Tra i due estremi dell’autoritarismo: mafia e neoliberismo in un capolavoro di Alberto Lattuada

Si provano due sensazioni totalmente contrastanti di fronte ai capolavori dimenticati: il dispiacere, certamente, che opere che abbiamo motivo di credere rilevanti non siano abbastanza apprezzate, ma anche la soddisfazione di sapere che dai viaggi della mente in territori remoti e poco battuti si riesca a ritornare tutt’altro che a mani vuote, anzi come questa volta con un’opera straordinariamente interessante. Il mafioso, film di Alberto Lattuada, è uno di quei ritrovamenti che ci comunicano entrambe le sensazioni al loro grado diciamo pure massimo. Girato nel 1962, rappresenta non soltanto una delle migliori interpretazioni di Alberto Sordi, ma soprattutto una riflessione sorprendentemente penetrante sui due modelli di sviluppo sociale che allora – e ancora oggi, sebbene con alcuni importanti cambiamenti – si affrontavano in Italia: quello capitalistico (cinquant’anni fa identificato con lo sviluppo industriale e oggi con il cosiddetto neoliberismo) e quello mafioso. La grande scoperta di Lattuada consiste nell’aver intuito che il tipo di persona, o meglio l’ethos che questi diversissimi modelli presuppongono è incredibilmente simile se non addirittura coincidente: si tratta di un tipo di individuo caratterizzato in grande misura dall’assoggettamento e dalla sottomissione. Se c’è una via verso la libertà e la realizzazione di sé, il regista sembra volerci dire, essa non passa per nessuno di questi due paradigmi socio-politici. Resta da chiedersi se in Italia, paese dove entrambi questi modelli hanno trovato impiego, non esista la possibilità di sfruttare la loro conflittuale coesistenza proprio per immaginare un diverso orizzonte sociale.

Il film ripercorre le vicende del siciliano Antonio Badalamenti, impiegato modello nello stabilimento milanese di una grande ditta americana dove è addetto al cronometraggio dei dipendenti in catena. Non c’è mansione che meglio esprima la razionalità dell’attività industriale: dove l’attenzione all’uso produttivo del tempo si fa maniacale, le azioni vengono determinate da una routine scientificamente stabilita e gli spazi di negoziazione dei propri compiti si riducono al minimo. Allo stesso tempo i rapporti tra individui diventano sempre più impersonali: non sono più uomini e donne ad incontrarsi nei corridoi di uno stabilimento ma piuttosto funzioni professionali – operai, tecnici, contabili. Nel gergo degli anni Sessanta, oggi pressoché scomparso dalla circolazione e tuttavia ancora utile per descrivere il nostro tempo, la vita milanese di Badalamenti si definirebbe “alienata”, tanto la sua capacità di realizzarsi viene limitata dalla miriade di obblighi imposti dal lavoro. Perché se a Milano non subisce i soprusi dell’ordine mafioso non per questo Badalamenti è libero, ma è invece continuamente plasmato dalle leggi della sua professione, a loro volta espressione della competizione economica.

Nell’Italia deindustrializzata di molti decenni più tardi le cose parrebbero star molto diversamente, eppure non è forse così: i processi di spersonalizzazione e razionalizzazione che negli anni Sessanta si esprimevano nello stabilimento industriale sono oggi usciti dalla fabbrica per coinvolgere settori che un tempo rappresentavano il polo opposto a quello del lavoro salariato – e ciò accade in maniera ancora più radicale nei paesi a capitalismo più “avanzato” di quello italiano, come ad esempio negli Stati Uniti. Penso a professioni come il giornalismo, la carriera medica o addirittura l’insegnamento universitario, decenni fa cittadelle delle relazioni personali (piuttosto che im-personali) e soprattutto dell’autonomia intellettuale, che è il contrario della pedissequa osservanza di routine che caratterizza il lavoro industriale. Carriere di questo genere sono al nostro tempo investite tanto profondamente dai processi di meccanizzazione del lavoro che già hanno caratterizzato l’industria, da esser diventate dei veri e propri vivai di “Badalamenti” e da far dubitare che l’etichetta di professioni “liberali” si potrà applicare ad esse ancora per molto.

Anche per Antonio arrivano però le ferie e poco prima di partire viene convocato in ufficio dal direttore: un italo-americano che gli dà un pacchetto da consegnare a Don Vincenzo, capo-mafia del paese dove Badalamenti è cresciuto. L’oggetto contenuto rappresenta un messaggio con cui il direttore, affiliato a Cosa Nostra, chiede agli “amici” siciliani di incaricarsi dell’eliminazione di un italo-americano divenuto ostile: se i meccanismi dell’economia di mercato minacciano continuamente la marginalizzazione di chiunque tenti di sottrarsi ad essi (tramite il licenziamento e la povertà) la mafia condanna semplicemente a morte, e così accade quando Don Vincenzo comincia a organizzare l’assassinio. In queste scene siciliane dal grande valore documentario veniamo inoltre a sapere che lo stesso Antonio Badalamenti è stato in gioventù un “picciotto d’onore”, e proprio Don Vincenzo l’ha aiutato a trovare il lavoro che l’avrebbe portato fino a Milano. Ritornato ora in paese da impiegato modello si trova al di sopra di ogni sospetto: per questo Don Vincenzo decide di sceglierlo come esecutore materiale dell’assassinio. Badalamenti è costretto ad accettare e viene spedito a New York clandestinamente, dove infine commette l’assassinio e da cui ritorna subito dopo – non è stato via che poco più di una giornata e al suo rientro a Milano nessuno dubita di nulla, nemmeno sua moglie.

Ecco che il coscienzioso impiegato di un’im-personalissima multinazionale si è trovato ad agire da coscienzioso sicario all’interno di un sistema del tutto opposto. È proprio vero, ci possiamo allora chiedere, che le qualità umane delle persone che operano in una società mafiosa sono incompatibili con quelle dell’uomo che lavora e vive in un ambiente capitalistico/neoliberista? La risposta ci può sorprendere, ed è proprio qui che sta il valore dell’analisi che si compie attraverso il film: quando Badalamenti accetta da buon “uomo d’onore” gli ordini di Don Vincenzo (cui naturalmente sottostava una severa minaccia) agisce impiegando quelle stesse caratteristiche etiche – lealtà, spirito di servizio, senso del dovere – che avevano fatto di lui un impiegato modello e dalla specchiata onestà. Il vero mafioso, scopriamo in questa pellicola, è tutt’altro che un essere immorale; al contrario ogni sua azione è il risultato di un codice di comportamento rigorosissimo. L’intuizione di Lattuada è fulminante nella sua semplicità: quando andiamo a sondare la vita sociale nei suoi due estremi capitalistico e patriarcale troviamo un’etica straordinariamente simile: l’etica dell’assoggettato. Il fatto che nelle prime l’uomo sia dominato da entità impersonali (multinazionali, borse, banche, agenzie di rating, ecc.) mentre nelle seconde da persone conosciute e determinate (il capo-mafioso), non rende né queste né quelle libertarie.

Lattuada già lo intuiva ai suoi tempi: se c’è una via che l’uomo può percorrere verso la sua emancipazione, essa non passa né per le società integralmente patriarcali, né per quelle totalmente capitalistiche. È una conclusione di notevole interesse, perché contraddice una storica tendenza del pensiero socio-politico italiano, che ha quasi sempre pensato i processi di emancipazione in contrapposizione al polo patriarcale, dal quale sarebbero stati costantemente ostacolati. “Familismo cattolico”, “mentalità controriformista”, “cortigianeria” e “clientelismo”, ecco alcuni degli aspetti socio-culturali del sistema Italia che la nostra tradizione liberale si è incaricata di combattere, spesso inutilmente. Non è escluso che a cancellarli ci possa riuscire non il liberalismo ma quella sua curiosa estensione o sviluppo che è il liberismo: dove la razionalità dello stato di diritto si trova al servizio della razionalità (in realtà follemente idiosincratica) dei movimenti economici. Le pressioni del mercato globale stanno imponendo all’Italia di adeguarsi agli standard di competitività straniera, e ciò passerebbe proprio attraverso la diffusione sempre più capillare di quella mentalità onesta, ligia e remissiva che abbiamo visto al lavoro nell’impiegato Badalamenti. Ciò però non farebbe che portarci da un sistema autoritario all’altro: dal personalismo patriarcale all’impersonalità liberista.

Di fronte al fallimento della libertà che ci troviamo ad osservare in tipi di società così diversi è inevitabile pensare quanto la stessa idea di libertà sia problematica: nella polis (in qualsiasi modo essa sia configurata) forse non ci può essere libertà, c’è soltanto potere, sia esso personale od impersonale, esercitato dal capo-mafia o dalla corporation. Ma è allora la ricerca di una configurazione gestibile del potere che potrebbe diventare il nostro obiettivo: e qui c’è una terza possibilità che ci si presenta. Quella in cui potere personale-patriarcale e stato liberale coesistono, in cui il milanese e il siciliano lavorano insieme stemperandosi reciprocamente, quella in cui l’ordinamento personale – il mondo dei favori, degli amici degli amici e delle furberie – si confronta con l’ordinamento impersonale-razionale che si incarna nelle istituzioni democratiche e nelle corporation, in ministeri e camere e tribunali e supermercati. Questa in effetti è stata ed è ancora l’Italia: un paese situato all’intersezione di questi ordini così contrastanti, dove proprio l’unione di modi di interazione socio-politica tanto diversi è continua causa di immense disfunzioni. Da una parte, infatti, lo stato non può affermarsi in quanto minato dalle relazioni su cui l’individuo può parallelamente contare (esempio classico: l’amico che lavora al tale ufficio pubblico), ma d’altro canto l’individuo non può vivere solo di amicizie ma deve fare i conti con le istituzioni liberali. Ciò che è accaduto durante il ventennio berlusconiano è stato un’oscillazione verso il polo patriarcale-clientelare, che ha rischiato di trascinare a terra quel poco che rimaneva di un rachitico stato di diritto; così non è successo, e ora il paese sta vivendo il tentativo di un movimento opposto, verso un ordinamento più liberale e liberista.

Non so cosa succederà, non so se il modello liberista vincerà irreversibilmente questo confronto (esso sta oggi mostrando segni allo stesso tempo di trionfo e di incontrollabile crisi) credo però che esso non sia un progetto per cui valga la pena di esclusivamente combattere. Credo invece che un tentativo di impegno etico possa oggi passare per la presa di coscienza dell’insufficienza dell’uno e dell’altro dei due modelli che si confrontano in Italia, quando vengono presi ciascuno in isolamento. La nostra sfida potrebbe stare nella necessità di ripensare l’intermedietà, quella condizione di commistione e di impurità dove personalismo e impersonalità incredibilmente convivono, e tramite la quale si potrebbe forse immaginare una società che possa godere dei benefici del liberalismo – apparati statali, leggi, giustizia – assieme a quelli della socialità diretta e non mediata – ciò che si potrebbe chiamare il clientelismo virtuoso, cioè la capacità di creare reti di persone che riescano a stabilire tra loro delle relazioni che travalicano la natura astratta della professionalità, per sfruttare l’immenso territorio della psiche che entra in funzione soltanto quando due persone si conoscono. È proprio in questa medietas morale, assai difficile da descrivere e ancora di più da gestire comunitariamente, che potrebbero magari saltar fuori le chiavi anche di quel problema infinito che è la ricerca della libertà. Se essa può essere descritta, come ha ricordato recentemente Maurizio Viroli in un suo interessante intervento, come “l’assenza di un potere enorme”, allora proprio un ordinamento misto, dove il soggetto può negoziare la sua posizione tra multipli livelli di interazione sociale, diventa un contesto in cui è pressoché impossibile imporre un potere simile. In una condizione del genere per ogni aspirante Berlusconi ci saranno sempre decine, centinaia non di ubbidienti impiegati o burocrati ma di Arlecchini: cortigiani astuti che non esiteranno a servire due padroni, pronti a esercitare la propria libertà non appena quei mezzi-padroni gireranno loro le spalle. Non è un caso se ogni tentativo di autoritarismo è sempre finito in Italia in una più o meno caotica operetta. La sfida è trasformare l’intermedietà che si esprime in quelle spesso ripugnanti opere buffe (che in realtà sono altrettanto tragiche) nella base di qualcosa di più simile a un equilibrio socio-politico. Se vi sembra poco…

2 commenti a “Tra i due estremi dell’autoritarismo: mafia e neoliberismo in un capolavoro di Alberto Lattuada

  1. Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, proverò senz’altro a sperimentare quanto avete indicato… c’è solo una cosa di cui vorrei parlare più approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.

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