Nella bottega del sarto: elogio della letteratura ai tempi di google e del neoliberismo

Di solito gli elogi si fanno ai funerali, ma qui non c’è nessuno da compiangere perché la letteratura nella sua declinazione più sofisticata non è forse mai stata un’attività tanto necessaria e dirompente quanto essa è oggi. Tuttavia di fronte a una crisi senza precedenti del mercato editoriale, e davanti alla marginalizzazione del medium letterario relativamente ad altri mezzi di comunicazione, i motivi di questa persistente vitalità possono non apparire immediatamente chiari. Perché non si può negare che la scrittura letteraria, quella che stabilisce deliberatamente un dialogo con la tradizione pregressa, si trovi oggi in una situazione evidentemente difficile: dove a un bacino di lettori in contrazione si sommano le pressioni esercitate dalle case editoriali nel senso di una standardizzazione del prodotto-libro a merce fruibile con agio e rapidità. Il risultato è che di dubbi sulla buona salute della letteratura contemporanea ne sono sorti da molte parti: a scorrere gli ambienti accademici o quelli editoriali si incontra più spesso di quanto non si crederebbe una sorprendente disaffezione verso questo incomparabile mezzo di riflessione sulla vita. Eppure proprio ciò che contrasta la letteratura è anche ciò che continuerà inevitabilmente a farla vivere: credo infatti che il suo futuro si possa sostenere proprio sulla capacità che essa ha – e che forse non ha mai avuto in modo tanto evidente – di porsi come momento di critica verso le condizioni socio-culturali che la condizionano.

Lo sappiamo tutti ma vale sempre la pena ripeterlo: viviamo in un periodo in cui i modelli di vita risultanti da un sistema economico tendenzialmente globalizzato e neoliberista hanno raggiunto uno dei loro picchi d’espansione. La definizione dell’individuo come capitale umano (human capital) non è mai stata tanto praticata, e la ricerca di produttività quale principio unico della vita socio-economica ha generato un’infinità di ambienti in cui la competizione professionale sostanzialmente annulla ogni altra preoccupazione – e ciò non soltanto tra i lavoratori più umili ma anche tra i professionisti più pagati (che in molti paesi del mondo lavorano una quantità di ore così elevata da rasentare lo squilibrio mentale). Questi processi di robotizzazione dell’individuo sono certamente molto più evidenti in paesi come gli Stati Uniti che non in Europa meridionale e in Italia, eppure non c’è dubbio che gli ultimi tre o quattro decenni abbiano visto un tentativo di evoluzione della società italiana in questo senso, perlomeno nei centri urbani più grandi – per quanto molte delle costanti culturali italiane più caratterizzanti siano intrinsecamente restie a questo cambiamento. Ma il punto è questo: ci si può forse aspettare che un bravo professionista dei nostri tempi sia anche un buon lettore? Direi di no, perché per esserlo dovrebbe reagire e con un certa violenza ai valori che caratterizzano gli ambienti dove lavora, e secondo i quali prodigarsi in un impegno non produttivo sarebbe semplicemente un assurdo: e la lettura è proprio questo, un impegno intellettuale che non produce nessun reddito.

Ciò che insidia la letteratura non finisce certo qui. Oggi prevalgono mezzi di comunicazione non basati sul pensiero verbale ma su altri tipi di medium: immagini statiche o in movimento, suoni, combinazioni di immagini e di parole scritte, oppure ancora successioni di frasi elementari e così via. Di ciò sono naturalmente testimoni non soltanto la televisione o il cinema, ma soprattutto internet con la sua straordinaria commistione di media differenti – che è fondamentalmente diversa dalla natura integralmente verbale di un testo letterario e che ha nel principio dell’indicizzazione (eccoci a google) una delle sue basi più importanti. Nessuna informazione è più lontana di pochi click, permettendoci una navigazione multimediale che ha poco a che fare con l’elaborazione concettuale che ha luogo durante la lettura: quando la nostra capacità di associazione, tanto per fare un esempio, non ci guida verso un’altra combinazione di cliccate ma genera semmai un universo mentale pieno di zone d’ombra e totalmente personale, risultante dall’incontro tra l’opera e l’insieme delle nostre conoscenze, di molte delle quali noi stessi a volte non siamo nemmeno coscienti. Il risultato è una forma di riflessione su di sé e sul mondo che è oggi assolutamente minoritaria, e che non è chiaro come impiegare all’interno della sfera comunicativa multimediale in cui viviamo: che fare di opere lunghe e dense di pensiero astratto, con i loro personaggi così sfaccettati e scissi, con le loro reminiscenze letterarie e gli echi interni, e l’inclusione spesso criptica dei saperi più diversi (dalla storiografia alla filosofia, alla psicologia)? Che senso possono avere in una società dove tutto pare accadere altrimenti – quasi fossero opere di sartoria perdute in un grande magazzino?

A ciò si somma la concezione neoliberal di divertimento, il consumer entertainment, che sta influenzando sempre più pesantemente l’uso che facciamo del (poco) tempo libero che ci è lasciato dalla competizione professionale. Le possibilità di occuparci con soddisfazione al di fuori del circuito del consumo non trovano spazio nell’ideale sociale del neoliberalism: l’entertainment in questo senso non è che l’altra faccia della produttività. La lettura di testi letterari resta però un’attività assai diversa da questa concezione di divertimento – sorta di stordimento direttamente proporzionale alla spesa investita – e il più delle volte richiede una pazienza e uno sforzo uguali se non superiori a quelli di un vero e proprio lavoro. Lo stesso ritmo dell’entertainment, rapido quanto quello della modernità neoliberista, ha poco a che vedere con il tempo letterario, che predilige la lentezza e la continuità: il fatto che non si abbia oggi mai tempo di leggere non significa tanto che manchi il tempo libero, sebbene anche questo sia sempre più vero, quanto piuttosto che ci manca il “senso del tempo” adatto a compiere un’attività come questa.

I due valori della produttività e dell’entertainment non sono altro che i due punti d’arrivo dell’evoluzione della middle class e della sua forma di vita, a sua volta il risultato di una sorta di riduzione ai minimi termini dell’idea di vita borghese. E tuttavia proprio quando ha raggiunto un trionfo pressoché globale come categoria ideologica, essa sta scomparendo come classe di reddito: molti dei sedicenti membri della middle class sono oggi dei poveri. È soltanto una delle tante contraddizioni che stanno al cuore del nostro sistema economico e che ci mostrano come esso non sia sostenibile: perché ciò su cui non ci possono essere dubbi è che il binomio produttività-entertainment porta proprio nel momento del suo più completo successo anche i segni di un possibile cedimento – la crisi planetaria è naturalmente uno di questi.

Di fronte a simili condizioni socio-culturali la letteratura non può oggi pensare di adeguarsi, e non soltanto perché se lo facesse semplicemente scomparirebbe, perdendo se stessa in un’inutile omologazione a merce qualsiasi. Cos’è un romanzo fatto di trame ad effetto, di personaggi scontati, di visualità insistita, se non un tentativo inevitabilmente mancato di copiare film o televisione o videogiochi cercando di fare ciò che essi sempre faranno assai meglio, e cioè dell’entertainment? Ma ciò che è ancora più importante è che quando la scrittura fa questa scelta (e molti autori e case editrici l’hanno fatta) essa perde la possibilità di porsi criticamente di fronte alla società d’oggi assieme alla capacità di formulare una visione socio-culturale alternativa, e questo proprio in un momento storico in cui pare soltanto questione di tempo, anzi di “senso del tempo” prima che un cambiamento del nostro modello di sviluppo cominci a prendere forma.

Per questo il valore della letteratura sta oggi paradossalmente aumentando con il declinare dei suoi lettori (quasi si direbbe che gli happy few non sono meno felici per quanto siano fewer). E per questo non ha senso, io credo, avviare le nuove leve di scrittori sulla strada della “professionalizzazione”, come molte scuole di scrittura si incaricano oggi di fare. La scrittura letteraria dovrebbe al contrario rimanere intrinsecamente dilettante; perché il suo valore risiede proprio nel rifiuto di partecipare ai circuiti della professionalizzazione neoliberista, dove si trovano ormai schiere di esperti per ogni campo ma invece pochi uomini con vere passioni (direbbe Nievo) e ancora meno persone che quelle passioni le sappiano raccontare. Potrebbe parere una battaglia di retroguardia ma in realtà non lo è: non abbiamo mai avuto tanto bisogno di narrazioni complesse proprio perché soltanto attraverso di esse possiamo recuperare un aspetto delle nostre capacità intellettuali che i meccanismi della vita contemporanea (siano l’entertainment o il superlavoro) tendono invece ad isterilire, e senza il quale saremmo privati di uno strumento essenziale per cercare di immaginare un futuro che non sia soltanto la ripetizione del presente.

0 commenti a “Nella bottega del sarto: elogio della letteratura ai tempi di google e del neoliberismo

  1. Bellissimo post. Lascio solo un paio di spunti, allo stato brado. 1. Condivido assolutamente quello che dici sulla necessità del “dilettantismo”, e penso alla definizione che ne dà Said in “Representations of Intellectuals”, là dove dice, appunto, che l’intellettuale deve sempre rimanere un dilettante e un amatore. Ho poi pensato, per la questione dell’entertainment, ad un libro straordinario come “Inifinite Jest” di D.F. Wallace, il cui cuore pulsante è proprio un film che, grazie al suo potere di intrattenimento, causa nello spettatore uno stato catatonico ed infine la morte. (La soppressione di qualsiasi altro desiderio che non sia la visione passiva del film).

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