Lo stile al tempo dei blog

Recensioni, articoli, libri, scritti in un’ora un giorno un mese o anche un anno, ma mi raccomando non un minuto di più. Che gioioso abbandono c’è in questa corsa a perdifiato: una moltitudine di autori e critici lascia dietro a sé una lunga coda d’inchiostro su cui i ritardatari si affollano magari inciampandoci e imbrattandosi tra loro, ma continuando a sobbalzare verso il loro indiscusso obiettivo: coprire di nero una pagina bianca, e in fretta. Sono poche le penne che oggi possono permettersi dei momenti di indecisione. Pensano a dissuaderle l’imperativo (im?)morale, forse vagamente protestante ma ormai quasi universalmente diffuso, di impiegare il proprio tempo il più efficientemente possibile, le pressioni di università redattori siti case editrici, o semplicemente il timore di venire travolti dai frangenti di carta stampata che crescono intorno a noi sempre più minacciosi. Che non soltanto le attività industriali ma anche quelle creative vengano eseguite sempre più rapidamente è una storia in realtà così vecchia che sono ormai passati non decenni ma secoli da quando lo si è cominciato a notare: l’accelerazione del tempo, si potrebbe dire, è diventata un fenomeno senza tempo. Ciò non toglie che certi estremi raggiunti oggi rasentino l’incredibile: non sono più rari gli autori che abbiano scritto decine di romanzi durante non una ma una mezza carriera, ed esistono casi in cui lunghi testi narrativi vengono composti non soltanto a puntate perentoriamente ravvicinate, ma per di più in parallelo – più romanzi allo stesso tempo, per capirci.

Di fronte a questo stuolo di lavori più o meno tirati via si può anche provare una forma di ammirazione: la quantità, perlomeno, colpisce. Che succede, però, allo stile? Certo esiste uno stile della scrittura veloce, quando la rapidità della composizione si somma alla rapidità della lettura, magari con risultati anche piacevoli; altrettanto sicuramente, però, esso non risponde a quella concezione storicamente e culturalmente definita che a più riprese lungo lo sviluppo della nostra e di altre tradizioni europee ha rappresentato nel bene e nel male lo stile “letterario”. Come altre letterature romanze e non, anche quella italiana ha praticamente per tutta la sua storia posto una fortissima enfasi sulla necessità di curare la forma linguistica: gli esempi sono innumerevoli, né le eccezioni riescono a rendere questa caratteristica meno evidente. Siamo arrivati a un tale rispetto per l’accurato scrivere che perfino testi scientifici quali quelli di Galileo o di Giambattista Brocchi possono essere letti non soltanto come opere chiave nei rispettivi settori di ricerca (l’astronomia e la geologia), ma anche come capolavori di stile. Pure gli autori in apparenza più caratterizzati da una scrittura semplice e perspicua, come ad esempio Primo Levi, mostrano in realtà una straordinaria cura e un completo dominio dei loro strumenti stilistici – “cura” che ha una caratteristica distintiva: quella di essere il risultato non tanto di un’accelerazione quanto di un lento accumulo di tempo, poi trasferito nella mente del lettore all’atto della lettura. Questa sedimentazione temporale porta a sua volta con sé una particolare relazione con alcuni degli aspetti più costitutivi della nostra vita, tra cui uno del tutto insospettato, che è nientemeno che quello con la nostra cara amica di sempre: la morte.

Nel nostro impalpabile presente leggere un verso o una frase dove ogni sillaba è stata pensata, dove non è soltanto il rapporto tra i significati – lessicali, grammaticali, sintattici – ma anche quello tra gli elementi fonetici e metrici che è stato meditato nel dettaglio, è un’esperienza straniante come poche, ben più che parlare in una lingua straniera. È proprio un tentativo di uscire dal regno dell’intercambiabilità, della replicazione, dell’occasionalità, senza naturalmente mai riuscirci del tutto, attraverso l’incontro con un tipo di testo dove si accumulano almeno due ordini di tempo: il tempo personale dello scrittore, le riflessioni e i ripensamenti con cui ha definito le sue scelte, non sempre consce ma idealmente non ingenue; e l’ordine temporale che discende invece dal rapporto dell’autore con la tradizione. Lo stile, cioè, è anche una cassa di risonanza in cui echeggiano altre voci: testi che appartengono a un tempo storico e sovra-individuale vi vengono ricombinati, in un modo che resta però di volta in volta specifico. Questo accumulo di giorni anni secoli funziona sulla scrittura letteraria come su un vecchio intonaco: la riempie di striature e asperità, sinuosità e rigonfiamenti che la rendono di fatto irripetibile, così che essa diventa più di una serie di messaggi, come quell’intonaco invecchiato non è soltanto uno strato di malte e di colori.

È quando un simile accumulo temporale incontra il lettore che la specificità delle parole si combina alla specificità della mente di chi legge generando quella sensazione di singolarità che conosce bene chi ama la lettura, e che forse non è altro che un grande travaso di tempo: dall’opera alla mente e dalla mente all’opera – un piacere così profondo e così lieve che cambia la nostra vita pur non cambiando nulla, mentre continuiamo a restare seduti di fronte a una finestra piena di sole con in mano Levi o Meneghello. È difficile, qui, che si dia una ripetizione: è quasi impossibile fare due volte la stessa lettura di un testo letterario, perché la prima ci avrà già cambiato e così la prossima sarà un’esperienza nuova. Questo intenso travaso di epoche è senz’altro diverso dalla velocità della comunicazione ordinaria, specialmente quella della sfera digitale, dove più che un accumulo si dà una successione di una moltitudine di informazioni che spesso non c’è (appunto) il tempo di mettere in una relazione meditata, ragionevolmente precisa, ragionevolmente necessaria. Ciò naturalmente non toglie nessun merito ai testi che abbracciano l’intercambiabilità e la ricombinazione, sebbene resti importante, io credo, differenziarli da un’attività come quella letteraria, che proprio in quanto oggi così marginale e modesta può difficilmente permettersi di perdere le sue caratteristiche di fondo.

Lo scrivere accurato è senz’altro una delle risposte dell’uomo a quel suo bisogno quasi primordiale di far bene il proprio lavoro (parlando di un muratore italiano incontrato durante i lavori forzati ad Auschwitz, proprio Levi raccontava che sebbene questi sapesse che i suoi muri dovevano servire a una fabbrica nazista non riusciva a tirarli su male: per puro istinto di far bene). Tuttavia nella scrittura letteraria avviene probabilmente anche dell’altro, perché la pagina è sempre qualcosa in più di un foglio di carta o di una schermata di computer: è lo spazio in cui il silenzio si trasforma in voce, e la lingua entra in rapporto con la realtà e la commenta e la ricrea. La cura per la disposizione delle parole, la tensione con cui queste vengono ordinate e unite insieme può divenire, nei casi migliori, una curiosa metafora: una piccola immagine della vita nata dall’inesistente, dove lo stile apparirà forse simile a quelle forze fondamentali della natura che tengono vicini gli atomi e le molecole di un organismo – ora lettere e sillabe che sfidano il silenzio un po’ come la vita è sempre insidiata dal suo contrario.

Ma c’è dell’altro ancora: se lo stile presuppone sia all’origine che al momento di fruizione una riflessione silenziosa e solitaria e non affrettata – perché avvenga quel trasferimento di tempi di cui dicevamo – quest’attività implica a sua volta una certa idea di individuo. Un tipo di persona, cioè, che si realizzi non soltanto attraverso la produttività economica e le relazioni sociali (intese al loro livello più basso e diretto), ma anche in quelle dimensioni ultra-sociali e ultra-economiche che sono lettura e scrittura quando non vengono continuamente incalzate da ansie professionali. Mi viene in mente Flaubert, seduto nella poltrona del suo studio di Rouen, che ripete fino all’estenuazione un certo passaggio di Salammbô in un susseguirsi di esitazioni, come se il tempo si misurasse non in secondi o minuti ma con il ticchettio dei dubbi e dei ripensamenti – e mi chiedo cosa avvenga dentro di lui. Senz’altro non un ragionamento del tutto coerente o cosciente, né lo sforzo di soddisfare un redattore o il pubblico acquirente, piuttosto una pratica che un tempo si sarebbe descritta come spirituale, e che vede nello stile una possibilità, per quanto fioca, di avvicinarsi in qualche modo alla natura delle cose. È un impulso che la letteratura condivide con altre arti, ma che essa persegue attraverso quel misto di suoni e significati che è il linguaggio, il quale per essere apprezzato nei suoi punti più alti esige appunto un particolare stato fisico e mentale che proprio la diffusione sempre più vasta della comunicazione rapida e breve sta rendendo sempre più difficile da coltivare. Tuttavia, nonostante la valanga di post, tweet e blog che ci sommerge (incluso questo), non credo che lo stile tramonterà mai: quando molte delle conoscenze di cui le società più avanzate hanno bisogno saranno riprodotte più o meno automaticamente attraverso l’informatizzazione dei saperi (incluse magari anche le fiction di consumo) lo scrivere più accurato – non necessariamente il più difficile da leggere – apparirà ancora più chiaramente per quello che è sempre stato: una metafora del nostro tempo, della nostra vita e della nostra morte.

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