Ripensando lo sviluppo: per un museo delle ville venete

Ho guidato mille volte per la provinciale che scende da Bassano verso Padova e non ci avevo mai fatto caso, forse perché una corona d’alberi la nasconde. Ma quando un giorno ho finalmente notato il frontone ho subito dato un’inchiodata infilandomi poi per una sorta di viottolo: “via Andrea Palladio” – non avevo intuito male. Mi fermo davanti al cancello: la villa è abbandonata. I muschi salgono per le colonne e i vecchi pini del giardino si piegano sotto le malattie, ma nonostante le condizioni in cui si trova non ci possono essere dubbi: deve appartenere al periodo migliore di Palladio. Ricorda un po’ la Malcontenta, oppure villa Badoer, o meglio ancora villa Emo ma senza la loro magnificenza. Chi l’ha commissionata, in che anni è stata costruita, chi l’ha decorata? Di questo misterioso gioiello non sono riuscito a sapere più nulla: non ho trovato alcuna informazione nel sito del comune di Piazzola né nei miei vari repertori di ville né nel sito dell’Istituto Regionale Ville Venete. Se io non riesco a scoprirne niente che potrà mai sapere delle più riposte ville del Veneto un turista con le ore contate?

La verità è che gli strumenti a nostra disposizione per conoscere e far conoscere il patrimonio storico del Veneto sono ben lontani dall’essere sufficienti, e il caso della civiltà delle ville è particolarmente grave: dopo più di due secoli dalla caduta della Repubblica e con migliaia di residenze di campagna sparse tra colline e pianura abbiamo più che mai bisogno di un museo delle ville venete.

La regione è piena di residenze storiche in situazioni precarie: abbandonate non soltanto dai proprietari ma dalla comunità, lasciate deperire nel disinteresse quando non martoriate da scempi urbanistici. E invece nel periodo in cui il Veneto sta vedendo rapidamente collassare il suo modello di sviluppo industriale proprio le ville possono offrire una risorsa eccezionale per ripensare il futuro del suo territorio, che se da una parte ha irrimediabilmente perso competitività dall’altra continua a soffrire di un deficit di visibilità culturale e turistica (con l’ovvia eccezione di Venezia). E infatti sono ben pochi coloro che hanno coscienza all’estero o anche in Italia del rilievo che la civiltà delle ville ha avuto nella storia dell’umanità occidentale, un’importanza che è ad esempio testimoniata dalla diffusione internazionale dello stile palladiano: in fondo la Casa Bianca non è altro che la più famosa delle ville venete – peccato che non molti se ne rendano conto. Perché quello che manca è un’efficace gestione delle informazioni necessarie alla lettura della storia del nostro paesaggio, a beneficio sia dei cittadini che dei visitatori.

Le fragili colonne delle ville di terraferma incarnano dei valori straordinari: esprimono una coscienza della necessità di un equilibrio tra uomo e ambiente (la villa è aperta e non chiusa come un castello), rappresentano l’idea di un’integrazione tra campagna e città (dove i loro proprietari risiedevano e spesso tuttora risiedono), incarnano una certa idea di persona, senz’altro legata ai valori dell’ancien régime, ma anche portatrice della visione di una vita impegnata nello sviluppo dell’ambiente rurale attraverso un connubio di attività produttive e artistiche. È quasi incredibile pensare che a questo modo di vivere, che per secoli si guadagnò l’ammirazione di famosi viaggiatori, sia stata sostituita la “civiltà del capannone”, fondata proprio sul suo contrario antropologico: uno sfruttamento selvaggio del territorio e un’idea di vita basata sul ritorno economico anche a scapito delle risorse culturali e turistiche della collettività. Difficile dunque che gli eroi di questa impresa avessero il tempo di valorizzare pienamente gli esili edifici a colonne che li circondavano – e così è successo: nonostante l’immenso patrimonio architettonico della regione a tutt’oggi manca nel Veneto un museo della villa.

Non c’è un luogo che ci aiuti a decifrare lo sviluppo storico della campagna e delle sue residenze, che ci dica quanti e quali fossero i grandi parchi e giardini ormai scomparsi. Serve un’istituzione dove il turista e il cittadino possano vedere mappe, plastici, dipinti e vecchie stampe che illustrino i mutamenti artistici ed economici che hanno interessato la civiltà di villa così come le direttrici della sua diffusione territoriale: dal trevisano al padovano al vicentino. Manca il luogo dove venga accumulato il materiale informativo e dal quale i visitatori possano poi avviarsi per i vari itinerari che sveleranno loro la complessità della regione – si tratterebbe dunque della sede centrale di un museo diffuso ben più ampio. Il sito dell’Istituto Regionale Ville Venete oppure quello della Riviera del Brenta, per quanto benemeriti, sono supporti totalmente insufficienti a questo scopo. Eppure i vantaggi di concepire la civiltà di villa come cardine del turismo veneto sarebbero straordinariamente ampi: le residenze di campagna formano un tessuto che connette i centri urbani entrando fin nei più piccoli paesi, e che potrebbe offrire una sorta di ordito architettonico sul quale appoggiare una trama di bed & breakfast, alberghi e ristoranti, così da coinvolgere la regione nel suo insieme in un’impresa turistica che è ora soltanto polarizzata attorno a pochi centri (soprattutto Venezia e secondariamente Verona).

Il Veneto si trova oggi in una situazione per certi versi peggiore di quella di molte altre regioni d’Italia: la deindustrializzazione lo sta lasciando profondamente sfregiato quando altre zone del nostro paese, come le Marche o la Toscana, sono invece in gran parte ancora integre. Sebbene Montesquieu o de Brosses abbiano descritto il paesaggio attorno a Padova e Vicenza come uno dei più belli d’Europa, ci troviamo oggi a dover gestire una realtà monumentale e paesaggistica fortemente compromessa. Nonostante questo essa ancora esiste, e ha bisogno di un’amministrazione oculata e precisa che salvi e riveli ciò che è ancora restato; nel caso delle vecchie residenze di campagna è necessaria un’istituzione museale che possa offrire una chiave di lettura del territorio a cittadini e turisti, liberando il potenziale sia culturale che turistico delle ville, che come sono ora, seminascoste tra fabbriche e condomini oppure semplicemente ignorate, rappresentano uno straordinario spreco di risorse per una regione che ha disperato bisogno di un biglietto per il futuro.

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