Lettera di un vicentino a un pietroburghese

Carissimo Boris,

al ritorno da cinque giorni di passeggiate e conversazioni lungo le rive senza fine della Neva nera, lentissima e larga come un lago italiano, sotto i colonnati bianchi e color crema del Sinodo o per i colossali cortili azzurri del convento di Smol’nyj, non trovo le parole per ringraziarti dell’ospitalità. Lo so che è una vecchia figura retorica, di quelle con cui in nessun caso si dovrebbe aprire una lettera, tanto meno una diretta a un conoscitore così squisito di stile come per mia sfortuna sei tu. Poi però penso che forse mi perdonerai, e non soltanto perché l’hai già fatto tante volte: non sono infatti proprio i timpani e le colonne di San Pietroburgo, elementi ripresi da una classicità riveduta mille volte ma mai rievocata tanto potentemente quanto in Russia, che mi giustificano quando ritorno a usare una formula già letta in milioni di occasioni?

Non ho dubbi che il delizioso sconcerto che Pietroburgo trasmette sia troppo diverso da qualsiasi altro stato d’animo per cancellarsi mai dalla memoria. Per questo provo due opposti desideri: uno di ritegno che mi porterebbe a concludere subito qui, ma anche quello di cercare di capire cosa sia successo scrivendo una lettera lunga come quei crepuscoli pietroburghesi che non finiscono mai, quando sembra che luce e tenebra non possano esistere l’una senza mischiarsi all’altra; non c’è più giorno ma la notte non arriva, le ore scorrono senza scorrere e la vita pare sospesa proprio quando scivola più rapida: tanto meglio continuare a camminare. Dalle rive della Fontanka si svolta allora sul Nevski Prospekt, lì si avanza fino alla cattedrale di Kazan e da qui si comincia a seguire il canale Griboyedov.

Trecce di nubi grigie si divincolano nel cielo scuro e lucente, quasi stracci torti da un artista in ansia di fronte a un’opera che vuole rendere perfetta, e infatti al di sotto di essi il frontone e le scalinate dell’Istituto Caterina si alzano straordinatamente armoniosi, sobri, sereni. Mi volto e riesco a vedere una parte dell’edificio dello Stato Maggiore, famoso per l’arco di trionfo che fronteggia il Palazzo d’Inverno: è elegante, raffinato, saldo, maestoso. Allora ho un’apparizione: mi sembra di essere non in Russia ma in Italia, proprio a Vicenza, non però a Vicenza come essa è ma come Palladio l’avrebbe voluta se i da Porto e i Capra avessero posseduto latifondi con decine di migliaia di “anime” e rendite in proporzione. E invece no e così quattro colonne di mattoni dovevano dare l’impressione d’essere otto di marmo, otto cattive statue d’essere sedici capolavori, sedici finestre d’essere un’infinità. Le ville e i palazzi di Palladio non sono che i puntelli di una visione evanescente, come un libro di architetture da sfogliare immaginando virtù eroiche, legionari dai mantelli rossi, patrizi in toga, filosofi che conversano in giardini – personaggi di un impero fantastico che mai nemmeno per un momento si è creduto che veramente esistesse.

A Pietroburgo invece la fede c’è stata. Molte persone sognano, ma sono così poche quelle che lo fanno tanto testardamente da compiere del tutto le proprie visioni! Così credo sia accaduto nella tua città, dove certi aspetti della cultura europea appaiono realizzati con una chiarezza insuperabile, quasi semi cresciuti a raggiungere dimensioni colossali in un’immensa serra ripiena di strani e potenti vapori. Sì, a San Pietroburgo ci si trova di fronte a una specie di enorme specchio dove un italiano può fissare se stesso quale egli ha sempre desiderato di essere, e allo stesso tempo quale ha avuto il terrore di diventare: perché dopotutto è sempre molto spaventoso vedere i nostri sogni realizzati. Questa città è proprio il contrario degli specchi dei circhi: è uno specchio che fa sembrare noi stessi deformi. Ecco, pensiamo davanti agli edifici di Carlo Rossi, come il classicismo doveva essere fin dal primo momento, ecco qualcosa di meglio dell’originale! In quei ritmi di bianco e di giallo, di architravi ed edicole, capitelli, lesene, finestre nicchie esedre colonne, osserviamo dilatarsi il sublime così come si distende la Neva; le pupille allargate dal crepuscolo sulle acque nere si riempiono della luce degli intonaci, proviamo una dolcezza per la mente e per il petto, e respiriamo.

Mi vien da dire che visitare il centro di Pietroburgo è un po’ il corrispettivo artistico di un ammarraggio alle isole Sandwich ai tempi di Cook, dove tra palme, fiori, acacie e sorgenti si credeva di poter finalmente ritornare alla vita ideale vietata fino ad allora dal comando divino. Ma non è proprio nel momento in cui ci si avvicina di più alla soddisfazione dei desideri che si sente con più dolore l’angoscia della distanza? Così il palazzo Mihajlovskij che tu consideri il più alto capolavoro di Rossi è a un tempo la realizzazione più armoniosa dell’equilibrio aristocratico e il più tragico, violento, mostruoso fallimento: perché additandoci il punto più raffinato cui può giungere la sensibilità classica, che per tanti secoli è stata l’ossessione di un intero continente, esso ci costringe a riconoscerne i limiti come non l’abbiamo mai fatto prima. E quando l’impegno è stato tanto grande la caduta non può che essere più violenta, così i colonnati del Mihajlovskij sembrano ridotti al loro contrario, al piccolo quadretto di una vanitas barocca. Anche per questo non mi sorprende che i visi dei russi che scendono per il Nevski sorridano così poco e appaiano invece tormentati come le strie di nubi sotto cui camminano. Ma quanto è meglio la disperazione del loro cruccio del sorriso che sta sulle facce di un altro popolo di realizzatori, gli americani, e che è quello di chi continua a vivere illusioni da cui non si è ancora risvegliato!

Non riesco a trattenermi e alle colonne di Rossi e Quarenghi sovrappongo il ricordo della collezione di meraviglie del fondatore della città, il famigerato wunderkammer dello zar Pietro. Eccole le meraviglie: feti a due teste, nasi elefantini sotto un denso liquido trasparente, crani sezionati, cuori giganti imbalsamati – è il luogo dove il meraviglioso e il mostruoso coincidono. È proprio vero quello che ci siamo detti in una delle nostre passeggiate: la bellezza di certi angoli di Pietroburgo è tanto estrema da far pensare a un feto siamese “preparato” in un’ampolla, cioè fissato per l’eternità nella perfezione della sua natura mostruosa. No, non credo sia un caso che il barocco russo abbia spesso sfiorato il rocaille ma senza mai veramente raggiungerlo: la grazia giocosa del rococò qui non può vivere perché contraddirebbe proprio lo slancio idealistico che sotto questi cieli vuole portare ogni cosa all’estremo, cioè al punto in cui il meraviglioso e il mostruoso coincidono. Così a Pietroburgo il barocco ha continuato a coltivare una sensibilità per il colossale, l’eroico e il classicheggiante di ispirazione versaillana, da cui poi si è subito saltati al neoclassicismo; e invece in Italia anche le nostre ascelle puzzano di rococò.

Dicono che Pietroburgo sia una città italiana ma quanto ciò è falso! Al contrario è un luogo che fa sentire quanto insufficiente l’Italia sia e come abbia bisogno della Russia per lasciare indietro la sua riluttanza per l’estremo e il puro e per imparare a sfidare il disumano e il mostruoso – e questa è una grande lezione per me personalmente. A Pietroburgo c’è stato tanto coraggio da rasentare la pazzia e noi italiani, popolo troppo cinico per non apparire anche un po’ codardo, abbiamo un gran bisogno d’entrambi. Ti prometto dunque che continuerò a riflettere sui miei limiti mentre aspetto che sia tu a venirmi a trovare. Allora da buon lillipuziano cercherò di farti a mia volta da guida tra le glorie della minuscola marca trevigiana, vero regno di Lilliput a paragone dell’impero zarista. Chissà che tu non riesca a trovarci qualcosa che ti piacerà e che nessuno dei tuoi compatrioti ha finora notato. Non so cosa potrà essere, so però che sarà tanto piccolo che potrai portarlo al collo dentro uno di quei pendenti rotondi apribili, dipinti di miniature di paesaggi e di città turrite. E quando ritornerai tra i fiumi, le pianure e i crepuscoli infiniti del tuo nord se vorrai lo scaglierai tra i prati, e forse ne nascerà un’immensa metropoli.

Affettuosamente tuo,

Beppi

Un commento a “Lettera di un vicentino a un pietroburghese

  1. Caro Beppi,
    una pagina splendida, scritta con superba “finezza” che stupisce chi sa che non sei ancora celebre (come invece dovresti essere da tempo). Che fa riflettere per contrappasso sulla miseria dei tempi.
    Stuzzicante, accende il desiderio badando bene di non soddisfarlo che in minima parte.
    Ho sempre sentito parlare di questa famosa città, dei suoi illustri musei, della presenza di grandi architetti italiani. Noi, che abbiamo studiato a Vicenza e a Padova, che abbiamo passeggiato nei veri spazi palladiani provando indicibili sensazioni, volato nelle prospettive giottesche e mantegnesche, non possiamo non esserne colpiti.
    Ti ringrazio molto e ti prego di ringraziare anche Boris.
    Luciano Troisio

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