Una piccola dinastia protoindustriale ritrovata

Dev’essere capitato a molti altri italiani cresciuti in provincia come me: si nasce da una famiglia dal passato abbastanza lungo ma confuso e in gran parte ignoto, e quando si ritorna da messa la domenica attraversando le piazze nostro padre o nonno o zio ci accompagnano a “vedere qualcosa”: all’angolo di una via, dietro una fontana, in fondo a un vicolo. Sgambettiamo svogliatamente al loro fianco e finalmente ci fermiamo davanti a un bassorilievo, un’iscrizione o una lapide sentendo per l’ennesima volta le fatidiche parole: “questa era dei tuoi antenati”. Allora strizziamo gli occhi, cerchiamo di leggere, il testo è in latino e mezzo cancellato, i segni sono indecifrabili, non ci capiamo nulla e gli anni passano e ancora non capiamo nulla, ma ormai adulti un bel giorno prendiamo la decisione: bisogna vederci chiaro.

Così anch’io camminavo da bambino per il chiostro della chiesa di San Francesco, a Bassano del Grappa: e in quelle domeniche mattina dal cielo limpido e fresco, quando le ombre disegnate dalle colonne del porticato tagliavano con le loro linee tanto più esatte le commessure incerte del lastricato, mi fermavo già affamato di pastine (a fianco di mio padre, il più delle volte) sempre davanti alla stessa lapide di marmo rosa: e l’unica parola che riuscivo a leggere era il mio cognome. Intorno al cognome c’erano però anche molte altre cose, l’una meno comprensibile dell’altra: intanto un testo pieno di lettere illeggibili e che sembrava fissasse più lui me, dalle scalfitture della sua superficie tonde come occhi stanchi, che io lui:

FRANC.S DE CHIUPANIS +A+QUETT
A CONIUGI PRÆ DEFUNCTÆ
SIBI +T POS ++H P C
AN MDCXXXXII MEN DEC DIE

Per di più, proprio sopra l’iscrizione si intravedeva un ornamento in bassorilievo, stranissimo e ingannevole, e che con la sua serie di listelli verticali stretti da fascette non poteva che ricordare, a me bassanese se non proprio dalla nascita dai primi anni, uno dei prodotti tipici della zona: ecco, era un bel mazzo di asparagi bianchi chiuso da vinchi e disposto all’interno di uno scudo araldico. “Vero, papà, ai nostri antenati piaceva molto l’asparago con le uova?” Come no, e magari li avessi trovati di lì a poco sul piatto. Passò il tempo e perlomeno arrivai a capire la data incisa: il 1642. Già allora quel numero, forse perché mi faceva Stemma_Chiuppaniimmaginare cappelli alla D’Artagnan e stivali alti fino a metà coscia, mi sembrava assolutamente decisivo, anche se soltanto adesso posso dire che quella datazione rende la lapide il più antico documento non cartaceo della storia della famiglia. Più di tutto, però, ignoravo che essa era la chiave per svelare uno dei più bei segreti di quella storia, e cioè la natura delle attività cui i Chiuppani si dedicarono per più di un secolo e di cui si era del tutto persa la memoria.

Trascorsero i decenni, lasciai l’Italia, e durante un periodo di ferie dal dottorato che stavo completando negli Stati Uniti mi ritrovai proprio di fronte alla chiesa di San Francesco: invecchiato, stanco e soprattutto in preda alla più acuta nostalgia. Entro nel chiostro, lo ripercorro tutto, guardo in giro a caso stupendomi della bellezza di ogni particolare, poi fisso l’attenzione su questo o quel frammento di pietra arrivando infine alla “mia” lapide, che mi è ancora incomprensibile. Qui finalmente decido che bisogna provarci almeno una volta e seriamente andando all’Archivio di Stato: se pure non ci avessi trovato nulla avrei perlomeno sfogato la mia smania di vecchie carte e antichi ricordi. Siccome però l’archivio di Bassano vanta (incredibilmente) un ordinato e completo catalogo generale dei fondi notarili, scovo in pochi minuti e con mio grandissimo sconcerto una montagna di informazioni, e tra i faldoni e le buste scopro che quel Francesco de Chiupanis, dal cui figlio primogenito anch’io discendo, alla morte della prima moglie Isabella Baroncelli si risposò con una signora Dalla Riva, tale Pasquetta – ecco qui proprio il nome che mi serviva per sciogliere la lacuna dell’iscrizione! Ma è insieme un successo e un fallimento: perché come accade con certe canzoni che seducono tanto più quanto meno riusciamo a seguirne il testo, ora che potevo sciogliere il significato totalmente funebre della lapide, anch’essa perse un poco del suo fascino: “FRANC[ISCU]S DE CHIUPANIS PASQUETT|A (sic) CONIUGI PRÆ DEFUNCTÆ SIBI ET POS[TERIS]”, e cioè “Francesco de Chiupanis [fa posare questa pietra a ricordo della] moglie Pasquetta a lui premorta, per sé e per i suoi discendenti”, incluso me, evidentemente. Visto però che io sotto quella pietra ancora non ci stavo, potevo sperare di arrivare anche a capire cosa fosse l’oggetto raffigurato sopra l’iscrizione e che aveva sicuramente la forma di un blasone o di un’insegna.

Lessi intanto che quel Francesco già vedovo di due mogli si era risposato in seguito con una terza, certa Caterina de’ Grandi padovana, cosa che non poteva che renderlo ai miei occhi il capostipite ideale: rubicondo, alto, irascibile e straordinariamente fertile, sorta di vecchio satiro in marsina (1). Oltre ai matrimoni, le vecchie carte dell’archivio vergate in un regolare, sereno corsivo notarile restituivano su Francesco molte altre per me preziosissime informazioni, ad esempio la descrizione della palazzina dove viveva con la famiglia. Era “una casa de muro, solerata, coperta de coppi con corte, portico in detta corte, et altre sue pertinentie posta in Bassano in contrà della via Nova, alla quale confina a mattina brolo del monasterio di San Francesco” (2). Non soltanto per la prima volta capivo dove quel mio misterioso antenato era vissuto, ma venivo a sapere che la sua abitazione si trovava sull’attuale via Roma, che altro non era che la parallela della via dove io ero cresciuto, ignorando che stavo allora a poche decine di metri in linea d’aria dalla casa dei miei antenati – mentre adesso vivevo a due passi dal lago Michigan. E non era tutto, perché di quell’antica proprietà potevo leggere nientemeno che l’inventario! (3) La mia fortuna mi agitava mentre ritrovavo a uno a uno gli oggetti posseduti dai Chiuppani quasi quattro secoli prima: “una lettiera di nogara fatta a trabaca, due casse di nogara, una cuna di nogara, un tavolin di nogara con quattro scagni, una vesta di zambellotto roan, una vesta di tabin negro con maneghe…” (4) e via così per pagine intere, mentre mi immaginavo di girare per le stanze guidato da una nonnina d’altri tempi, la terza moglie ancor giovane… Leggendo, però, non capivo quale fosse la professione di Francesco e quale attività gli permettesse un train de vie simile; sapevo, sì, che la famiglia proveniva probabilmente da Vicenza, dove nei secoli precedenti aveva avuto rango signorile (5), ma ciò era accaduto prima della stesura degli atti che ora sfogliavo e per di più in un’altra città: restava invece da stabilire di che cosa a Bassano vivessero.

Ma ecco che qualche giorno dopo un nuovo atto mi capita tra le mani datato 1628, dove Francesco è definito un “canevaro” (6). Pensai che il termine, che non avevo mai sentito prima, dovesse derivare da “canevo” ovvero canapa, tessile naturalmente, e ritornai all’inventario: dove ora notai che nella casa dei Chiuppani c’erano “pettini da canevo no. 6” e “un pettine da lino”. D’altronde lo strumento raffigurato sulla lapide non assomigliava proprio a un pettine da canapa? Me certo! Me l’aveva ripetuto più di una volta un sagace storico di cultura materiale, Nadir Stringa: era probabile che si trattasse proprio della rappresentazione di uno “scapecchiatoio”, ovvero di un “arnese in forma di pettine, mosso a mano o meccanicamente, con cui si effettuava un tempo la scapecchiatura”, cioè l’ “operazione meccanica dell’industria della canapa e del lino rivolta a pulire le fibre della pettinatura” (7). L’attività della famiglia doveva dunque, esclamai tra me e me, aver a che fare con il commercio della canapa, che veniva allora coltivata in tutto il nord Italia e da cui si ricavava un’infinità di prodotti, dagli spaghi alle lenzuola alle camicie… Non poteva esserci soluzione migliore! E invece poco più tardi un altro documento mi spinse in una direzione completamente opposta, catapultandomi nel mezzo di una scenetta mercantile del Seicento tra mercanti e carrettieri coperti di polvere, e rivelandomi che il termine “canevaro” doveva essere spiegato in tutt’altro modo: facendolo derivare non da “canevo” ma da “caneva”, cioè cantina o deposito:

Personalmente costituiti l’infranominati sig.ri tutti di Bassano […] attestarono essersi più volte et in più tempi et in diversi anni, cioè dall’anno 1680 fino l’anno 1687 ritrovati presenti nella Caneva del Sal di questo loco mentre il sig.r Fran.co Chiuppan ivi vendeva il sal tal tempo gline (sic) capitavano molti carri carichi di sachi da Treviso, e di quelli essere da loro stati pesati d’ordine dell’istesso sig.r Chiuppan et haver trovato che hora pesava cadun sacco di sal L. 137, hora L. 138, hora L. 139 et hora L. 140. compreso il sacco, havendo ciò fatto perché esso Sig.r Francesco si lamentava che il sal che li veniva mandato come s.a non era del peso giusto de L. 142 per sacco, che doveva esser compresa la tassa del sacco et ad effetto et in ogni tempo potessero detti sig.ri manifestar occorrendo tal verità, et così | seguono li nomi (8).

Perciò negli anni Ottanta del Seicento (e fin dagli anni Venti del secolo, se incrociamo questi dati con la prima attestazione del termine “canevaro”) i Chiuppani controllavano il lucrosissimo appalto del sale, che giungeva a Bassano dalle saline della laguna di Venezia e veniva depositato nella “caneva” comunale, all’interno del palazzo del Monte di Pietà, nella piazza detta allora “del Sal” (poi piazzotto Monte Vecchio). Ecco cosa poteva perfettamente giustificare il bell’immobile in cui la famiglia viveva: d’altronde gestendo lo stesso appalto del sale i Dal Corno erano riusciti nel secolo precedente a commissionare un’intera facciata affrescata a Jacopo dal Ponte, dove questi dipinse una curiosissima composizione con puttini, capre e scimmie di cui secondo alcuni critici sarebbe venuto a conoscenza nientemeno che Shakespeare, traendone ispirazione in un famoso (e altrettanto strano) passaggio di Othello (9). Tutto ciò mi piaceva moltissimo, restava però il mistero dello “scapecchiatoio”: perché era raffigurato sulla lapide di famiglia un pettine metallico da canapa e non invece un cumulo di sale? Che collegamento poteva esserci tra le due cose?

Me ne ritornai in America senza risposta, ma da oltreoceano non smisi di cercarla sebbene non avessi più accesso a materiale archivistico; potevo però sfruttare la collezione della Regenstein Library di Chicago e di molte altre biblioteche universitarie consorziate a quella, con il risultato che pian piano riuscii a racimolare tutte le informazioni esistenti a stampa sulla storia della famiglia. Ne vennero fuori le cose più diverse finché una serie di indizi non cominciò a mettermi sulla pista giusta. Già sapevo da ricerche fatte da mio nonno Giuseppe che un paio di secoli dopo la dedica della lapide di San Francesco un tal Carlo Chiuppani, senz’altro discendente dei Chiuppani di Bassano, gestiva a Trento una fonderia di campane (10), e non pensavo che ciò potesse avere alcuna relazione con ciò che cercavo, finché non ritrovai la trascrizione di una semplice prosaica ricevuta datata 16 Novembre 1735, circa un secolo dopo l’anno inciso sulla pietra tombale. Era stata emessa dal “piomber” Francesco Chiupani dopo essere stato pagato dai domenicani di Venezia per aver coperto “di piombo la cupola grande della chiesa nuova” (11). Scoprii con mio sbalordimento che si trattava della chiesa dei Gesuati allora in costruzione su progetto di Giorgio Massari, ovvero del più importante cantiere ecclesiastico dellChiesa_Gesuati_Veneziaa Venezia settecentesca: la sua cupola svetta ancora meravigliosa, ricoperta di lastre forgiate nella fonderia di proprietà di un Chiuppani residente a Venezia. Che fosse un discendente della famiglia bassanese lo confermava non soltanto l’omonimia con il “canevaro”, ma il fatto che questo Francesco manteneva particolari rapporti professionali proprio con Bassano: come quando entro il luglio del 1743 assunse Gio. Maria Salmazzo, ceramista già dipendente della manifattura bassanese Manardi (12). Lo stesso piomber Chiupani si ritrova anche il 10 Maggio 1752: quando Francesco Maria Celsi registra nell’elenco delle spese per la ricostruzione del suo “palazzo dominical” in SS. Trinità a Venezia un pagamento di 750 lire “a Chiupan piomber” (13). Infine nel 1762 un altro Chiuppani veneziano, probabilmente figlio del precedente, partecipa al restauro della “volta coperta di piombi” della chiesa di S. Francesco a Zara: “questa bell’opera restaurata dei guasti sofferti nel 1762; restaurata, dico, dal noto artista Chiupani di sant’Apollinare di Venezia e rimessa in buon assetto, soffrì tra breve qualche danno, onde fu necessità di un generale rinnovamento dei piombi” (14).

Una fonderia a Trento e una a Venezia entrambe gestite da discendenti dei Chiuppani di Bassano e in più lo scapecchiatoio di metallo: che significava? E che fine aveva fatto il sale? Sfogliando la Storia degli Ecelini di Giambattista Verci trovai qualche tempo più tardi un passaggio che mi colpì non meno dei precedenti, dove si parlava di un altro discendente omonimo del Francesco della lapide, questa volta un collezionista e storico dell’inizio del secolo XVIII°. Nell’esaminare delle medaglie che avevano fatto parte delle sue collezioni, il Verci sa che deve guardarsi dalla possibilità che non siano dei falsi:

Una tale descrizione [di Ezzelino] non corrisponde intieramente all’effigie, che di lui si conserva in alcune medaglie; una delle quali esiste nel Museo che fu dell’eruditissimo Prelato Monsig. Gianagostino Gradenigo già Vescovo di Ceneda; una seconda è presso il Sig. Valentino Novelletti in Bassano; ed una terza la possiede il Sig. Giovanni Pozzoboni in Treviso. Ma se si considera che tutte e tre uscirono dal Museo che fu dell’Abb. Francesco Chiuppani, abbiamo forte ragione di sospettare dell’autenticità delle medesime; perché si sa che quest’uomo fu abilissimo in far coniare medaglie a capriccio. Lo stesso si potrà dire di quella che rappresenta l’effigie di Alberico (15).

Dunque questo pronipote del primo Francesco coniava medaglie false, un altro Francesco trasferitosi a Venezia fondeva il piombo, il Carlo di Trento fondeva invece campane. Avevo più di un sentore che questi elementi si tenessero insieme ma mi mancavano gli elementi per avanzare un’ipotesi credibile, così ormai senza speranza decisi di telefonare di nuovo a Nadir Stringa, sperando che i decenni da lui dedicati a studiare l’artigianato del bassanese potessero aiutarmi a uscire dall’impasse. E così accadde, perché “vieni da me”, mi rispose, “forse riesco a ritrovare qualcosa che ti può interessare”.

Aspettai una notte poi presi l’auto e andai da lui, che mi accolse con una cartellina sul tavolo. Venni così a sapere che all’inizio degli anni Novanta si era imbattuto, nell’Archivio di Stato di Venezia, in una relazione consegnata il 7 agosto del 1769 dalla “deputazione alle fabbriche” al magistrato veneziano dei Savi alla Mercanzia. Il documento era stato steso dopo due anni di indagini di prima mano sulle fabbriche “privilegiate” del dominio veneto, cioè che godevano di una qualche forma di esenzione fiscale, ed era quindi dettagliatissimo e attendibilissimo. Tra queste fabbriche, che non erano in tutto che poche decine, si contavano due fabbriche di ferramenta e attrezzi agricoli, una in Salò (e la localizzazione non stupisce, vista la quantità di miniere di ferro nella zona del bresciano) e una proprio a Bassano che, guarda te, era gestita da un Chiuppani:

Quantunque non così gravosa al pubblico erario, perché priva di gratificazioni, e solo pre[…] de’ dacj al lavoro, e alla materia per una data summa; pure al pari della suddetta riesce p[…] all’attivo commercio l’altra fabbrica di chiodarie, broccami, vomeri, zappe, e badili in Bass<ano del Chiu>pan.

Questi, che fu privilegiato per un ventennio dalla terminazione 17 marzo 1755 – col debito di mantener ventiquattro zocche, gode la esenzion da’ daci ai lavori, e la immunità di uscita da Venezia, e da dacj di terra ferma per ottanta miara all’anno di ferro fra grezzo, e vecchio, che quindi estrae, colla riserva di accrescergli l’esenzione, lorché aumentasse il numero delle zocche. Senzacché siasi a suo favore verificata la riserva stessa, del 1766 avevale ridotte a trentaquattro, con sessanta fra lavoranti, e garzoni, impiegand<o> cento venti miara di ferro all’anno nelle manifatture sud<det>e, spedendole nel trentino, Valsugana, in altri esteri luoghi e nella suddita terra ferma.

In presente il Chiuppan sud<det>to, come mi consta e per le benemerte relazioni del N<obil> O<mo> Podestà, e Capitanio di Bassano e per le osservazioni da me occularmente praticate nel sopraluogo eseguito alla fabbrica nel luglio decorso, ridusse a trentaotto le sue zocche, con settantacinque operaj. Nel 1767 consumò cento quaranta miara di ferro nelle predette manifatture, e nell’anno 1768 decorso accrebbe il lavoro sin ai cento sessanta miara, avendo spedite le manifatture medesime non solo negli indicati luoghi, ma trasmesse anche venti migliara di chiodarie parte in Cipro, e parte in Sicilia, dove spera di poter accrescer le spedizioni, e continuarle negli altri suaccennati paese, donde ha copiose ricerche, quando venga dal pubblico favore assistito.

Dovendo egli provvedere a questa parte il ferro vecchio, e grezo, e derivando l’ultimo, di cui si serve, da’ stati ottomani, e dalla Moscovia; l’attuale di lui incarimento di prezzo, grave sconcerto, e pregiudizio reca all’interesse del fabbricatore, costretto anche a supplire ai dacj di uscita da Venezia, et agli altri della terra ferma per il di più dei ottanta miara annui, che quindi annualmente estrae, e si procura nella stessa terra ferma (16).

Era dunque così: nei decenni attorno alla metà del XVIII° secolo i Chiuppani di Bassano dirigevano uno stabilimento metallurgico, rifornendosi di minerale di ferro fino in Russia e nell’Impero Ottomano e poi rivendendo i prodotti finiti persino in Sicilia e a Cipro. La cosa non smette di stupirmi: l’attività contava ben 35 “zocche” ovvero postazioni da fabbro, un numero senz’altro piuttosto ragguardevole in un periodo storico in cui la rivoluzione industriale stava soltanto prendendo il suo avvio. Questa notizia, per di più, mi permetteva di chiudere il cerchio dei riferimenti documentari: se già nel 1755 era stata riconosciuta tutta una serie di esenzioni daziarie alla loro ditta, l’avvio dell’attività doveva essere avvenuto in precedenza, e ciò collimava sia con le date dell’attività dei Chiuppani di Venezia (che già nel 1735 ebbero la commessa del rivestimento di un’intera cupola) sia con l’abitudine di falsificare medaglie dell’abate Francesco, nato a Bassano nel 1707. All’inizio del Settecento i Chiuppani di Bassano operavano quindi al centro di una rete professionale incentrata sulla metallurgia che si stava estendendo per i territori veneti e asburgici, toccando sia la Dominante che Trento, un dato di cui (e lo dico con la soddisfazione di sapere che queste pagine possono significare qualcosa non soltanto per me) i futuri studi della storia della metallurgia nel Nordest non potranno non tenere conto. Non è inoltre affatto improbabile che l’interesse della famiglia per i metalli fosse ancora precedente, risalendo proprio all’antica lapide del 1642; penso sia anzi ragionevole ipotizzare che i Chiuppani avessero avviato già allora un commercio se non una produzione di strumenti agricoli e tessili, e che quindi lo “scapecchiatoio araldico” rappresentato nella loro pietra tombale fosse stato tratto proprio dall’insegna della loro bottega. Si può fare anche un’altra ipotesi: che l’avvio dell’attività commerciale e metallurgica sia stato reso possibile da un reinvestimento dei proventi dell’appalto del sale di cui la famiglia si occupava fin dagli anni Venti del Seicento.

Non so bene cosa farò di queste informazioni, come, cioè, le includerò nella mia identità di italiano del XXI° secolo – un’identità di cui la storia del passato familiare fa necessariamente parte; forse alla fine un modo lo troverò sebbene la mia vita di scribacchino sia mille miglia distante da quella di un fabbro, o chissà, magari non così tanto. Posso però soltanto immaginare ciò che mio nonno Giuseppe avrebbe pensato se fosse venuto a sapere del meraviglioso documento rivelatomi da Nadir Stringa, e che non può che dispiacermi che non abbia mai veduto, lui che fu per tanti decenni dirigente di una delle più importanti aziende metallurgiche dell’Italia del dopoguerra, le Smalterie Venete, e che per la Storia di Bassano pubblicata nel 1980 scrisse proprio il capitolo su “Metallurgici, mobilieri e orefici a Bassano” (17). Se Giuseppe Chiuppani dedicò tutta la sua vita ai metalli – accompagnando di tanto in tanto suo figlio a vedere l’enigmatica lapide, come mio padre avrebbe fatto anni dopo con me – forse ciò fu proprio perché nelle sue vene, sebbene allora non fosse possibile saperlo, scorreva il sangue di una piccola dinastia protoindustriale di imprenditori del ferro, del piombo e del bronzo.

(1) Si veda Archivio di Stato di Bassano del Grappa (ASBdG), Archivio Notarile Bassano, busta n° 222, protocollo n° 32, atto n°8090, e busta n° 223 (Vittorelli Andrea fu Vettor 1664-1668), protocollo n° 34, atto n° 8671 del 21 dicembre 1665.

(2) Si veda ASBdG, Archivio Notarile Bassano, busta n° 220 (Vittorelli Andrea q. Vettore), protocollo n° 17, atto n° 3501 dell’8 febbraio 1650.

(3) Si veda ASBdG, Archivio Notarile Bassano, busta n° 220 (Vittorelli Andrea q. Vettore), protocollo n° 17, atti n° 3500 e n° 3501 dell’8 febbraio 1650.

(4) Si veda ASBdG, Archivio Notarile Bassano, busta n° 220 (Vittorelli Andrea q. Vettore), protocollo n° 17, atto n° 3501 dell’8 febbraio 1650.

(5) Giacomo Marzari, La historia di Vicenza, Vicenza 1604, p. 219.

(6) ASBdG, Archivio Notarile Bassano, busta n° 204 (Vittorelli Vettore fu Gasparo 1626-1631), protocollo n° 20, atto n° 2596 del 17 Aprile 1628: “Francesco Chiupan del q. Bortolamio Canevaro in Bassano […] ha venduto et alienato a […] Matio Rolandi […] una parte di casa di esso Francesco posta in Bassano in Contrà della Via Nova cioè una camera di solaro con la soffitta”. Si veda anche ASBdG, Archivio Notarile di Bassano, busta n° 204 (Vittorelli Vettore fu Gasparo 1626-1631), protocollo n° 21, atto n° 2418 del 7 luglio 1627: dove “Nadalin Chiupan”, fratello del Francesco sunnominato, è definito “Canevaro in Bassano del q. ms. Bortolo”

(7) voce “Scapecchiatoio” e “Scapecchiatura”, Vocabolario della Lingua Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1994, vol. 4.

(8) ASBdG, Archivio Notarile Bassano, busta n° 284 (Bellaviti Paulo Seniore q. Alvise), protocollo n° 4, atto n° 870 del 21 giugno 1688.

(9) Roger Prior, “Shakespeare’s Visit to Italy” in The Journal of Anglo-Italian Studies, vol. 9 (2008).

(10) “Si trasferì a Trento nella prima metà dell’’800 e vi aperse una fonderia di campane ancora attiva nella seconda metà del secolo. Per l’omonimia del nome si presume sia il nipote di Carlo il Capitanio. Presso la fonderia di Carlo Chiuppani trovò lavoro Luigi Colbacchini, nato nel 1854, che perfezionatosi nell’arte si mise poi in proprio (Storia di Bassano 1980 pag. 364)”. Giuseppe Chiuppani, Origini dei Chiuppani, dattiloscritto, Bassano 1985, sezione no 3. Si veda anche Giuseppe Chiuppani, “Metallurgici, mobilieri e orefici a Bassano” in Storia di Bassano, Bassano del Grappa 1980, p. 364.

(11) Dedalo: Rassegna d’arte, vol. II, no. II (1932), p. 229. Si veda anche Antonio Massari, Giorgio Massari: Architetto veneziano del Settecento, Vicenza 1971, pp. 7 e 44.

(12) Si veda Nadir Stringa, La famiglia Manardi e la ceramica a Bassano nel ‘600 e nel ‘700, Bassano 1987, p. 55, n° 17. Gio Maria Salmazzo sarebbe ritornato in seguito a Bassano dove avrebbe aperto una manifattura di ceramica che fu attiva tra il 1749 e la metà degli anni Cinquanta: Nadir Stringa, La famiglia Manardi e la ceramica a Bassano nel ‘600 e nel ‘700, Bassano 1987, p. 95.

(13) Emanuele Pietrogrande e Emanuela Zucchetta, Palazzo Celsi a Venezia, Milano 2000, p. 87.

(14) Donato Fabianich, Convento il più antico dei frati minori in Dalmazia, Prato 1882, p. 100.

(15) Giambattista Verci, Storia degli Ecelini, I, Bassano 1779, p. 154.

(16) Archivio di Stato di Venezia, Senato Rettori, filza 326, Relazione di Giacomo Gradenigo savio alla mercanzia e deputato alle fabbriche, 7 agosto 1769.

(17) Giuseppe Chiuppani, “Metallurgici, mobilieri e orefici a Bassano” in Storia di Bassano, Bassano del Grappa 1980, pp. 355-386.

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