Totò, Peppino e la modernità italiana

Ci sono mille motivi per ritornare a guardare le commedie italiane degli anni Cinquanta, quando prese avvio la gestazione artistica che avrebbe portato alla nascita della “commedia all’italiana”, quel genere-non-genere che sarebbe diventato uno dei maggiori contributi del nostro paese alla storia del cinema. Si possono certo rivedere i film di Monicelli, Steno o Bolognini con Totò, Peppino ed Edoardo de Filippo o Aldo Fabrizi per la straordinaria intelligenza di certi intrecci, per la favolosa abilità dei loro attori, oppure per l’esilarante inventività linguistica, o invece perché documentano un fondamentale periodo della nostra storia – gli anni della ricostruzione postbellica e del miracolo economico. Sono tutte ragioni evidentissime, ma vorrei qui proporre un motivo diverso e che mi pare possa avere oggi un rilievo ancora maggiore: credo infatti che la società italiana sia nuovamente alle prese, pur con importanti differenze, proprio con alcuni dei problemi che quelle commedie esplorarono negli anni Cinquanta e che svolsero un ruolo centrale nella concezione e sviluppo della loro forma d’arte.

Molti di quei film erano impegnati a riflettere umoristicamente sui processi di modernizzazione cui il nostro paese era soggetto, e generavano la loro comicità proprio attraverso l’incontro-scontro tra le strutture emergenti della modernità democratica (istituzioni statali, nuove professioni, ambienti lavorativi industriali) e la sua etica (senso di responsabilità, onestà, senso del dovere) e altri aspetti invece rappresentanti modi di vita pre-moderni o tradizionali (il familismo, la doppiezza, il clientelismo, l’irresponsabilità, ecc.). Questi due poli concettuali avrebbero avuto lunghissima vita nel film italiano, andando a strutturare alcuni dei suoi titoli più memorabili: vorrei qui ricordare almeno Guardie e ladri (Monicelli-Steno, 1951), magistralmente interpretato da Antonio de Curtis e Aldo Fabrizi, quindi Napoletani a Milano (E. de Filippo, 1953), Totò, Peppino e la malafemmina (Mastrocinque, 1956), e più tardi Il sorpasso (Risi, 1962) e Il mafioso (Lattuada, 1962), quest’ultimo un capolavoro del nostro cinema ancora in attesa del giusto apprezzamento. Ma il connubio tra modernità e tradizione non è stato soltanto un buon principio di strutturazione artistica: gran parte della storia italiana più e meno recente può effettivamente essere letta come risultato dell’incontro, sempre problematico e non di rado fallimentare, tra gli strumenti della modernità e la relativa inerzia di un sostrato cattolico-familista (per usare un’espressione con una lunga tradizione critica) che in certi casi li ha stravolti sfruttandoli a dei fini contrari da quelli originariamente intesi.

Ciò accade, eccome, anche ai nostri giorni, ma con un’importante differenza rispetto agli anni Cinquanta, poiché il paradigma del moderno non è più in Italia attivo quanto lo era allora. Pur avendo un governo che sta portando avanti un’agenda liberale, questo pare avvenire per una sorta di inerzia ideologica, quasi ciò fosse non una scelta ma una sorta di strada obbligata per non essere costretti a uscire da quel club di paesi civili europei dove l’Italia ha sempre voluto avere un seggio, sebbene solitamente fosse quella sedia lì in fondo, vicino alla porta. Non serve, secondo me, andare a cercare molto più in là per spiegare per quale motivo la generazione dei “bamboccioni” sembri mancare di un orizzonte ideologico: la ragione è che la capacità propositiva del paradigma della modernità si è esaurita e non è più in grado di offrire loro un riferimento – riferimento che generazioni e generazioni di italiani erano stati abituati ad avere, per quanto esso fosse lontano e idealizzato, fin dai tempi del Regno napoleonico di stendhaliana memoria se non da prima (pensiamo ad esempio all’infatuazione per l’assolutismo europeo, anch’esso una forma di modernità politica, che si diffuse dall’inizio del Cinquecento nelle corti italiane, le quali restarono tuttavia sempre incapaci di emularlo). Il fatto è che il sogno della modernità pare tramontato nel nostro paese in tutte le sue principali configurazioni, tanto che siam giunti ad un punto in cui non soltanto il socialismo non è naturalmente più un paradigma attivo, ma nemmeno la social-democrazia, naufragata in un mare di tangenti e malaffare, e nemmeno il modello neo-liberista, che da noi non è (fortunatamente) mai decollato e che nei paesi in cui ha trovato più completa applicazione mostra chiarissimi sintomi di collasso. (È interessante rilevare come questa percezione sembri riflettere, pur a una certa distanza, la tradizione filosofica che da decenni si dedica in Europa all’analisi delle disfunzioni della modernità – faccio qui soltanto i nomi di Adorno e Foucault, sebbene attorno a questi grandi pensatori si accalchi un’infinita pleiade di altri autori, ricercatori e semplici studenti).

Resta però una corrente di pensiero che considera le disavventure patite dalla modernità in Italia come un dramma: mi riferisco particolarmente alla linea liberale rappresentata da giornalisti-scrittori quali Augias o Rea, o da filosofi politici come Viroli, e che vanta nel nostro paese una storia lunghissima e prestigiosa che accomuna figure anche molto diverse, come ad esempio Barzini jr. e Gobetti, risalendo quindi ancor più lontano nel tempo. Ciò che invece voglio qui proporre, è se non sia finalmente giunto il caso di chiederci se la propensione italiana alla contaminazione della modernità possa essere considerata non tanto come una macchia ma invece come una potenzialità del nostro paese. Dirò di più: mi pare che soltanto nel momento in cui riusciremo ad accettare l’Italia come un paese a modernità parziale potremo rilanciare la ricerca per un nuovo modello sociale, ricerca che ora pare quasi completamente bloccata. Con ciò non intendo affatto accettare le disfunzioni che certi tratti culturali italiani di longue durée continuano a generare, come il clientelismo e la corruzione, ma semplicemente mutare il paradigma con cui affrontarli: invece di sognare che le propensioni al familismo e alla lealtà personale possano tra noi cessare un bel giorno di esistere – tanto per elencare due delle forme di comportamento che sono state storicamente considerate tra le principali responsabili dei ritardi della modernità italiana – ci si potrebbe chiedere se non sia possibile trovar loro in qualche modo una funzione virtuosa, in un modello socio-culturale a modernità appunto incompleta, ma che di quei tratti sia in grado di sfruttare gli aspetti costruttivi – non ultima la loro capacità di impedire la realizzazione di quegli eccessi di modernità che società più “sviluppate” della nostra hanno in vario modo patito (e penso qui soprattutto a certe analisi foucauldiane dei processi di disciplinamento sociale).

La lucidità con cui i film degli anni Cinquanta e Sessanta hanno esplorato la natura “intermedia” della nostra posizione socio-culturale può aiutarci precisamente ad avviare questa nuova interpretazione. Farò soltanto un esempio, quello del famosissimo lungometraggio del 1951 Guardie e ladri, una delle punte più alte del cinema italiano di tutti i tempi. Sullo sfondo di Roma vi si incontrano-scontrano Ferdinando Esposito (Totò), un ladro-truffatore che si considera “un signore”, e Lorenzo Bottoni (Aldo Fabrizi), brigadiere imbevuto dei valori (piccolo)-borghesi della decenza e del lavoro, ma che sarà costretto non soltanto a comprendere ma ad accettare e anzi ad includere alcuni dei valori del truffatore all’interno della propria vita. Particolarmente interessante è la scena della fuga, nella prima parte del film, quando Esposito viene inseguito da Bottoni mentre questi è a sua volta incalzato dal businessman americano che Esposito aveva appena cercato di truffare (proprio mentre l’americano, interpretato da William Tubbs, si dedicava a un atto di beneficienza). La posizione di Esposito e Bottoni come figure intermedie rispetto al registro morale espresso dall’americano è chiara nel momento in cui i due, sfiniti e anelanti, smettono di correre fermandosi a guardarsi a qualche metro di distanza: il loro dialogo, un classico del cinema italiano, mostra una capacità di mutua empatia che sarebbe impossibile se le loro azioni non fossero altro – come spesso accade nelle moderne società a liberalismo compiuto – che una funzione delle loro rispettive occupazioni. Bottoni non può rispondere ad Esposito che nell’arresto “there is nothing personal”: ad ogni battuta del loro dialogo la dimensione astratta definita dagli obblighi giuridici viene invece investita dalle ragioni della sfera personale, quelle che definiscono la loro “intermedietà”. Il risultato è che Esposito sa di essere un “criminale” (questa la definizione astratta della legge) ma allo stesso tempo si considera un “signore” (ecco la percezione personale), e riesce a sfruttare la sua conoscenza della prima dimensione, quella astratta e giuridica (che definisce ad esempio quando il brigadiere può e non può sparare) per non farsi intimidire dallo stato che il poliziotto rappresenta (“Io non mi intimido”). Il brigadiere a sua volta sa vedere il mondo personale che sta dietro alla definizione astratta di “truffatore”, intuendo vagamente le difficoltà che Esposito ha dovuto attraversare, con l’esilarante e soprattutto illuminante risultato che mentre gli punta addosso la pistola arriva a dargli consigli sulla sua salute.

Chiunque abbia vissuto anche per poche settimane negli Stati Uniti, un paese in cui le istituzioni della modernità liberale sono ben più sviluppate che in Italia, sa bene che una scena del genere è in quella società semplicemente inimmaginabile. Non a caso nello stesso film la posizione dell’americano truffato resta aliena a quella di entrambi i protagonisti: egli vuole semplicemente che il ladro venga senz’altro preso e che il brigadiere esegua la sua missione professionale senza incertezze; non ci possono essere dubbi, secondo lui, sul fatto che il truffatore, avendo infranto la legge, debba essere al più presto internato in una delle istituzioni dedicate alla disciplina sociale (in questo caso la prigione) senza naturalmente aver diritto ad alcun speciale riguardo (e invece Esposito chiederà al brigadiere addirittura un caffè). La natura astratta dello stato liberale agisce pienamente nel ruolo recitato da Tubbs, che non riconosce la natura intermedia dei due italiani e non accetta che la modernità liberale (qui nella forma del rispetto per la legge e dell’efficienza dello stato) possa essere contaminata da atteggiamenti culturali in cui la dimensione personale corrompe la purezza del dettato astratto. Eppure è proprio la natura intermedia di Esposito e Bottoni, la loro capacità di vedere al di là del ruolo che la vita ha fatto loro assumere (quello appunto di “guardia” e “ladro”) che permetterà in seguito di avviare tutta una serie di rapporti sociali tra le famiglie dei due, in modo tale da arrivare nella parte finale del film a un vero e proprio progetto condiviso: quando Esposito accetterà di essere arrestato da Bottoni perché questi non perda il posto, mentre il brigadiere gli promette di prendersi cura della famiglia durante la sua assenza. D’ora in avanti Esposito impiegherà la sua intermedietà – pare essere questo la speranza dei registi – per diventare anch’egli parte dello stato in costruzione: uno stato che però dovrà a sua volta continuare ad essere segnato da una certa permeabilità all’elemento pre-moderno.

Purtroppo però sappiamo che nei sessant’anni seguenti quest’incontro tra le strutture dello stato liberale e la mentalità tradizionale ebbe conseguenze spesso deprecabili: molti “Espositi” (e uso qui il nome del personaggio senza nessuna sfumatura regionale) sono entrati sì a far parte della burocrazia statale, ma soltanto per dedicarsi più agevolmente ad ogni sorta di ladrocini, ora divenuti anche più facili e pingui poiché condotti dall’interno dello strutture dello stato. Simili unioni tra modernità e tradizione non sono state affatto costruttive, ma semmai il contrario: pensiamo tanto per dirne una alle autostrade di Milano, completate negli anni Ottanta attraverso un sistema politico-affaristico che combinava le strutture dello stato moderno (partiti, commissioni, ministeri, agenzie, concorsi) a una gestione clientelare delle commesse, con il risultato che i costi lievitarono tanto da creare – assieme ad altri importanti lavori pubblici di quel periodo – un’esplosione del debito pubblico che non si riuscì più in seguito a contenere. Oppure pensiamo a quello che è forse l’esempio principe delle disfunzioni del connubio tra moderno e tradizionale, e cioè il modello politico espresso da Berlusconi, che è stato contemporaneamente capo di un sedicente partito liberale e di un sistema di potere invece illiberale che era molto simile a quello di un’antica corte (si veda a questo proposito il saggio di Viroli). In questi e in molti altri casi i due aspetti della cultura italiana che stiamo seguendo, modernità e tradizione, si sono uniti creando qualcosa di simile a ciò che Toynbee definì le “social enormities”: fenomeni che avvengono quando un nuovo tipo di forza sociale si associa ad un’altra già in precedenza esistente senza però riuscire a trasformarla (così successe, ad esempio, quando la forza nuova delle democrazie, associandosi a quella dei preesistenti nazionalismi, portò nel diciannovesimo secolo ad una crescita inusitata della scala dei conflitti bellici: ecco l’“enormità”). Un ministero trasformato in una organizzazione clientelare può in questo senso essere considerato un’enormità sociale, che resta di fatto intollerabile.

Ciò non toglie che l’Italia rimanga un paese intermedio per eccellenza, che ha avuto grazie a questa caratteristica altre fortune, quale quella, veramente straordinaria, di conoscere relativamente poche delle grandi violenze della modernità. Ci sono state naturalmente importanti eccezioni: penso almeno alla repressione sanguinosa del brigantaggio e alle campagne coloniali, ma esse restarono certo molto al di qua dei crimini della modernità, sia liberale che autoritaria, avvenuti lungo la storia della Germania, della Russia o anche degli Stati Uniti. Se non avesse subito il “ritardo” del sostrato pre-moderno su cui crebbe e che in parte incluse in sé, lo stesso fascismo avrebbe potuto commettere crimini ancora più grandi di quelli che perpetrò: la struttura istituzionale che aveva costruito era rimasta infatti irrimediabilmente inefficiente, non potendo contare su quegli individui colti, professionali, responsabili e (follemente) moderni che diedero vita all’aberrazione nazista – con le conseguenze di cui tutti sappiamo. Questo discorso si può ripetere su una scala diversa, considerando ad esempio l’aspetto psicologico: raramente in Italia i processi di professionalizzazione della vita hanno portato agli estremi di spersonalizzazione e alienazione che si rilevano, ad esempio, nelle moderne metropoli degli Stati Uniti, dove i rapporti sociali sono spesso ridotti a dei click su un indirizzo di Facebook; tra noi si mantiene ancora un livello di interazione personale piuttosto sostenuto (elemento centrale di una vita di “qualità”) che continua a fare di molte città italiane ambite mete turistiche, pur rendendole allo stesso tempo poco moderne. Per di più, grazie alla sua diversità regionale, il paese appare un microcosmo in cui il connubio tra stato moderno e tradizioni locali è stato declinato in versioni a volte molto differenti, che hanno quasi creato un archivio di pratiche sociali che potrà offrire preziosi dati per il ripensamento del nostro futuro: dal familismo veneto combinato all’industrializzazione (che ha portato ai famosi distretti industriali degli anni Novanta), all’incontro tra modernità e agricoltura in Toscana, allo scontro-fusione tra stato e mafia in Sicilia (che rappresenta l’“enormità” più estrema che si dovrà in ogni caso cercare di evitare).

Dovrebbe a questo punto essere già chiaro, ma a scanso d’equivoci vale la pena rimarcarlo: la mia non vuol essere una proposta regressiva. Non credo cioè che la soluzione dell’attuale impasse socio-economica italiana risieda nella ricerca all’indietro di un modello sociale effettivamente esistito, magari in un lontano momento della storia sudicia e polverosa dell’ancien régime. Credo invece che ci troviamo in un periodo di crisi, certo, ma anche di rinascita, in cui abbiamo bisogno di chiamare a raccolta tutte le forze della nostra inventività per far fronte ai tempi che s’aprono – non necessariamente peggiori dei passati – in maniere inusitate e nuove. Ed è proprio per liberare la creatività di una generazione senza un chiaro orizzonte socio-politico, che secondo me è necessario chiedersi come certi aspetti comportamentali che affondano le loro radici nella “lunga durata” italiana possano essere sfruttati in modo finalmente virtuoso, dando spazio ai valori effettivamente costruttivi che essi esprimono. Ciò non potrà che portare all’individuazione di nuove vie, visto che quelle che sono state impiegate negli ultimi decenni, come accennato sopra, sono rimaste spesso ben lontane dal successo. Resta infatti chiaro, a mio parere, che la deindustrializzazione e la globalizzazione non possono essere affrontate in Italia tramite il paradigma neoliberista, che se fosse pienamente applicato porterebbe con sé una quantità di danni collaterali inimmaginabile (America docet), al solo fine di inseguire il miraggio di una crescita economica che potrebbe comunque non realizzarsi mai, e che avrebbe in ogni caso ben poco a che fare con il benessere della società. Invece che applicare il modello di una modernità del tutto esausta – come essa appunto appare nel suo momento di compimento americano – la provocazione della decrescita potrebbe invece portarci a trovare soluzioni diverse, soluzioni intermedie e di compromesso ma non per questo meno dirompenti, e che forse sapranno unire le virtù piuttosto che i vizi di quelle che sono state le due anime dell’Italia fin dal primo giorno dopo l’unità: la modernità liberale e la sua inseparabile compagna e arcinemica, la socialità “all’italiana”.

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