Folle teoria o segreto di Pulcinella? Sulla letterarietà “all’italiana” e le sue radici cattoliche

Buona cosa o meno che sia, la chiesa e le sue istituzioni hanno in gran parte perduto il ruolo di guida socio-politica che ricoprivano in passato, così che è oggi più facile considerare con un certo analitico distacco alcuni aspetti del loro impatto storico sulla cultura italiana. Certo, il declino delle istituzioni ecclesiastiche non implica automaticamente una regressione delle caratteristiche socio-culturali che dipendono dalla sfera religiosa; i sostrati religiosi hanno in genere vita lunghissima, continuando ad operare anche per secoli dopo che una comunità ha cessato di considerarsi attivamente praticante (pensiamo al Giappone contemporaneo, incomprensibile senza tener presente una tradizione animistica, quella scintoista, di origine addirittura preistorica; oppure pensiamo agli Stati Uniti d’America, in cui la cultura protestante non smette di giocare un ruolo chiave nel determinare le dinamiche socio-culturali, per quanto la società possa apparire secolare). Nel caso italiano, credo che siamo oggi in una posizione da cui è possibile fare una serie di proposte interpretative assai interessanti sull’influenza esercitata dalla chiesa sulla cultura letteraria italiana, i cui valori storicamente più caratterizzanti paiono essere stati in stretto rapporto – cosa che potrebbe sorprendere o addirittura costernare – nientemeno che con alcuni dei tratti più ovvi della sensibilità ecclesiastica. Arriverò a questo suggerimento attraverso una serie di passaggi intermedi, ma vorrei prima offrire un dato di fatto evidente, e che potrà fungere da indizio iniziale: se togliessimo dalle compilazioni di storia dell’arte oppure di storia della musica italiana le opere che la chiesa, considerata lato sensu come insieme di istituzioni e conoscenze, ha ispirato, che ci resterebbe? Non molto, direi. E per la letteratura le cose come stanno?

La ricerca di una definizione universale di letteratura, ovvero delle qualità che farebbero universalmente percepire un’opera come letteraria, sarebbe molto poco fruttuosa (le difficoltà in cui sono incorsi vari tentativi del genere, da quelli del circolo di Praga alle contemporanee teorie sulla “repubblica letteraria mondiale”, credo lo testimonino). La cultura letteraria, così come altri tratti culturali di una comunità di persone, è localmente e storicamente determinata e quindi necessariamente cambia nello spazio e nel tempo, anche se in quest’ultimo caso con una velocità che è forse molto più ridotta di quanto non lasci credere la successione di movimenti letterari che la storiografia ci tramanda. Paese che vai, si potrebbe dire, letteratura che trovi – e io penso che ciò resti vero anche oggi, sebbene al primo sguardo possa sembrare che una sorta di generico “postmodernismo” stia unendo l’intero orbe in una specie di globalizzazione letteraria. Forse le cose non stanno esattamente in questo modo, come può ad esempio testimoniare chiunque abbia soggiornato per un periodo abbastanza esteso di tempo negli Stati Uniti, dove inevitabilmente avrà notato come la sfera letteraria abbia in questo paese una configurazione che la rende piuttosto diversa da quello italiano.

I processi di mercificazione del prodotto libro sono negli Stati Uniti talmente avanzati da definire fin nei dettagli la configurazione del mondo della scrittura, caratterizzato da una serrata divisione dei compiti e da una soggezione pressoché completa alle leggi del mercato. Sono infatti totalmente sottoposti alla direzione delle forze economiche non soltanto i prodotti di narrativa ma anche quelli di saggistica e di critica accademica (in questo caso attraverso il vicario del market, e cioè il job market). Il risultato è una rigorosa standardizzazione delle forme di scrittura: abbiamo così una fiction declinata in discrete e finite varietà (romance, crime, teen, ecc.), quindi una non-fiction essa pure rispondente a una serie di categorie piuttosto chiare (history, science, politics, self-help, ecc.) e infine il saggio accademico, costruito secondo parametri dati in partenza e insegnati straordinariamente bene da qualsiasi programma di dottorato. Di fronte a questo universo scritto non si può non provare, provenendo dall’Europa, un certo spaesamento che non rappresenta altro che l’evidenza di un mutamento di “paradigma culturale” (parole di Eco). L’ossessiva ricerca del bello stile, ad esempio, che tanta parte ha avuto nella tradizione letteraria italiana, non trova in questa prospettiva anglo-americana un ruolo riconosciuto; né tantomeno mi pare ne abbia uno la funzione etico-civile, pure estremamente caratterizzante nel caso italiano e che in quello statunitense è rintracciabile solo in casi sporadici nella fiction e praticamente mai nella critica letteraria, dove le posizioni radicali, sebbene frequenti, sono più che altro occasioni di tour de force accademici che non aspirano a nessun tipo di visibilità pubblica. La stessa tradizione storica ha un ruolo senza dubbio meno spiccato oltreoceano di quanto non abbia avuto per i narratori italiani, le opere dei quali, riuscite o meno che esse siano, sono piuttosto spesso una sorta di conversazione virtuale con una lunga serie di autori precedenti, lo studio dei quali ha invece un ruolo assai minore nella formazione di un buon creative writer americano.

Che questa rapidissima carrellata del panorama letterario americano, indubitabilmente imprecisa ma spero ragionevolmente chiarificatrice, dipinga una situazione che non rappresenta altro che l’inevitabile futuro del mondo del libro, anche in Italia, quando pure il nostro paese sarà stato completamente riplasmato dal liberismo monetarista? Forse, o forse no – ciò di cui sono invece sicuro è che a tutt’oggi l’universo letterario italiano ha avuto ed ha delle caratteristiche che lo rendono ancora piuttosto diverso da quello statunitense (tanto per fare sempre lo stesso esempio), caratteristiche che a mio parere discendono da un processo di formazione durato svariati secoli, e che sebbene stiano senz’altro mutando forse non lo faranno tanto in fretta, né tanto radicalmente quanto si potrebbe credere.

Mi pare infatti che durante un periodo piuttosto esteso della nostra tradizione letteraria si possano incontrare numerosissimi testi costruiti attorno a una serie di caratteristiche fondamentali che definiscono appunto la loro qualità di testi letterari. La mia è naturalmente soltanto una proposta interpretativa, non ardirei sostenere di avere in tasca l’esatta chiave della sensibilità letteraria italiana, ma penso che ci siano quattro tratti in particolare che possono aiutare non poco a comprenderla. Come in parte anticipato sopra essi potrebbero essere: il rispetto per la tradizione pregressa, con la quale l’opera resta in dialogo e che dovrebbe in qualche modo essere inclusa al suo interno; una sensibilità spiccata per lo stile, che può rendere il testo anche una partitura musicale; una dimensione etico-politica di impegno sociale (pensiamo con quale continuità la tradizione del poeta vates sia stata autorevole in Italia); e infine una persuasione che la scrittura letteraria abbia un valore gnoseologico, cioè che ci permetta di raggiungere un certo tipo di verità che non è però precisamente identificabile, e che pare non appartenere a nessun campo specialistico di sapere (si tratta cioè di una verità non tecnica).

Si potrebbero fare moltissimi esempi di come questi valori abbiano informato lungo i secoli le opere di un numero straordinario di scrittori, anche diversissimi tra loro: li ritroviamo naturalmente in Dante dove sono fusi in una mirabile combinazione, ma anche in Tasso o Bartoli oppure Manzoni, e poi in Parini, Foscolo, Leopardi così come in Montale, in Calvino e addirittura in Zanzotto (pensiamo ad esempio a Dietro il paesaggio oppure alle IX Ecloghe) ma gli esempi che si potrebbero fare sarebbero veramente senza numero (e in verità dimostrare analiticamente come queste quattro caratteristiche abbiano definito la nostra tradizione è qualcosa che potrebbe facilmente riempire vari volumi di critica letteraria). Ma soprattutto, ciò che rende i quattro tratti che ho elencato interpretativamente interessanti è che essi ci permettono di sciogliere alcune peculiarità italiane che rimarrebbero altrimenti difficilmente spiegabili.

È proprio questa concezione della letterarietà che potrebbe essere responsabile (o perlomeno tra le responsabili) della debolezza della tradizione narrativa italiana – siamo forse l’unico grande paese europeo che nell’Ottocento non ha praticamente avuto una produzione romanzesca degna di nota, a parte qualche (grossa) eccezione. Ora, se si suppone con Bakhtin che il genere romanzesco sia quello che pone al di sopra della voce autoriale (dominante invece in poesia) la voce dei personaggi, si vedrà che proprio la costituzione di un testo poli-fonico si scontrerebbe nel caso italiano con una sensibilità che, imperniata tra gli altri aspetti anche sull’idea di impegno etico-politico e gnoseologico, spingerebbe piuttosto a sottolineare l’intervento dell’autore su quello dei suoi personaggi: portando quindi alla creazione di testi mono-fonici (è il caso dei romanzi-saggi, genere tra noi assai fertile come ci insegna Raffaello Palumbo Mosca).

Ciò che inoltre a mio parere definisce storicamente il caso italiano, è che questa concezione della letterarietà non si applica soltanto a testi stricto sensu letterari: poesia e narrativa per intenderci. Essa ha invece storicamente coinvolto un ambito molto più ampio, accomunando in uno stesso bacino di scritture molti generi che in altre comunità culturali (come l’americana) sarebbero considerati fondamentalmente diversi. Questo era in un certo senso inevitabile, poiché la modulazione di quei quattro tratti caratterizzanti, in fondo così diversi tra loro e tuttavia uniti insieme, non poteva che portare a una molteplicità di forme di scrittura che non per questo restavano però fondamentalmente differenti. Così ad esempio la critica sia letteraria che d’arte ha a lungo vissuto in Italia proprio degli stessi valori che imbevevano anche poesia e prosa – tanto per fare due soli nomi, pensiamo a critici quali Longhi o Mengaldo e a quanto sia ridotta la “distanza letteraria” (mi si conceda l’espressione) che un lettore colto italiano percepisce tra i loro scritti e un testo di prosa narrativa. Pensiamo d’altro canto anche alla frequenza con cui poeti o narratori non hanno esitato a praticare generi del tutto diversi, in una sorta di poligrafia compulsiva (voglio ricordare ancora Dante, poeta, critico e teorico politico, tanto per ritornare a uno dei momenti chiave della nostra storia, ma gli esempi contemporanei sono innumerevoli). Si potrebbe proporre l’ipotesi che i generi letterari abbiano nel caso italiano un valore di discriminazione assai minore che non in altre tradizioni, e che invece sussista nel nostro paese una cultura letteraria che si potrebbe chiamare (ahimè, anglicizzando) bellettristica e che condivide quegli stessi valori di: riferimento alla tradizione, bello stile, impegno etico e gnoseologico (e infatti i saggi filologici di Mengaldo o quelli storico-artistici di Longhi spesso formulano conoscenze non esclusivamente tecnico-specialistiche, ricercando invece un’esperienza gnoseologica più vasta).

Ma qual è a questo punto il ruolo della chiesa? Ci sono certe scoperte intellettuali che danno quasi un senso di stordimento: accade quando ci si accorge di colpo di qualcosa di semplicemente enorme, e che tuttavia è stato sotto i nostri gli occhi per decenni senza che l’avessimo mai sospettato; quando finalmente ce ne rendiamo conto abbiamo l’impressione che un’infinità di dati si allinei contro ogni aspettativa nel senso giusto, come se una calamita fosse stata posata in mezzo a un tavolo coperto di chiodi. Qualcosa di simile mi è successo all’azzardare questo semplicissimo pensiero: la bellezza di una celebrazione ecclesiastica non è poi tanto diversa da quella di un’opera letteraria. Sembra un’affermazione assurda o triviale e invece credo che possa offrire uno spunto essenziale per afferrare le ragioni di quelle caratteristiche discriminanti di cui ho parlato finora. Ho infatti più che un sospetto che I Promessi Sposi non sia un’opera poi tanto diversa, quanto a concezione del letterario, dal De Civitate Dei: e cioè che alcune delle caratteristiche che definiscono la tradizione cristiano-cattolica (letteraria e liturgica), e che sono a loro volta radicate nel mondo classico, si siano trasferite alla tradizione letteraria italiana.

Questa è un’intuizione che si può in verità rintracciare in una forma lievemente differente già in Croce, quando scrisse che “la Controriforma serbò anche gran parte della cultura del Rinascimento, alla quale la Riforma si era dimostrata matrigna, e la buona letteratura e il bello stile amati dagli umanisti, e l’erudizione filologica e il culto delle arti figurative e architettoniche”. E infatti, se noi prendiamo a riferimento i quattro valori di cui dicevo, li ritroveremo tutti (per quanto ciò possa parerci all’inizio sconcertante) in aspetti della cultura cattolica: l’importanza fondamentale della tradizione, ovviamente, è alla base della stessa idea di religione e in particolar modo di una come questa, dove il fedele non potrà mai essere sacerdote di se stesso ma dove è invece necessario il continuo riferimento a un corpus di conoscenze (rieccoci ad Agostino e alla patristica) senza il quale non sarebbe possibile arrivare alla conoscenza del divino aperta agli uomini (a semplice titolo di singolo esempio tra mille, ricordiamoci qui della serrata persecuzione cui furono sempre oggetto i movimenti quietistici, quelli cioè che mettevano in dubbio precisamente il principio della necessità di mediazione, ritenendo invece che la preghiera personale potesse portare im-mediatamente ad un unione con il divino). Quanto alla bellezza dello stile, pare quasi inutile ricordare come la religione cattolica abbia sempre, e in modo ancor più sistematico dopo la controriforma, stimolato le capacità sensorie del fedele attraverso una costante produzione di bellezza: pittorica, musicale, letteraria – nel Seicento o nel Settecento ogni senso godeva nelle liturgie ecclesiastiche che erano quasi la trasposizione rituale dei meravigliosi involucri monumentali che le chiese sono ancora oggi. Quanto all’impegno etico, esso sta naturalmente alla base di ogni scrittura cattolica, facendo tutt’uno con l’aspetto gnoseologico.

Se l’ipotesi che sto proponendo ha una sua validità essa potrà servire anche per rintracciare e spiegare possibili convergenze tra tradizione letteraria italiana e altre tradizioni romanze. Si tratta di una comparazione che è stata fatta troppo raramente, ma che prima o poi bisognerà analizzare: quali sono ad esempio le somiglianze che avvicinano la civiltà letteraria ispanica o quella lusofona all’italiana? È forse possibile che le caratteristiche di certi testi in lingua portoghese provenienti dalle ex-colonie del Portogallo, ad esempio, possano essere spiegate proprio con un riferimento al permanere di una serie di valori che si potrebbero definire cattolici? Se questo fosse vero anche al nostro tempo (un tempo non religioso ma che non per questo subisce meno l’impatto storico della cultura religiosa) ciò non aprirebbe un bacino di dialogo intellettuale cui gli autori italiani hanno attinto forse troppo raramente, e che potrebbe a sua volta offrire ad essi stessi una possibilità di proiezione internazionale?

3 commenti a “Folle teoria o segreto di Pulcinella? Sulla letterarietà “all’italiana” e le sue radici cattoliche

  1. Caro Beppi, è sempre un piacere leggerti. Ti segnalo che qualche anno fa è stata pubblicata in Francia un’antologia di “letteratura europea” che sarebbe dovuta servire proprio ad evidenziare le radici comuni (spesso, mi sembra di capire) anche cristiane delle “diverse” letterature nazionali. Ho sfogliato l’antologia diverso tempo fa (quando uscì) e non ne ho ricavato una buona impressione, perché secondo me mancava proprio nella caratteristica che avrebbe dovuto fondarla: l’unità del discorso. L’impressione era quelli di saggi di diversi studiosi (anche bei saggi, per carità) affastellati insieme. Forse mi sbaglio, forse il fil rouge era ravvisabile da un lettore più attento? Non so.
    Tante altre cose ci sarebbero da dire, così ricco di spunti il tuo articolo, ma mi limito a condividere mestamente la tua impressione sul saggio accademico americano. Ciò che non mi spiego è che il genere del “saggio divagante” (à la Lamb, per intenderci) è di tradizione anglosassone. Ma forse hai ragione tu: in America manca totalmente il senso della tradizione, e alle volte si getta il bambino con l’acqua sporca. Per cercare di garantire un livello qualitativo minimo (e/o standardizzato) alla scrittura accademica (ai Ph.D.s) si è finito col soffocare anche ogni sprazzo di creatività, di originalità. Ovvero: insieme alla possibilità di fallire, si è anche soffocata la possibilità di riuscire davvero, di raggiungere dei picchi stilistici (e lo stile è sempre personale e “bizzarro”). Questo mi porterebbe ad affrontare un altro aspetto della cultura americana, ovvero il terrore del fallimento. Un terrore che si percepisce a tutti i livelli, anche quando si parla con un amico, ad esempio: fallire in qualche cosa è sempre considerata cosa vergognosa, da nascondere agli occhi del mondo. Ma sto divagando.

    1. Carissimo Raffaello, grazie mille per il ricco commento: il problema che tocchi, quello della creatività nel sistema accademico americano, è una questione di straordinaria importanza attorno a cui sfortunatamente non c’è quasi nessuna discussione. Purtroppo la grande capacità dei maggiori atenei d’oltreoceano di autorappresentarsi contribuisce a celare quello che effettivamente resta un limite della loro capacità formativa: e cioè che essi disciplinano la creatività entro i pochi canali di volta in volta riconosciuti come leciti dalle varie comunità di settore, portando a una forte uniformità di pensiero che si nasconde sotto il suo opposto, la rappresentazione di quegli stessi atenei come isole di libertà di espressione. Proprio per questo, secondo me, dovranno continuare a importare “French Theory” ad æternum.

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