Le biblioteche storiche italiane e le loro necessità di riforma

L’altro giorno ero seduto a godermi il sole a Chicago sulla Cinquantasettesima, all’unico bar di Hyde Park che faccia un buon caffè, quando arriva un ricercatore americano mio collega che come so si occupa di storia europea. Sai, mi fa, mi è capitato di dover telefonare a un paio di biblioteche italiane per del materiale che cercavo, e gli impiegati che ho trovato mi chiedevano di restare in linea: perché dovevano andare a consultare il paper catalogue.“Il catalogo cartaceo!? Ma esistono ancora?” aggiunge con un’espressione nemmeno di disprezzo, semplicemente di incredulità. Io gli faccio un mezzo sorriso falsamente rilassato: le biblioteche italiane, è una lunga storia, beviamoci il caffè va’ che è meglio.

Il fatto è che pochi mesi fa in uno dei miei soliti ritorni in Italia da Chicago ho dovuto lavorare in differenti archivi e biblioteche proprio delle nostre parti. E lo stato in cui li ho trovato mi ha semplicemente lasciato senza parole – mi è sembrato di ritornare indietro nel tempo non di decenni ma di interi secoli. È ovvio, direte, stavi a leggere vecchi libri; in realtà non erano i libri che mi davano quell’impressione ma le istituzioni che avrebbero dovuto preservarli. Vi parlerò soltanto di una biblioteca, la veneziana Correr, famosa per il materiale senza prezzo che conserva: manoscritti, codici, epistolari, fondi di studiosi, volumi di storiografia, critica, letteratura, insomma una serie di risorse assolutamente essenziali per la conoscenza della storia veneziana e del Veneto.

Istituzioni come la Correr conservano quello che a noi italiani dovrebbe essere più caro: i materiali senza i quali non solo è impossibile ad uno straniero capirci, ma soprattutto è impossibile a noi stessi capire chi siamo. L’Italia è un gigantesco palinsesto culturale che impone ai suoi abitanti una serie di difficoltà che altri popoli non hanno: un americano che viva a Peoria tra pompe di benzina e supermercati ha certo relativamente meno bisogno di studi umanistici per capire in che luogo si trovi; un italiano di Venezia o Vicenza passeggia invece per vie e piazze che sono stracolme di iscrizioni, simboli e significati centenari o millenari, testimoni di una storia di cui lui stesso è il risultato – senza avere gli strumenti per ripercorrerla non gli sarà mai possibile sapere chi cavolo egli stesso sia. E questi strumenti sono preservati nelle biblioteche storiche italiane, tra le quali è appunto l’inestimabile collezione Correr. Se i suoi volumi fossero danneggiati o perduti o diventassero inaccessibili ciò colpirebbe niente meno che la nostra capacità di capire noi stessi: noi italiani, in un certo senso, siamo le nostre biblioteche, senza di esse non saremmo che gente qualsiasi.

Profondamente cosciente del valore inestimabile delle collezioni Correr, mi sono dunque accinto ad entrarci per la prima volta – se soltanto avessi potuto trovare l’entrata. Per arrivarci da Piazza San Marco bisogna seguire la freccia “Polizia” affissa accanto al caffè Florian, perché chi cercasse il nome della biblioteca forse non lo vedrebbe tanto è scritto in piccolo. Ci si trova quindi nei venerandi cortili delle Procuratie. Qui dopo aver vagato a caso tra vecchi busti antichi senza testa, e piedi e braccia dimenticati da qualche statua (fondi di magazzino di qualche museo?) ci si ritroverà come per miracolo di fronte a delle scale, che saliremo seguendo l’indicazione “Direzione Polo Museale” per arrivare quindi, nuovamente come per incanto, alla Biblioteca. Un efficace modo di preservare – nascondendolo – il nostro patrimonio librario, o semplice noncuranza? Il dubbio c’è.

Finalmente si entra e ci si trova nella stanza dei cataloghi; sì, mi avete capito, non si tratta del terminale elettronico ma della stanza: ecco il famoso paper catalogue disposto in una lunga serie di cassetti lungo le pareti. Cominciamo a sfogliarlo: apriamo il primo cassetto con la filza delle schede, che sono manoscritte. Non soltanto cartacee, ma manoscritte, e con una calligrafia di inizio Novecento o anche prima. In più le schede sono nientemeno che volanti! Straordinario! Un viaggio nel tempo! In più di cento anni di sovrintendenti, impiegati, direttori, ecc. ecc., cosa si è fatto? Perché se è vero che si trova qualcosa di digitalizzato nel sito del museo, il materiale inserito nei database (tra l’altro di non semplice consultazione) è una frazione di quello rappresentato dal catalogo cartaceo, che rimane indispensabile e tuttavia è in uno stato che dir precario è dir poco. Ciò ha delle conseguenze importanti: la consultazione è talmente lenta e approssimativa che tantissimo materiale rimane semplicemente invisibile; per non parlare della possibilità che ci possano essere schede mancanti, e che un catalogo tanto antico sia semplicemente incompleto; esso rimane inoltre inconsultabile a chi non si trovi fisicamente in biblioteca, così che studiosi lontani migliaia di chilometri forse mai sapranno che la Correr contiene esattamente i documenti che loro interessano e che il loro lavoro avrebbe contribuito a render noti, a tutto nostro vantaggio.

Se comparato ai modi di gestione delle biblioteche di ricerca americane lo stato in cui si trova il catalogo della Correr delinea una situazione di emergenza, semplicemente. Con tutti i difetti degli americani bisogna riconoscere loro questa grande virtù: la capacità organizzativa e razionalizzatrice, che li ha portati ad esempio a creare i cataloghi digitali migliori al mondo (pensiamo soltanto a GoogleBooks). Peccato però che gran parte dei fondi antichi – nelle cui carte risiedono le origini dell’umanità occidentale – restino in Europa e in Italia, nelle nostre trascurate collezioni. In momenti di crisi economica, si dirà, forse non sono queste le nostre priorità – eppure non è così. Non soltanto perché le biblioteche storiche italiane attraggono costantemente un rivolo di ricercatori stranieri (se non un fiume) che arricchiscono il nostro paese in mille modi, ma soprattutto perché esse sono uno dei punti di origine del capitale culturale di cui gode l’Italia, e che a sua volta trascina un numero enorme di attività, non soltanto turistiche ma anche artigianali o agricole (pare strano, ma in realtà un bicchiere di Nobile di Montepulciano è quello che è anche perché ha dietro la storia della Toscana). Dopo la deindustrializzazione, quando le autostrade saranno semivuote di camion e i capannoni in demolizione, quando avremo capito che competere con le grandi potenze industriali è stata soltanto una follia, quello che ci resterà saranno i nostri fondamentali e insostituibili patrimoni, che sono due ma inestricabili: il patrimonio storico e quello paesaggistico. La loro preservazione e il loro arricchimento è la vera missione civile del popolo italiano, e la gestione delle biblioteche e degli archivi storici ha in ciò una ruolo fondamentale.

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