Ma perché si scrive? Breve apologo semiserio

Si vorrebbe schivarla come una domanda naïve o troppo generica, indiscreta o vagamente scortese: perché scrivete, cioè scriviamo? E invece che pungolo! Ci spinge indietro fino alle memorie più lontane, nitide od offuscate che siano, e da queste nei meandri e ripieghi della tradizione letteraria e filosofica, e quando siamo arrivati all’uomo di Neanderthal ancora non abbiamo capito niente; ci riflettiamo per minuti e ore sotto la doccia o in macchina, ma senza riuscire ad afferrare una soluzione prima di spegnere il motore ed entrare in supermercato; oppure sì, ecco, l’abbiamo appena trovata! ma un sorpasso ci distrae e inspiegabilmente ce ne dimentichiamo. Continuiamo intanto a dubitare ci sia qualcosa di molto bizzarro nell’esser spinti a scrivere un romanzo di centinaia di pagine quando potremmo fare molte altre cose ben più utili alla comunità: che ne so, insegnare in un liceo, compilare dichiarazioni di redditi, otturare una carie. Per rinfrancarci ci diciamo che i libri scritti nella storia dell’umanità sono più di cento milioni, quindi evidentemente ciò di cui ci occupiamo non è così strano – ma non ne siamo convinti. Personalmente, non riesco a togliermi dalla testa la replica di Shishkin alla stessa domanda, e cioè che la scrittura sia una strana specie di affezione o infermità, ma benigna e con la quale si può convivere a lungo e proficuamente.

Partendo da qui rispondo allora: che si nasce e si vivono i primi anni in modo troppo felice o troppo infelice o nella moderazione più pacifica dei sentimenti, ma è sempre senz’altro qui che qualcosa accade in noi. Si diventa poi adolescenti o troppo socievoli o invece per troppo tempo chiusi in camera, oppure assolutamente diligenti e obbedienti e compìti e noiosi; passano ancora dei mesi e finalmente un giorno, mentre per l’ennesima volta prendiamo la bicicletta per scendere per le piazze, ci chiediamo se la furia che abbiamo indosso ce la dia soltanto il mirabile sole di maggio o non dell’altro, e capiamo a un tratto che c’è qualcosa in noi. È come se dietro alla mente ci fosse un rumorino, un movimento, un grattamento, ma non è spiacevole, invece riempie di energia e di desiderio.

Ma desiderio di cosa? Non lo sappiamo e qui sta il bello, perché il grattamento continua, cresce, si fa più forte e insistente finché sentiamo come un movimento e capiamo che piange: perché è un demonietto, è il nostro satanasso custode e ha fame e già gli stanno spuntando i dentini. Bisogna dargli qualcosa, così nell’incertezza prendiamo a caso un libro e cominciamo a leggere. Gli diamo prima qualche classico greco-latino, poi un po’ di ottocento italiano, ma oh Signore sta per rimettersi a frignare. Allora passiamo ai francesi, agli inglesi, ai russi, continuiamo a frequentare librerie e biblioteche, ma lui più cresce più ha fame. Ora divora in pochi giorni lunghi scaffali e poi non vuole soltanto libri, gli piace anche viaggiare. Già ci ha spronato per l’Italia e l’Europa, ma adesso ci pungola attraverso l’Asia, l’Estremo Oriente, l’America, e nelle sue fauci gettiamo tutto quello che vediamo: deserti e castelli, mari e spiagge, piazze e chiese, e lui è felice, ha una bella pancina, ma non sta fermo per molto. Vuole anche provare il gusto di lauree, dottorati, conferenze, congressi, e poi biblioteche intere, centinaia e migliaia di volumi e riviste che trangugia e digerisce senza farsi nemmeno un sonnellino.

Siamo preoccupati, sì, e da tempo, perché ormai quello s’è divorato mezzo mondo e l’altra metà non durerà ancora a lungo. Poi che succederà? Quelle fauci da lince bisogna mantenerle mansuete a tutti i costi, ormai è come convivere nella stessa gabbia con un leone a dieta. Ma che fare? Ecco, a un certo punto ci proviamo senza crederci: è difficile che proprio questo possa funzionare quando tante altre cose non sono servite. E scriviamo: non tanto, un po’ di pagine, un paio di capitoletti – ma non di articoli universitari né di tesi, che al posto di togliergli i crampi glieli facevano raddoppiare. Questo è altro: e lo capiamo quando vediamo che il demonietto mastica il nostro manoscritto, all’inizio perplesso poi beato, chiude gli occhi, e con un piccolo rumorino della sua pancetta si appoggia alla nostra spalla, cominciando a russare dolce dolce come un gattino fa le fusa.

Quasi non ci crediamo… Andiamo avanti, scriviamo il terzo e il quarto capitolo e quando si sveglia gli diamo anche quelli e lui li lecca e succhia felice come dei cioccolatini. Ma allora funziona! È straordinario! Forse possiamo smettere di vagare per il mondo svuotando biblioteche, forse si può vivere anche così, battendo dei tasti su un foglio bianco… beh, su molti fogli fitti fitti di inchiostro. Passano mesi di sospensione mentre non sappiamo se la fortuna continuerà, quando una sera per la prima volta in vita nostra il satanasso scende dalla spalla e comincia a vagare per la scrivania, cammina a quattro zampette e addirittura butta via il tridentino. Mio Dio! Ma allora possiamo provare a fare un patto: tu stai buono e io ti rifornisco di carta stampata con regolarità, diciamo un trecento pagine l’anno, ti va bene? Non risponde, si limita a chiudere gli occhietti passando la lingua violetta sulle labbra e a rizzare la codina che gli è spuntata, poi salta giù e si accoccola sul tappeto e ci guarda insonnolito. Ed ecco che dorme di nuovo.

Mi sento stranamente tranquillo e felice eppure non riesco a star seduto: mi alzo e vado allo specchio e mi risponde un sorriso ebete e malinconico che mi ricordo di avere già visto. Dove, però…? Aspetta, ma sì, quel pessimo scrittore venuto in visita l’anno passato, non mi aveva guardato più o meno così? Ritorno in camera, allungo lo sguardo verso le montagne, poi fisso di nuovo il diavoletto che sospira sognando. Mi fa pensare proprio a un gatto, anzi a una gatta, come quella imbalsamata che sta nella casa di Petrarca ed è un falso ovviamente, anzi un affronto di cattivo gusto alla sacra memoria del poeta, però come tante bizzarrie barocche dopo non riesci più a dimenticartela. L’epigrafe dà voce alla bestiolina e recita ridicola: maximus ignis ego, Laura secundus erat… Proprio così!

Rispondi