesse formule di saluto e scambio, e magari finiscono per vivere la stessa vita – mentre io sempre di più mi sentivo, tra quei puri, semplici e prevedibili Romani un greco corrotto e inacidito.

Guidando il giorno dopo per il centro di Honolulu non riuscivo a togliermi di testa la delusione di Plutarco, dicendomi che sia io che lui ci sbagliavamo, le cose stavano altrimenti, l’America era un grande straordinario paese ripieno delle realtà più diverse, che abbracciava deserti foreste e montagne e così le più diverse comunità, dagli Ispanici, agli Asiatici, agli Afro-americani. Eppure fermandomi ai semafori di incroci uguali a quelli che avevo lasciato a Chicago, girando per i parcheggi tagliati sempre dalle medesime righe di fronte al medesimo supermercato, riprovavo tutta la noia mortale degli ambienti urbani d’America. Che fossero le Hawai’i, l’Illinois o una città del New York State ogni spazio era standardizzato come in una colonia romana: c’erano il mercato, il foro, i porticati, i templi, i Walgreens, i Walmart… e a ripensarci c’era pure l’abito imperiale, che non era la toga ma proprio la T-shirt, altrettanto uniforme; perché qui non importava chi sono i tuoi dèi (Mitra, la religione manichea, il fuoco di Zoroastro, Scientology) l’importante era che il tuo comportamento pubblico rispondesse alla funzione che dovevi imperativamente svolgere e che era unica come la forma della tua maglietta: quella di entità produttiva e consumatrice – ispanica, afro-americana o asiatica che fosse. Quanto al tempio di Marte, cioè al sacello di stato, era l’Arizona Memorial.

Commemora l’attacco giapponese alla baia “della perla” dove nel dicembre del ’42 si trovava alla fonda la flotta americana del Pacifico, che in pochi minuti ebbe sette corazzate messe fuori combattimento. Una di queste, la USS Arizona, venne completamente distrutta esplodendo in un enorme rogo, e il suo relitto giace ancora rosso di ruggine e verde di alghe pochi metri al di sotto della linea d’acqua. Per visitarlo si raggiunge da riva in un battello una galleria sopraelevata proprio sopra la carcassa, e da cui si gode la migliore vista possibile su Pearl Harbor: da quello che sotto ai nostri piedi resta della disgraziata nave, all’elegante silhouette della USS Missouri, ora nave museo, alla lunga serie di incrociatori e sommergibili moderni che stanno a guardia del più grande oceano della terra. Sono salito sull’Arizona Memorial il terzo giorno dopo il mio arrivo, ma prima di raggiungerlo ho dovuto seguire la folla di patrioti in un teatro, sul cui schermo è apparsa una soldatessa dall’aria severa e commossa, istruendoci ad osservare il più stretto silenzio per tutto il periodo in cui saremmo sostati su ciò che era niente meno che “sacred land”; dopodiché per una buona mezz’ora ho dovuto subire un video sull’attacco di Pearl Harbor, “treacherous” “infamous” “bloody action”, e via con gli aggettivi più spregevoli per descrivere l’intollerabile atto di aggressione contro un paese che era invece, ovviamente, giusto. In un istante mi trovai catapultato negli anni Venti del Novecento, quando vennero via via dedicate quelle moltitudini di monumenti ai caduti che riempiono le piazze e piazzette di mezza Italia, urbana e rurale, e in un secondo istante mi ritrovai a ricordare le pagine dell’Eneide in cui si celebra il giusto impero dei Cesari, e si descrivono gli infami traditori che hanno osato sfidare Augusto ad Azio. Non era difficile immaginare cosa Plutarco potesse aver  pensato di quel brano: srotolando il papiro sotto un portico della sua domus di Cheronea forse si era prima grattato la barba ammirato dalla bravura del poeta, per poi farsi un sorrisino pensando alla credulità dei lettori cui Virgilio si rivolgeva. Come se dopo la guerra del Peloponneso ci potesse ancora essere una guerra giusta! Via, cari Romani, c’è proprio da non crederci che non ci arriviate! E invece a Pearl Harbor ho trovato un modo di ricordare semplice e convenzionale come le vite di cui vedevo le tracce intorno a me, una storia reinterpretata banalizzandola così come le forme di saluto e i riti americani banalizzano la vita, e ho provato prima soltanto sorpresa, poi dispetto, e infine paura. L’Arizona Memorial è un luogo sacro, sì, ma per altre ragioni, e cioè perché mostra come negli Stati Uniti il passato non sia ancora passato ma sia destinato a una sorta di eterno ritorno dell’obsolescenza: come quando un collega, un “amico”, un cliente, ci saluta con la solita formula “How’re you doing?” per poi nemmeno fermarsi a sentire la risposta, e pronto a ripetere la stessa frase insignificante la volta dopo. Non a caso questo mio ritorno in America è stato come una lunga serie di frastornanti déjà-vu.

Trovo sia qualcosa di straordinariamente ironico che nonostante ciò gli Stati Uniti riescano a presentarsi tanto coerentemente agli occhi di ammiratori e visitatori come la terra del futuro, e mi chiedo con preoccupazione a quale sorta di mondo stiamo andando incontro se aspettiamo che le invenzioni di domani ci siano proposte da persone che spesso non fanno che vivere la continua ripetizione dell’oggi. Riprendendo l’aereo per ritornare ripenso al parallelo tra la semplicità del paesaggio hawaiano e quella della società americana, e scopro finalmente che tra di essi c’è una differenza fondamentale. Infatti nel primo la natura ci mostra i suoi mattoncini di base, ed è per questo che qui pare che gli alberi siano più di alberi, i loro rami più di rami, e i fiori quasi fiori alla seconda potenza: nella nitidezza delle loro forme e dei fogliami essi si offrono all’occhio della nostra mente in un curioso stato di sospensione, come se si apprestassero a diventare elementi di qualcos’altro, sdoppiandosi in un simbolo. Quando stacchiamo un fiore di frangipani e ne inspiriamo il profumo non siamo inebriati soltanto dalla fragranza dei pollini e dei petali, ma da una possibilità: perché quest’oggetto semplicissimo e puro che teniamo tra le dita si sta proprio adesso trasformando in un oggetto complesso della mente e dello spirito. A questa semplicità iniziale del paesaggio naturale risponde però alle Hawaii una semplicità finale, quella della cultura di molti degli uomini che le popolano, e che dopo aver abbandonato l’Eden-Oahu e aver attraversato nel loro percorso storico le culture di mezzo mondo (mesopotamica, greca, romana, giudaica, cristiana, riformata, illuminista, industriale, neoliberista) paiono finalmente ritornati a uno strana inaspettata naïveté – un po’ come (oso dirlo?) dei vegliardi rimbambiti, fissati a ricordare sempre le stesse poche azioni e gli stessi tre pensieri. Ormai non mettono più la cravatta né la camicia, soltanto magliette, e quando ci salutano lo fanno sempre con la stessa formula: “How’re you doing?

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