Conversazione e comunità: sul ruolo della letteratura nella società della tecnica

Prendo l’ascensore, salgo all’ultimo piano dell’edificio dove abito e guardo in basso, ma non per ripetermi un’altra volta che il moderno centro di Chicago, quanto a interesse architettonico, non ha niente da invidiare a quelli di New York City o di Hong Kong. Ciò che mi voglio chiedere da quest’altezza è se quella che vedo di fronte a me debba necessariamente essere la comunità del futuro, l’orizzonte sociale cui inevitabilmente tenderanno le città europee ed italiane che ancora recalcitrano. Dal sessantesimo piano osservo le torri del centro dirigenziale di Chicago, il Loop, e tutt’attorno i quartieri di Bronzeville e della West Side, da dove proviene il cheap labor per il terziario, e quindi ancora più lontano i suburbi residenziali rigorosamente separati in quartieri di differenti fasce di reddito: ogni area urbana ha una funzione esatta, precisa, che la rende un microcosmo dalle specifiche caratteristiche che paiono non avere nulla in comune con quelle degli spazi circostanti. Ma soprattutto è straordinario notare come questa stessa precisissima divisione in compiti e funzioni definisca non soltanto le aree urbane ma anche gli individui che si muovono al loro interno e che osservo camminare piccolissimi dalla piattaforma all’ultimo piano: vedo i giovani studenti di legge di fronte alla Law School che sta a pochi isolati di distanza, quindi i medici che si incamminano al Northwestern Medical Center, gli insegnanti e gli assistenti della scuola di medicina, e poi gli autisti dei camion dell’UPS, i dipendenti dello Starbucks e via dicendo. Ciascuno è totalmente dominato dalla propria professione così come i quartieri sono dominati dalle loro funzioni. Tutte queste persone si lambiscono senza incontrarsi in un modo che ha del sorprendente e quasi dell’utopico tanto esso è giunto a un elevato grado di perfezione: in un luogo dove si concentrano milioni di uomini e donne ognuno di essi è tanto assorbito dal suo particolare compito da vivere avvolto da una specialissima bolla di impenetrabile riserbo. La recente diffusione degli smart phone ha dato a questa straordinaria organizzazione dell’estraneità il tocco finale: quando due professionisti si incontrano per caso, alla fermata dei taxi o in ascensore, la prima cosa che oggi l’etichetta impone di fare è mettersi a fissare lo schermo del telefonino.

Il risultato è che la conversazione ha cessato di esistere come attività socialmente rilevante, in questo come in moltissimi altri centri urbani del nord del mondo. Si dirà che ciò non potrebbe essere meno sorprendente: non si tratta che di un risultato della vita in una grande città, dove prevale l’ostilità reciproca, il timore per la propria sicurezza, la lotta per la sopravvivenza economica, ecc., che portano inevitabilmente con sé una riduzione dei contatti interpersonali. È tutto vero, eppure credo ci sia qualcosa di ancor più profondo e insidioso che fa sì che in città “sviluppate” come Chicago si abbia la sensazione che tra persone non ci sia ormai più niente da dire: si tratta di una questione che potrebbe essere addirittura definita, scomodando una parola importante, epistemologica. L’assenza di conversazione è cioè anche la conseguenza della particolare concezione di sapere che ha ormai prevalso ai nostri giorni nella società americana e in quella di molte altre parti del mondo: è quando si comincia a concepire la conoscenza come eminentemente tecnica che la conversazione – dove un tipo di sapere di tipo non tecnico è prodotto – diventa non impossibile ma semplicemente inutile e irrilevante. Non a caso quando si ha la fortuna di riuscire a scambiare due parole anche a Chicago, la sensazione che si ha è che esse semplicemente non abbiano avuto senso: pare cioè che in questo tipo di cultura urbana manchi niente meno che una categoria concettuale entro cui classificare questa attività, così da attribuirle una qualsiasi funzione non solo sociale ma conoscitiva.

Ma perché mettersi a criticare il sapere contemporaneo? Non stiamo finalmente vivendo l’utopia di una società permeata pressoché ovunque dalla conoscenza? Mai come oggi tanti giovani sono stati trasformati in coscienziosi professionisti dagli atenei dei quattro angoli del mondo. Sono ormai necessari anni di intenso studio per praticare quasi ogni tipo di professione tanto che un’istruzione che si fermi alla laurea, un tempo ambito traguardo, è oggi spesso considerata insufficiente. È uno spettacolo a suo modo straordinario osservare come la popolazione studentesca viene ordinatamente e ripetutamente divisa in sottogruppi diretti a differenti settori, mentre il loro naturalissimo senso di curiosità viene disciplinato e incanalato all’interno di una serie sempre più frazionata di campi di sapere. Né una volta al lavoro potranno rinunciare a continuare la corsa verso lo studio di nuove tecniche, poiché la rinnovata creazione di tecnologie li costringerà a sempre nuovi aggiornamenti. Ma se il sapere è diventato quanto mai necessario a qualsiasi tipo di crescita professionale ed economica, il problema  è che allo stesso tempo si è cessato di considerarlo al di fuori di questi stessi ambiti: si è cioè giunti a una tecnicizzazione della nostra concezione di conoscenza, che la ritiene un mero strumento di miglioramento economico.

Il paradossale risultato è che pur essendo attorniati da mille tipi di saperi siamo in balia dell’ignoranza più sorprendente: concentrandoci nell’acquisizione di una serie di technical skills, per quanto sofisticati, abbiamo perso la capacità di giudicare di tutta una serie di problemi estranei al particolare tipo di conoscenza che ci troviamo a possedere. Così un fisico confesserà la sua ignoranza davanti a un economista e viceversa, né un ingegnere se la sentirà di contraddire un esperto di marketing, e così via. Questa incapacità di affrontare problemi percepiti come settoriali coinvolge però spesso questioni che hanno un fortissimo impatto verso la comunità, quelle che chiamiamo politiche: diventa così impossibile esprimerci sul complicatissimo bilancio di un paese perché riteniamo di non avere le capacità per capirne il funzionamento, oppure non ce la sentiamo di formulare un’opinione sulla politica scolastica, su quella ospedaliera e via dicendo, perché i problemi ci appaiono nascosti in una selva di normative e dettagli tecnici che soltanto dei burocrati di professione, pensiamo, possono dominare. Proprio a causa del proliferare dei saperi ci troviamo così in uno stato di ignoranza perenne, di incapacità di giudicare e di schierarci, nonché di reagire alle scelte magari sbagliate che altri esperti fanno: il vecchio adagio secondo cui la conoscenza è potere si è proprio tramutato nel suo opposto, perché la conoscenza tecnica ci rende invece impotenti di fronte a tutta la vasta mole di ciò che riteniamo non rientrare tra ciò che di fatto sappiamo – e intanto la sfera pubblica si svuota e atrofizza.

Questa ultra-specializzazione non ha solamente dei risvolti politici ma ha un impatto diretto sulle nostre relazioni interpersonali: ecco che quello che poteva parere un semplice dettaglio della vita sociale tipica dei paesi ad “elevato sviluppo umano”, e cioè l’assenza di conversazione, diventa un importante termometro della loro temperie socio-culturale. Correndo a generare e ad impadronirci di saperi tecnici abbiamo perduto quelli che possono metterci l’uno in contatto con l’altro al di fuori della sfera professionale o privata, e di cui proprio la conversazione si nutre. Essa infatti può essere ritenuta la versione più ordinaria di un tipo di sapere del tutto diverso da quello tecnico, e cioè del sapere umanistico – che ha come sua fondante caratteristica non la specializzazione ma l’interdisciplinarietà. Le “umanità”, parafrasando Terenzio, coinvolgono tutto ciò che è umano e nel farlo uniscono sapere storico a sapere filosofico, sapere filologico a sapere artistico, sapere musicale a sapere psicologico e via dicendo, includendo anche il sapere scientifico: il genere-romanzo resta naturalmente l’esempio principe di questa straordinaria ibridizzazione di conoscenze, che era comunque già totalmente in atto in opere ben più antiche (pensiamo soltanto alla Commedia). La stessa idea di “settore” non può essere applicata alla modalità umanistica di conoscere la realtà che per mere necessità di categorizzazione: poiché il movimento concettuale che genera ed è generato dalle “umanità” o lettere si rifiuta per sua natura ad ogni limite settoriale.

Ciò non potrebbe essere più diverso da una concezione tecnica della conoscenza, ma soprattutto ciò ha un preciso effetto sulla sfera pubblica: poiché è precisamente questo atteggiamento olistico, questa sorta di intuito per il molteplice che le lettere contribuiscono a sviluppare in noi, che trova impiego nella discussione politica, che necessariamente coinvolge una molteplicità di aspetti e di conoscenze. Il sapere umanistico, in altre parole, è alla base della costituzione della vita politica democratica, e in questo ha un potenziale socio-culturale semplicemente enorme: esso sta dietro a una particolare concezione del cittadino come essere pronto alla riflessione e alla decisione sulla vasta serie di argomenti e problemi che lo coinvolgono ogni giorno – quel tipo di cittadino che in un presente dominato sempre di più dalla tecnologia sta effettivamente tramontando, per essere invece sostituito da un’élite di tecnici/burocrati interpellati di volta in volta da governi e grandi corporation.

Eppure, si dirà, non stiamo vivendo oggi proprio il sorgere di una serie di nuovi modi di conversare, e cioè i social media? Non notiamo che proprio le società a più alta penetrazione tecnologica hanno visto una capillare diffusione di Facebook, Twitter, e così via, sulla scia del successo commerciale degli smart phone? Questo fenomeno, io credo, può essere considerato il risultato di un processo di astrazione della sfera pubblica, dove a una riduzione della discussione personale risponde sì la diffusione di idee attraverso internet, ma che le vede però circolare in forma spesso assai più semplificata – capita un po’ come i pochi amici di un tempo che passando attraverso Facebook diventano centinaia di “friends”, e cioè qualcosa di molto diverso. I social media non possono cioè rappresentare la riformulazione della sfera pubblica, ma semmai un suo surrogato, perché la discussione che avviene attraverso di essi ha luogo in una dimensione epistemologica spesso fondamentalmente diversa da quella della conversazione: una dimensione che offrendoci l’illusione di uno scambio di opinioni resta ben lontana dall’attivare il pensiero critico, quello che è il sale di tutte le conversazioni. Non voglio con questo negare che anche essi abbiano un loro ruolo, ma si tratta di un ruolo diverso da quello della discussione critica.

Difendere oggi una posizione umanistica, si dirà, resta comunque impraticabile: proprio il trionfo di una società basata sulla tecnologia lo renderebbe qualcosa di vano e senza speranza. Ma ne siamo proprio sicuri? Per quanto la cultura umanistica si trovi fortemente marginalizzata nelle città e nelle università del nord del mondo la realtà è che l’immenso corpus di scritti in cui l’uomo ha coltivato questo tipo di sapere fin dall’alba della sua esistenza storica non è mai stato tanto ricco e accessibile quanto oggi (e qui bisogna effettivamente ringraziare non solo le grandi biblioteche di ricerca sparse un po’ in tutto il mondo e sempre meglio organizzate, ma anche gli archivi digitali come Google Books). Abbiamo davanti ai nostri occhi la straordinaria possibilità di accedere a un corpus in cui è stato sviluppato un sapere non-tecnico e non-settoriale, un sapere incerto e riflessivo che ha lambito come una fiamma sempre mobile i campi di conoscenza più remoti mai toccati dalla mente umana. Su quelle pagine, che sempre più facilmente saremo in grado di sfogliare su un qualsiasi schermo di computer, la ragione letteraria ci offre gli strumenti per viaggiare attraverso un mondo che in realtà non sta diventando sempre più complesso, ma che è semmai troppo semplice nel modo in cui privilegia la sicurezza di una serie di tecniche all’incertezza della riflessione. Tanto più che la letteratura non è per nulla ostile al pensiero scientifico, di cui si è sempre nutrita. Il ritorno alle umanità avverrà probabilmente prima di quanto non crediamo: quando non ne potremo più di leggere recensioni su Amazon o insulsi articoli di giornali online, quando avremo capito che il wireless può essere non soltanto una risorsa ma anche una persecuzione, quando ci saremo stancati di dividere la nostra concentrazione in particelle discrete continuamente interrotte dal multi-tasking, a quel punto probabilmente si comincerà a ricercare un’esperienza conoscitiva diversa, che ci liberi dall’impotenza dei saperi tecnici e dai limiti critici di molti aspetti (non tutti naturalmente) della sfera digitale. Se quel momento non è ancora venuto, è già arrivato quello di prendere una posizione umanistica.

5 commenti a “Conversazione e comunità: sul ruolo della letteratura nella società della tecnica

  1. L’analisi è molto lucida e dettagliata.E le conseguenze in Italia sono evidenti. D’altronde non abbiamo mai avuto un grande ‘romanzo’ , o meglio una tradizione romanzesca in Italia, perchè è mancata una classe egemone colta e capace di comunicare ai cittadini, les citoyens, come dicono i francesi. Sì abbiamo’ I promessi sposi’, Verga Capuana. Una bella tradizione novellistica, il melodramma. Ma romanzi al livello di Mann, Dostojevskij, Tolstoi, Balzac, Stendhal, Flaubert, Zola, no. E come si spiegano oggi i grandi autori internazionali, che pure vivono in questa civiltà che distrugge idee, passioni, che pure rinascono per contraddizione, per resistenza all’omologazione.? potei fare tanti nomi di Grandi Autrici e Autori in tutto il mondo, un elenco molto vasto, anche nel cinema. Dovremmo fare la storia del nostro paese, dove non è mai avvenuta una rivoluzione di popolo.dove non ci siamo mai sentiti veramente ‘cittadini’ Dove abbiamo vissuto il peso di una Chiesa invadente e sempre presente (leggi Ginsborg).L’unità è stata fatta come sappiamo…Ma bisogna considerare anche le donne, la Morante, La Ortese, Ramondino, le grandi poete…E continuare il discorso, che richiede ben più tempo dello spazio di un commento ,

  2. Credo che il rifiuto del crocianesimo, peraltro abbastanza giustificato, abbia qualche remota responsabilità nell’infatuazione pseudo- tecnologica che l’articolo ben analizza. E concordo nel prevedere (auspicare) un recupero: innovativo e socialmente giovevole. La dimensione umanistica ben comprende e “utilizza” scienza e tecnica; quest’ultima, come sempre, non va ripudiata, ma gestita con raziocinio, il quale richiede appunto una visione “larga” del mondo.

  3. Ciao Beppi, sono arrivata al tuo articolo per via di una segnalazione sul blog di Giulio Mozzi — non metto il link qui per evitare il rischio di incappare nel filtro anti spazzatura. Lì, la
    conversazione (huh!) è rapidamente partita per la tangente, ma il tuo articolo merita alcune osservazioni.

    Leggo: “Così un fisico confesserà la sua ignoranza davanti a un economista e viceversa, né un ingegnere se la sentirà di contraddire un esperto di marketing, e così via…”. Sei sicuro che questa rigida compartimentalizzazione dei saperi esista davvero? La direttrice marketing di Fiat UK, Elena Bernardelli è una matematica, Jamele Rigolini, senior economist della banca mondiale, ha una laurea in fisica (ed un dottorato in economia), Ehud Gelblum, un managing director at Morgan Stanley, un dottorato in ingegneria elettronica. David C. Drummond, Senior Vice President, Corporate Development and Chief Legal Officer at Google, ha un bachelor’s degree in storia (e un JD). Questi sono solo degli esempi, ma sono però rappresentativi di una mondo professionale che è molto più aperto e multidisciplinare di quanto tu descriva nel tuo pezzo. Tanto più che il focalizzarsi solo su technical skills viene visto in ambito professionale come una mossa pericolosa per lo sviluppo di una carriera.

    Ancora: “Ma perché mettersi a criticare il sapere contemporaneo? Non stiamo finalmente vivendo l’utopia di una società permeata pressoché ovunque dalla conoscenza?”. Sei sicuro che l’idea che viviamo in un’utopia della conoscenza sia veramente rappresentativa di una visione diffusa del mondo? Non stai forse correndo il rischio di incappare nella fallacia dello “straw man”?

    E poi: “Si dirà che ciò non potrebbe essere meno sorprendente: non si tratta che di un risultato della vita in una grande città, dove prevale l’ostilità reciproca, il timore per la propria sicurezza, la lotta per la sopravvivenza economica, ecc., che portano inevitabilmente con sé una riduzione dei contatti interpersonali. È tutto vero […]” Ma siamo sicuri che è tutto vero? Hai dato un occhiata a cosa ne dicono sociologi o psicologi? Magari loro ti possono dare una diversa interpretazione del comportamento in ambienti urbani (vedi ad esempio, il testo enciclopedico anche se un po’ datato di William G. Flanagan, Contemporary Urban Sociology).

    In altre parole, hai provato a fare tu per primo quello che raccomandi, hai provato ad uscire dal tuo backyard culturale?

    1. Grazie per il commento, credo che il primo punto che sollevi sia quello più interessante: non c’è dubbio che l’incontro dei saperi sia cruciale per lo sviluppo economico, mi pare però che esso avvenga oggi in maggior misura a livello di gruppo di lavoro piuttosto che di singolo individuo e non so se i casi che tu citi (di tipo manageriale) possano considerarsi rappresentativi dell’ordinamento della conoscenza (chiamiamolo così) che coinvolge la maggior parte dei lavoratori nelle economie più avanzate. Ci sarebbe anche un altro aspetto da affrontare: quello della frequente ri-educazione del lavoratore contemporaneo, che attraverso una serie di aggiornamenti a volte ricalibra il campo di specializzazione; sebbene anche qui non manchino i casi estremi, credo ci sia anche il rischio di esagerare i normali margini di movimento.
      Di fatto ogni sapere ne tocca tangenzialmente molti altri, e il grado di autonomia di ciascuno non può naturalmente mai essere totale – che poi la letteratura, molto più di altre professioni diffuse oggi, faccia di quell’interdisciplinarietà una delle sue caratteristiche determinanti e deliberatamente praticate, credo che resti vero.

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