Scrivere in Italia oggi: la questione della lingua (2.0)

L’italiano è fatto, ora dobbiamo fare gli italiani, non le persone ma gli stili (perdonatemi il gioco di parole). Il problema non è semplice in nessuna lingua, ma credo sia più complesso nel nostro caso che non in quello di altre tradizioni letterarie, quali ad esempio l’anglo-americana o la luso-brasiliana. Poiché se i narratori italiani sono di fronte alla necessità di identificare delle varietà linguistiche caratterizzanti con cui dar forma alla propria scrittura, per far ciò essi devono affrontare la natura della lingua corrente, un italiano medio che per ragioni storiche si presenta in Italia grammaticalmente e lessicalmente impoverito forse più che in altri paesi. Questa situazione è resa tanto più complessa per il fatto d’essere stata preceduta dalle lunghe vicende della cosiddetta questione della lingua, la famosa querelle filologico-letteraria, già in corso all’inizio del quattordicesimo secolo, che tentò di stabilire uno standard linguistico, e in alcuni periodi anche stilistico, effettivamente nazionale. Mi pare anzi che il problema della ricerca di una lingua/stile adatti alla scrittura letteraria sia tanto evidente oggi che si potrebbe parlare di una nuova questione della lingua, che nasce proprio perché la prima, quella storica, è stata in fondo risolta.

Ci sono moltissime date importanti nella storia dell’italiano, qui vorrei sottolinearne soltanto tre: il 1321, probabile anno di conclusione della Commedia dantesca, il 1525, che vide la pubblicazione delle Prose della volgar lingua, il manuale bembiano di stilistica volgare, e il 1954, quando venne trasmesso il primo programma televisivo non sperimentale del dopoguerra. Ciascuno di questi momenti apre un capitolo linguisticamente formativo per l’italiano, proponendo modelli che hanno a loro volta influenzato una quantità di casi letterari. La Commedia vide come ben si sa la trasformazione del fiorentino due-trecentesco in lingua letteraria: questa operazione fondante per l’italiano, che non avrebbe in seguito mai perso la sua impronta fiorentino/toscana, portò allo stesso all’inclusione nell’opera una grandissima quantità di registri – dalle parole più umili allo stile più aulico e latineggiante – varietà che doveva riflettere la molteplicità dei soggetti trattati dalla narrativa, e cioè nientemeno che tutto l’universo (visto dall’oltretomba). In quanto localmente determinata (la matrice della Commedia è fondamentalmente fiorentina) questa opzione proponeva una lingua unica che però fosse in grado affrontare le più svariate situazioni tematiche: questo è il senso del “plurilinguismo” dantesco (piuttosto un “pluristilismo”) che senza intaccare il primato strutturale del fiorentino opera anche attraverso l’inclusione di vocaboli provenienti da altre regioni della Toscana e d’Italia, e da altre lingue quali il latino e il francese.

L’ipotesi di una lingua unica aulica e comica (e parlata e scritta) si infranse definitivamente nel 1525 dopo essere stata a lungo messa in crisi dalla sempre maggior importanza del petrarchismo: fu allora che il cardinal Bembo con le sue straordinariamente influenti Prose contribuì alla canonizzazione di un italiano, ancora una volta fondamentalmente basato sul toscano, ma ora di fatto ridotto a un ambito limitato di temi e registri: quelli di cui si poteva scrivere con il lessico di Petrarca e di un certo Boccaccio, perché “la lingua delle scritture non deve a quella del popolo accostarsi, se non in quanto, accostandovisi, non perde gravità, non perde grandezza” (ritrovo questo passaggio bembiano nel Migliorini). Con Bembo l’italiano diventava di fatto una lingua aulica, spesse volte soltanto scritta, ma sempre più frequentemente anche parlata tra persone colte, e in Italia si stabiliva una particolare situazione “diglossica”: che si dà quando due lingue affini vengono utilizzate dalla stessa comunità linguistica in situazioni diverse. Se da una parte la Commedia aveva tentato di insidiare la diglossia medievale tra latino e lingua volgare, mostrando che quest’ultima poteva affrontare qualsiasi argomento non meno bene dell’altra, la riforma bembiana consolidò invece una seconda diglossia che sarebbe durata più di cinque secoli, quella tra lingua letteraria aulica e lingua comica e locale, rappresentata di volta in volta dai vari dialetti cittadini e regionali e impiegata per comunicare in situazioni “basse”. Questa diglossia, pur subendo negli anni varie oscillazioni, ha continuato a caratterizzare la lingua del nostro paese fino a pochissimi decenni fa: i nostri nonni, senza saperlo, erano ancora dei bembiani.

Dal 1525 in poi la lingua letteraria italiana ci avrebbe regalato i poemi cavallereschi, la poesia concettista e la trattatistica barocca, sia storica che scientifica, e quindi il teatro settecentesco e la lirica romantica per non parlare del melodramma, tramite il quale l’italiano fu in grado di mantenere il suo status di world language (secondariamente al francese) fino più o meno alla fine del Settecento. Furono dei risultati tutto sommato discreti per una lingua che fu sempre limitata dalle costrizioni di un registro alto, tanto che nemmeno quando si aprì alla prosa scientifica la sua vocazione aulica venne mai del tutto rinnegata (portando contro ogni aspettativa a risultati in certi casi straordinari, come in Galileo o Bartoli). Al dialetto si riservavano invece gli aspetti della vita vissuta, anche qui con un certo successo come può testimoniare ad esempio il caso veneto: dove la lingua locale vantò una varietà di utilizzo tanto grande da sovrapporsi in alcuni casi a certi registri già occupati dalla lingua toscana (pensiamo ad esempio al dialetto aristocratico veneziano, usato a Rialto così come nei corridoi di palazzo – idioma che purtroppo soltanto un’archeologia glottologica ci potrebbe oggi restituire).

I problemi cominciarono proprio in uno dei momenti di maggior trionfo internazionale dell’italiano scritto, quando i teatri d’Europa risuonavano dell’opera seria e poi del melodramma ottocentesco: fu allora che arrivò il romanzo con le sue necessità di descrizione di temi ed ambienti non soltanto aulici, ma invece anche appartenenti alla realtà più comica – cosa da compiersi non più in dialetto ma in una lingua che fosse comica sì, ma allo stesso tempo saldamente letteraria. In modo non troppo dissimile dalla Commedia dantesca, il romanzo giungeva a conquistare l’universo come opera potenzialmente integrale, in grado di abbracciare tutta la comédie humaine, ma per farlo si trovava  in Italia di fronte a una difficoltà ineludibile: nella gran parte dei corrispettivi italiani degli ambienti francesi descritti da Balzac si parlava non una lingua nazionale ma il dialetto, spesso comprensibile soltanto in un raggio di pochi chilometri. Come fare allora per rappresentare quegli ambienti sulla pagina scritta senza stravolgerli e tuttavia in modo che le descrizioni restassero comprensibili non soltanto localmente ma anche a livello nazionale (proprio allora, non dimentichiamolo, l’Italia nasceva come entità politica)? Come avrebbe potuto un pubblico nazionale seguire le vicende di contadini veneti, piccoli borghesi milanesi o di bottegai napoletani, divisi dai più ampi divari morfologici e lessicali?

Il problema dovette apparire tanto arduo quanto urgente e dette origine a una lunghissima serie di incredibili funambolismi linguistici: ecco allora Manzoni e la sua trentennale elaborazione de I promessi sposi, che lo spinse a far parlare in fiorentino contemporaneo niente meno che dei lombardi e per giunta del Seicento (scelta di compromesso senz’altro geniale, ma che poteva restare soltanto un one-off, come si direbbe oggi certamente non in fiorentino); ed ecco poi Nievo con la scelta di contaminare la lingua con il dialetto locale, scelta che tanta fortuna ebbe in forme diverse fino al secolo scorso: in Verga ad esempio dove troviamo una caratteristica miscela di italiano e siciliano, e in Calvino dove è il ligure ad agire sull’italiano aulico (specialmente nella prima produzione) mentre Fenoglio e Pavese lavorano con il piemontese, Gadda con una varietà di diversi dialetti, ecc. ecc. Tutti questi scrittori operavano ancora in un ambiente linguistico fondamentalmente diglossico dove i dialetti erano forze vive mentre l’italiano manteneva la sua carica aulica, e le loro scelte andavano nel senso non tanto di ridurre la distanza tra registro dialettale-comico e aulico-toscano, ma soprattutto di usare l’uno e l’altro insieme combinandoli e sfruttandone le rispettive potenzialità così da dare origine nuovi ibridi linguistici che fossero capaci di abbracciare e descrivere una realtà che spaziasse attraverso tutti i registri (Verga con le sue auliche descrizioni di pescatori resta sempre un buon esempio).

Ma gli anni passarono e passò anche il fatidico 1954 con l’inizio della programmazione televisiva. Essa propose nei decenni seguenti fondamentalmente due modelli linguistici, non molto diversi tra loro: un italiano via via più snello sia grammaticalmente che lessicalmente e declinato in due varianti, la romana e la milanese (l’ipotesi napoletana restò sempre marginale), con graduale convergere della prima sulla seconda sulla scia dei successi di Mediaset. Nello stesso periodo aumentarono le migrazioni interne al paese così come il grado di istruzione formale e le nuove generazioni cominciarono gradatamente ad abbandonare il dialetto: pian piano la tradizionale spaccatura tra italiano e dialetto si colmava, persistendo soltanto in sacche più o meno grandi e più o meno isolate. Eccoci quindi al nostro tempo: in gran parte della penisola i “bamboccioni” parlano oggi un italiano che viene inteso in qualsiasi altra parte del paese con soltanto limitate differenze di accento e relativamente poche inserzioni di parole dialettali: si tratta di un italiano medio che non è né aulico né comico. Infatti l’unificazione linguistica della penisola ad opera dei mezzi di comunicazione ha lasciato indietro le due opzioni costitutive della storia linguistica italiana: quella aulica (rappresentata dalla tradizione toscano-bembiana) e quella comica (il dialetto locale) si sono spente: un “bamboccione” istruito d’oggi probabilmente si troverà in difficoltà al leggere un’ode di Parini o Leopardi per non parlare di una pagina di Guicciardini o Bartoli, ma forse gli sarà ancor più arduo sostenere una conversazione in dialetto con uno dei novantenni della sua locale casa di riposo. Il trenta-quarantenne del nostro tempo è cioè spesso incapace di sfruttare i due depositi di invenzioni linguistiche creati dalla storia d’Italia – la lingua letteraria e quella dialettale. L’italiano finalmente ha trionfato, abbiamo tra le mani lo strumento unitario che i nostri progenitori hanno spesso sognato e che però ha un problema fondamentale: l’unità si è fatta seguendo il minimo comune denominatore: la lingua è una lingua grigia, povera, poco elastica, spesso inespressiva, dal lessico effettivamente limitato: niente a che fare, ad esempio, con la ricchezza del portoghese parlato in Brasile, dove può vantare una straordinaria palette di slang e modi idiomatici coloriti e comprensibili e tuttavia dalle più disparate etimologie (per non parlare del lessico più formale, che riesce spesso ad entrare nel parlato senza stravolgerlo); una conversazione a Ipanema davanti a un buon succo di cocco potrebbe apparire quasi virtuosistica a confronto del nostro italiano finalmente “nazionale”, ma ridotto ai minimi termini.

Da una parte quest’italiano medio resta straordinariamente in contrasto con alcune delle caratteristiche fondamentali della nostra tradizione, quali l’abbondanza di molteplici strumenti linguistici adatti alla descrizione di situazioni di volta in volta diverse, ma allo stesso tempo esso ripropone in nuova forma un problema classico: quello della mancanza della varietà di registri stilistici all’interno di uno stesso codice linguistico. L’italiano è cioè oggi imprigionato dalla sua medietà così come il dialetto e la lingua d’un tempo lo erano dalle loro rispettive comicità e aulicità: siamo ora costretti entro una paradossale medietà inflessibile, molto poco mobile verso l’alto e ancor meno verso il basso. È stato un risultato forse inevitabile: i tanti dialetti della penisola si sono in un certo senso sconfitti a vicenda – quando Calvino includeva vocaboli liguri rischiava di diventare incomprensibile ai lettori lombardi o veneti, il reciproco valeva per Nievo ecc. – mentre l’eccessiva aulicità della lingua scritta, che forse il melodramma esasperò proprio quando essa diventava obsoleta, l’ha pure condannata ad essere sostituita da qualcos’altro. Ciò non significa tuttavia che diverse configurazioni di quel retaggio alto e basso non possano offrire nuove risposte ai nostri problemi. Allo stesso tempo proliferano oggi gli idiomi tecnici e settoriali, spesso fortemente anglicizzati, e anzi in alcuni casi la scrittura tecnica porta addirittura ad un cambio di lingua: sembra l’inizio di un nuovo processo diglossico che sta attribuendo all’inglese la trattazione di una serie crescente di aree scientifiche (qui naturalmente il pensiero corre alle recenti disposizioni del Politecnico di Milano, che porteranno entro il 2014 all’insegnamento integralmente in inglese per lauree specialistiche e dottorati).

Ed eccoci al problema dello stile: come può dunque scrivere un romanziere italiano oggi? Come trasformare l’italiano medio in lingua letteraria? Che strade percorrere? Naturalmente non ci può e probabilmente nemmeno ci deve essere una risposta: in realtà non ha senso voler chiudere la questione della lingua, come volle far Bembo. Quello che forse dobbiamo fare oggi è invece io credo riaprirla, riconoscere che ne abbiamo una proprio nel momento in cui pare che essa sia stata definitivamente risolta. Perché non mi pare che la giustificazione mimetica, tante volte addotta, la possa veramente liquidare: non mi pare cioè che si possa più sostenere, come si faceva all’inizio dell’Ottocento, che nel trasportare il suo specchio di parole per le strade del mondo il romanziere non debba fare altro che includere nella sua opera la lingua effettivamente esistente, e cioè quell’italiano di grado zero oggi in circolazione e che è tanto diverso da ciò che per secoli si è parlato e scritto in Italia. Mi pare infatti che la ragione mimetica, che tanta parte ha avuto nella nascita della narrativa borghese ottocentesca, sia assai meno valida nel nostro tempo quando la borghesia si è esaurita nel suo ectoplasma, la middle class, che è sì il suo compimento ma anche la sua disincarnazione, la sua riduzione a spettro di sé, ad astrazione di quello che la borghesia era stata. In questa situazione pare invece che la letteratura debba premere il pedale dell’antagonismo e della critica ancor più che in passato, ritornando quindi a certi capitoli del modernismo piuttosto che ai momenti fondanti della tradizione romanzesca. In altri termini, credo che sia la linea anti-borghese e post-Baudelairiana quella che offre oggi, in un periodo in cui abbiamo la necessità di contrastare il perbenismo neoliberista, paradigmi letterari ben più attivi che non quella balzachiano-realista, per quanto sia quest’ultima la prediletta dagli editori (magari sub specie di un qualche travestimento post-modernista, naturalmente contraddittorio, e che spesso contribuisce ad ulteriormente sterilizzare ogni posizionamento critico verso la “realtà” interpretata).

Tutto sta quindi nel riformulare non la risposta ma la domanda: se intendiamo che la letteratura possa proporsi come efficace strumento di critica all’entertainment e alla tecnicizzazione dei saperi, come dobbiamo procedere? Se vogliamo che la lettura di un testo letterario porti il lettore in una dimensione temporale fondamentalmente diversa da quella che domina il tempo liberista (si veda a riguardo l’articolo del 13 Agosto), che lingua dobbiamo proporgli? Se vogliamo che la letteratura diventi uno spazio per la riflessione su modi diversi di vita socio-politica, modi in cui non sia necessariamente il profitto e l’uso redditizio del tempo che prevale, che scelte linguistiche possiamo fare? Ogni scrittore a questo punto darà le sue risposte o proporrà nuove domande, senza naturalmente ignorare la lingua effettivamente parlata nelle nostre strade e nelle nostre case – ma nemmeno il fatto che essa resta fondamentalmente insoddisfacente.

In tanta incertezza c’è comunque qualcosa di cui mi sento sicuro: e cioè che i mattoncini linguistici creati da quella storia che ho tanto brevemente cercato di ripercorrere non debbano essere gettati: non ci possiamo permettere di perdere i risultati della nostra tradizione letteraria e dialettale, per quanto essi abbiano condotto in passato anche a dei vicoli ciechi. Ciò equivarrebbe a dimenticare che abbiamo a nostra disposizione un arsenale linguistico potente e antichissimo, niente di meno che il più longevo del mondo occidentale (la tradizione letteraria italiana vanta una continuità seconda soltanto, per quanto ne so, a quella della letteratura araba) e che potrà senz’altro servirci da repositorio di idee e nuove possibilità nel momento in cui andremo a ripensare il futuro delle lettere.

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