Veneto comico e sublime: su una collezione di piatti ottocenteschi

No, la crisi economica non ha ancora ucciso il mecenatismo, tiriamo pure un sospiro di sollievo. Lo testimonia la recente donazione da parte della famiglia Tasca di una straordinaria serie di piatti del diciannovesimo secolo rappresentanti personaggi biblici e segni dello zodiaco, che va ad arricchire le sale del Museo di Nove, in provincia di Vicenza, un’istituzione conosciuta finora soprattutto per le ceramiche aristocratiche del Settecento veneto. Se queste trovavano un tempo spazio nelle mense patrizie di terraferma o di Venezia, i piatti donati il mese scorso decoravano invece le pareti di un’antica osteria, ma il loro carattere popolare non li rende meno interessanti di quelle.

È stato Nadir Stringa a studiare i piatti della donazione Tasca e a ricostruire le vicende storiche della manifattura di Monticello Conte Otto, dove vennero prodotti attorno agli anni trenta-quaranta del diciannovesimo secolo. Nel catalogo che li illustra, a cura dello stesso studioso, viene messo in luce come i loro disegni siano il risultato di una creazione a mano libera che non è ancora limitata dall’uso di tecniche come lo spolvero o gli stampi a spugna, che in anni successivi avrebbero portato a una standardizzazione della ceramica popolare. Nei piatti della donazione è invece ancora in corso un vivace dialogo tra creatività popolare e modelli colti, ed è proprio in questa relativa libertà compositiva che risiede la sorprendente vitalità delle loro figure.

Ecco allora che l’aulico e il comico si uniscono nel piatto di Noè, profeta che sembra quasi l’anziano saggio di un antico paese veneto, e che appare maestosamente seduto a custodire un’arca che potrebbe invece assomigliare a un fienile galleggiante. Oppure pensiamo alla figura di Samuele, che se da una parte si rifà a un’incisione secentesca pare dall’altra ricordare, nella foggia del vestito all’orientale e soprattutto nel piglio con cui il profeta siede a gambe divaricate, i timori veneti per quei vecchi nemici che erano stati i turchi. Per non parlare di Aronne, che tenendo alzato per la coda un draghetto alato sembra quasi stia partecipando a una fiera popolare, non si sa se in uno dei paesini dell’alto vicentino oppure in una mitica Palestina.

È proprio confrontando i disegni dei piatti alle fonti che essi reinterpretano (identificate nel catalogo della collezione) che si può non soltanto apprezzare tutta la maestria dispiegata dal loro autore ma anche ritrovare uno dei significati che la sua arte può avere per il nostro tempo. Perché nei suoi disegni egli riesce ad unire quelle che sono anche oggi le due anime del Veneto, l’aristocratica e la popolare, quasi a mostrarci che il doppio retaggio di questa regione d’Italia non è destinato a generare soltanto conflitti. È vero che nel paesaggio veneto, culturale e geografico, ritroviamo un ripetuto cozzare di comico e di sublime: pensiamo alle tantissime chiese neoclassiche nel cuore dei paesini più rurali, oppure al continuo incontro-scontro di ville e capannoni, o alla stessa difficoltà di gestire la diglossia tra dialetto e lingua. Realizzazioni artistiche come queste antiche ceramiche popolari ci ricordano invece che la doppia anima del Veneto può essere non tanto una condanna quanto una sfida e un’opportunità.

È da segnalare infine che la donazione Tasca vanta anche due rarissimi bicchieri in porcellana datati. Le ricerche relative a questi due pezzi, pubblicate nello stesso catalogo, contribuiscono ad aggiornare le nostre conoscenze della ceramica bassanese: per la prima volta vengono ricostruite le vicende di una manifattura finora pressoché ignota, la ditta Gio. Batta Fabris di Angarano. In funzione tra gli ultimi decenni del Settecento e l’inizio del secolo successivo, la manifattura Fabris arrivò a produrre oggetti di sorprendente complessità, come la splendida veilleuse in maiolica ora conservata presso il Museo di Nove. Si tratta di uno scaldavivande a forma di torrione, completo di cannoni e merlature e sormontato da un variopinto uccello mitico, che di nuovo suscita ai nostri occhi quel Veneto magico e fantasioso che nutriva l’immaginario dei pittori ceramisti del periodo: un luogo della mente da cui questa regione oggi un poco opaca e spenta potrebbe trarre rinnovata ispirazione.

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